In libreria con… Romano De Marco

Intervista in libreria con Romano De marco

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista e articolo a cura di Marco Lambertini

Ci sono romanzi che nascono da un’idea narrativa e altri da un ricordo. 

D’estate e di morte, l’ultimo libro di Romano De Marco, appartiene alla seconda categoria: una storia che intreccia mistero, memoria e il passare del tempo, trasformando un frammento di vita vissuta in un noir profondamente umano.

Il 10 giugno scorso, alla libreria Ubik di Bologna, l’autore ha presentato il romanzo dialogando con Gianluca Morozzi davanti a un pubblico numeroso e partecipe.

Noi di Salotto Giallo eravamo presenti grazie al nostro Marco Lambertini, che ha raccolto alcuni spunti emersi durante la serata e ha poi avuto l’occasione di approfondire i temi del libro direttamente con l’autore.

Tra i racconti che hanno colpito maggiormente c’è quello che riguarda la nascita del romanzo. L’autore ha spiegato come l’idea sia arrivata ripensando ai suoi diciassette anni, a un campo scout itinerante e a quel senso di possibilità che accompagna certe estati destinate a rimanere impresse nella memoria.

Da quel ricordo autentico è nata una domanda da scrittore: cosa accadrebbe se un delitto apparentemente risolto tornasse a galla quarant’anni dopo?

Ne è nato D’estate e di morte, un romanzo che unisce introspezione e tensione narrativa (Trovate qui la Recensione completa, anch’essa a cura di Marco Lambertini).

Ecco cosa ci ha raccontato Romano De Marco.

Con D’estate e di morte sembri andare oltre i confini del thriller tradizionale: il mistero resta centrale, ma diventa anche uno strumento per raccontare memoria, amicizia, rimpianti e il tempo che passa. Quando hai iniziato a scrivere il romanzo avevi già in mente questo equilibrio tra noir e racconto generazionale oppure è nato durante la scrittura?

Il romanzo è nato proprio con l’intento di raccontare il confronto fra il presente e il passato attraverso il bilancio esistenziale di Enrico, un uomo di sessant’anni che, nonostante occupi una posizione invidiabile dal punto di vista sociale ed economico, si rende conto di aver tradito tutti gli ideali della sua giovinezza, fortemente caratterizzati dalla sua appartenenza allo scoutismo cattolico.

La componente “crime” si è aggiunta in fase di costruzione del romanzo perché mi sono reso conto che non sono a mio agio se non opero nel campo di un genere che mi è congeniale e che non ho mai abbandonato nella mia carriera di autore. Del resto, una delle caratteristiche principali del “Crime” italiano è il poter parlare di temi diversi e attinenti alla realtà seppur nel contesto della fiction.

Una delle caratteristiche più coinvolgenti del romanzo è la capacità di restituire le atmosfere degli anni Ottanta e Novanta senza trasformarle in semplice nostalgia. Quanto c’è della tua memoria personale in quelle pagine e quanto invece appartiene alla costruzione narrativa?

Ho attinto a piene mani dalla mia memoria e dalle mie esperienze personali per rendere reale e credibile il ricordo di quegli anni, nella parte centrale del romanzo che è un lungo flashback ambientato nel 1982.

Naturalmente ho rispettato una regola per me fondamentale nella scrittura: mettere me stesso e la mia vita al servizio del romanzo e non il contrario.

Come disse il grande poeta Fernando Pessoa “solo mentendo posso esprimere me stesso”. Quando si scrive si parte sempre da sé stessi ma occorre avere il coraggio e la fantasia di inventare per dare al lettore qualcosa che possa interessarlo.

Enrico e gli altri personaggi che popolano la storia colpiscono per la loro umanità: nessuno è completamente positivo o negativo, tutti portano con sé fragilità, contraddizioni e zone d’ombra. Quanto è importante per te l’ambiguità morale nella costruzione dei personaggi e, più in generale, nella scrittura noir?

Più passano gli anni e più mi rendo conto di quanto sia importante, nel noir, una caratterizzazione “sfumata” dei personaggi.

