Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Katya Fortunato
Graditissimo ospite del nostro spazio dedicato alle interviste “In salotto con…” Sergio Fanucci.
Editore e scrittore, Sergio Fanucci è da sempre immerso nel mondo dei libri e della letteratura di genere. Figlio e nipote di editori, nel 1990 ha ereditato la casa editrice di famiglia, costruendo negli anni il Gruppo Editoriale Fanucci.
Parallelamente all’attività editoriale ha coltivato quella di autore, dando vita, tra gli altri, al personaggio dell’avvocato italo-americano Elisabeth Scorsese, protagonista prima della Trilogia dei Codici e successivamente della Trilogia degli Enigmi.
Dopo L’enigma del Patriarca, Elisabeth torna ora ne L’enigma degli arcani, (recensione a cura di Katya Fortunato a questo link), il secondo capitolo della trilogia: un thriller in cui scienza ed esoterismo, nanotecnologia e simbolismo dei tarocchi si incontrano all’interno di una trama che guarda alle possibilità del futuro e agli interrogativi, anche etici, che queste portano con sé.
In questa intervista Sergio Fanucci ci racconta la costruzione del romanzo, il confine tra progresso e pericolo, il fascino degli Arcani Maggiori e l’evoluzione delle sue protagoniste. E, naturalmente, risponde alla nostra immancabile domanda di rito: chi inviterebbe a prendere posto nel nostro Salotto?

Nel primo libro il pericolo arrivava dal peso della storia e dai segreti della fede; nel secondo nasce invece da una scienza che sembra avvicinarsi al potere di creare e modificare la vita. Da autore, quale dei due territori ha trovato più complesso da esplorare e quale ritiene più capace di generare inquietudine: i misteri del passato o le possibilità, quasi divine, offerte dalla scienza del futuro?
Sono due approcci diversi ma ugualmente affascinanti.
La storia intriga perché l’uomo ha la straordinaria capacità di non imparare dai propri errori e quindi leggerla in chiave futuristica, stimola ragionamenti e storie verosimili, cosa che per un thriller è fondamentale. La scienza invece ha di suo un aspetto futuristico, investe su quello che potrebbe succedere, fa di tutto perché accada.
Questa “ostinazione” muove un altro tipo di ragionamento e proietta personaggi in situazioni imprevedibili, altra caratteristica perfetta per un thriller.
Quanto lavoro ha richiesto costruire una trama che intreccia il simbolismo dei tarocchi e il mondo della nanotecnologia? E quanto è stato difficile far convivere un elemento così antico con una frontiera scientifica così avanzata?
È un lavoro lungo, di idee, incastri, ricerca dei personaggi e della trama, oltre allo studio che coinvolge la materia.
La scienza e l’esoterismo si muovono su concetti totalmente diversi, anche se la storia ci ha mostrato nomi come Isacco Newton, che era uno scienziato e al tempo stesso un alchimista, in grado di viverli entrambi profondamente.
Ecco questa convivenza possibile è stata la molla da cui sono partito, il terreno comune su cui costruire il romanzo.
Questi due lati opposti della nostra anima cercano di scoprire la natura dell’uomo utilizzando percorsi apparentemente lontani ma uniti dalla scintilla del pensiero.
Nei thriller siamo abituati a temere ciò che può distruggere l’umanità: virus, armi, catastrofi. Nel suo romanzo, invece, la paura nasce da qualcosa che tutti desiderano, una cura capace di salvare milioni di vite. Come è riuscito a trasformare una speranza in una fonte di inquietudine narrativa?
La nostra società oggi rincorre il prestigio e il consenso. Influencer o politici dicono bestialità pur di fare like o follower, Trump o Putin giocano con le vite delle persone solo per poter stare ancora un po’ lassù. C’è un atteggiamento sfrontato, arrogante e decisamente pericoloso.
In una situazione del genere, immaginare che una società migliore e libera (almeno in parte) dalle malattie potesse trasformarsi per i potenti in un’arma in grado di farli salire ancora un po’ più su, è stato facile.
Ovvio, che chi ci rimette è sempre la persona qualunque e nel mio romanzo, sono loro che diventano i protagonisti: gente che vive con coscienza e un fine, e non vuole accettare di essere messa da parte.
Dopo gli eventi narrati ne L’enigma del patriarca, il rapporto tra Elisabeth e Anna si è fatto più maturo. Accanto a loro ritroviamo Claudia e Lara, mentre Cherie fa il suo esordio proprio in queste pagine. Quanto è stato importante far evolvere l’indagine di pari passo con il percorso personale e collettivo delle protagoniste?
È stata una delle sfide più entusiasmanti perché credo che la trama e il disegno che descrivi, crescano insieme ai personaggi. È come se entrambi si cibassero uno dell’altro e così diventano stimolo per approfondire un aspetto, creare un colpo di scena, migliorare la scrittura e renderla più efficace. Ti obbligano a usare un tono e registro diverso, come se un libro fosse più maturo rispetto al precedente.
D’altronde noi non smettiamo mai di crescere, le esperienze ci costringono a cambiare idea, a trovare soluzioni, a scavare dentro noi stessi, e lo stesso fanno i miei personaggi o almeno così vorrei. Spero di esserci riuscito.
Cherié? Profonda, inquieta, dolente, spiritosa, provocatrice… una sola parola, vita.
Senza svelare troppo, gli Arcani Maggiori hanno nel romanzo un ruolo ben preciso. Quale carta ha trovato più difficile da intrecciare nella trama? E quale, secondo lei, rappresenta meglio l’anima nascosta de L’enigma degli arcani?
La grandezza degli Arcani Maggiori è quella di rappresentare tutti gli aspetti dell’animo umano e diventare così una chiave per aprirsi al mondo sconosciuto che si nasconde dentro di noi.
La loro storia appartiene alla nostra cultura, al nostro sapere, sono legati visceralmente e quando hai questi elementi, non è complicato trovare per un personaggio l’arcano che lo rappresenti.
La difficoltà è stata quella di dare un senso logico a una disciplina che di logico ha ben poco, e in questo Anna Pareto mi ha sorpreso. È riuscita a chiudere la porta della storica e ad aprire quella esoterica dove non sai mai cosa potrebbe succedere. Diciamo che ha avuto l’intelligenza dalla sua parte, l’arma migliore.
Infine, la nostra domanda di rito: se potesse sedersi nel nostro Salotto con il suo autore o la sua autrice preferita e porgli/le una sola domanda, chi inviterebbe e cosa gli/le chiederebbe?
Da editore non posso esprimere un nome altrimenti susciterei reazioni poco piacevoli, da lettore copro così tanti campi e generi che faccio fatica a individuare un solo nome…
Direi che preferisco essere “egocentrico” e allora chiederei a Sergio Fanucci una cosa che gli chiedono tutti: ma dove trovi il tempo per fare tutto? La risposta: l’immaginazione non conosce stanchezza, si autoalimenta e diventa energia pura. Bisogna solo saperla catturare e poi modellarla come fosse creta.
Salotto Giallo ringrazia Sergio Fanucci per la disponibilità all’intervista e gli dà appuntamento… al prossimo romanzo
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