Oggi il trend editoriale imperante è quello di rendere i personaggi il più possibile simpatici, accoglienti, riconoscibili dai lettori allo scopo di creare un’empatia che li tenga legati a una delle innumerevoli serie che popolano le nostre librerie.

Tra i pochi autori che perseguono una strada diversa, il più autorevole e convincente è Massimo Carlotto e io (nel mio piccolo) traggo grandi spunti di riflessione dalle sue opere. Un altro autore che non si preoccupa per forza di rendere “simpatici” i suoi personaggi è Raul Montanari.

Ma lui è già in un campo diverso rispetto al “crime” tradizionale. I suoi splendidi romanzi possono essere definiti “post-noir”.

Nel romanzo il passato non è mai qualcosa di definitivamente chiuso: continua a influenzare il presente, modificando ricordi, rapporti e percezione della verità. Ti interessava raccontare proprio questa distanza tra ciò che ricordiamo e ciò che è realmente accaduto?

Sì, in questo romanzo la memoria è un fattore fondamentale. Enrico scoprirà dopo quarant’anni che le cose, nella notte più tragica della sua vita, sono andate in maniera diversa da come aveva sempre creduto.

Per arrivare a questa conclusione dovrà portare avanti una doppia indagine: la prima è una vera e propria indagine dell’anima, attraverso il ricordo. La seconda, nella terza e ultima parte del romanzo, è un’indagine sul campo che lo porterà a scoprire terribili segreti che cambieranno la sua esistenza per sempre.

Dopo aver esplorato molti territori del noir italiano, cosa rappresenta per te D’estate e di morteall’interno del tuo percorso di scrittore? È un romanzo che senti in qualche modo diverso o più personale rispetto ai precedenti?

D’estate e di morte è sicuramente il mio romanzo più intimo e personale. Un romanzo nel quale, per la prima volta, evito di inserire indagini di polizia e sequenze d’azione. Per questo lo considero diverso dalle mie cose precedenti. Forse è un romanzo più maturo o, semplicemente, più sofferto e partecipato dal punto di vista personale.

Ciò non vuol dire che abbandonerò le atmosfere solite dei miei romanzi precedenti, mi piace sempre molto scrivere storie d’azione e thriller con indagini di polizia e continuerò a farlo.

Voglio, però, a questo punto della mia vita e della mia carriera, concedermi il lusso di scrivere le cose che sento, che mi danno emozione, cercando di continuare a trasmetterle anche ai miei lettori.

Un’ultima curiosità emersa durante l’incontro…

La presentazione bolognese ha offerto anche l’occasione per parlare del mestiere dello scrittore e del delicato equilibrio tra esperienza personale e invenzione.

Romano De Marco ha ricordato una celebre frase di Fernando Pessoa – «Solo mentendo posso esprimere me stesso» – spiegando come ogni storia debba partire da ciò che si conosce per poi trasformarsi grazie alla fantasia.

Secondo l’autore esistono due elementi fondamentali nella costruzione dei personaggi: l’immedesimazione, cioè il trasferire nelle proprie creature narrative qualcosa di sé, e la proiezione, affidando loro ciò che si vorrebbe essere oppure ciò che si teme di diventare.

Se nei romanzi precedenti aveva lavorato soprattutto sulla proiezione, in D’estate e di morte ha sentito il bisogno di attingere molto di più alla propria memoria e alle proprie emozioni, rendendo questo libro il più intimo della sua produzione.

A chiudere l’incontro è arrivato anche un piccolo regalo per i lettori.

De Marco ha infatti anticipato di aver terminato un nuovo romanzo, attualmente in attesa di pubblicazione. Sarà un thriller dalle atmosfere molto più cupe e ricco d’azione, con protagonista uno scrittore di successo che, travolto da una profonda crisi creativa e personale, si ritroverà coinvolto in una vicenda destinata a precipitare nel noir più oscuro.

Un assaggio che ha acceso la curiosità dei presenti e che fa già guardare con interesse al prossimo lavoro dell’autore…

…e noi di Salotto Giallo lo attendiamo con grande curiosità.

Ringraziamo l’autore per la sua disponibilità all’intervista e gli diamo appuntamento al prossimo romanzo
D'estate e di morte

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