D’estate e di morte di Romano De Marco

D'estate e di morte Salotto Giallo

Recensione di Marco Lambertini

TRAMA

Le vacanze in Abruzzo, quest’estate, si preannunciano più impegnative del solito per Enrico, cinquantottenne milanese dirigente di banca. Una commemorazione organizzata dal gruppo scout locale lo costringe infatti a riaprire la ferita più dolorosa della sua vita. Quarant’anni prima, nell’estate del 1982, Paola, la sua ragazza, è stata brutalmente uccisa e il suo cadavere abusato durante un campeggio itinerante sulla Maiella. Il colpevole è stato identificato e condannato.

Da decenni Enrico cerca di dimenticare quella notte e solo per l’insistenza della sua vecchia compagnia e di don Patrick, sacerdote ed ex capoclan degli scout, accetta controvoglia di partecipare alla cerimonia. Ma in quell’occasione di ricordo qualcosa va storto: l’arrivo inatteso di Franca, amica precipitata nel vortice della tossicodipendenza, sconvolge tutti. La donna lancia accuse pesanti, insinuando che dietro l’omicidio di Paola si nasconda una verità mai emersa.

Enrico potrebbe liquidare quelle parole come il delirio di una persona instabile. Ma sente di non poterlo fare. Comincia a scavare – prima dentro sé stesso, rivivendo tutti gli eventi che precedettero quella notte tragica, poi ripercorrendo i fatti alla luce delle nuove rivelazioni, grazie anche all’aiuto di un maresciallo dei carabinieri in pensione. Quello che scoprirà sarà destinato a cambiare la sua vita per sempre.

Romano De Marco, che ha esplorato molti territori del genere noir e thriller, ci regala, con  Destate e di morte una vera chicca: una storia complessa che supera i confini del genere per diventare letteratura tout court.

Certamente, da maestro del noir qual è, il racconto finisce per muoversi su territori oscuri e inquieti, ma lo fa soltanto dopo aver costruito un intenso mosaico umano di memoria, amicizia, rimpianti e vite che il tempo ha inevitabilmente trasformato.

Il libro è anche un viaggio struggente nei ricordi degli anni Ottanta e Novanta, un periodo che può assumere i contorni di una vera e propria “Madeleine proustiana”, capace di evocare nostalgia, emozioni e memoria collettiva. Romano De Marco riesce infatti a ricreare atmosfere, sensazioni e dettagli di quell’epoca con grande naturalezza, senza mai indulgere in una nostalgia fine a sé stessa. Allo stesso tempo costruisce con abilità una struttura narrativa che va oltre il noir e si trasforma in un racconto profondo e coinvolgente: un’opera dal forte carattere personale, ma capace di parlare anche a un pubblico più ampio attraverso emozioni e dinamiche dal respiro universale.

Al centro della storia troviamo Enrico, sua moglie Matilda e la figlia Chiara, insieme al gruppo di amici scout, legati a un passato che continua a riaffiorare.

Sullo sfondo c’è Ortona, raccontata da Romano De Marco con uno sguardo vivido e partecipe: una città che non è una semplice ambientazione ma presenza costante, quasi un personaggio aggiunto, con il mare, il caldo estivo e quell’atmosfera sospesa che accompagna tutto il romanzo.

Enrico è stanco e disilluso. Il tempo, la vita e soprattutto il ricordo di quella terribile estate lo hanno indurito, scavando dentro di lui una malinconia silenziosa che sembra accompagnarlo in ogni gesto.

Eppure, accanto al dolore, continuano ad affiorare ricordi luminosi: momenti di amicizia autentica, complicità, scoperte e intimità che appartengono a un’età ormai lontana e che lui fatica a ritrovare nei ragazzi di oggi, così diversi, così distanti da quell’idea intensa e quasi assoluta di giovinezza che aveva segnato la sua generazione.

È proprio in questo continuo contrasto tra passato e presente che Romano De Marco costruisce uno degli aspetti più riusciti del romanzo.

La nostalgia non viene mai idealizzata, ma diventa uno strumento per raccontare ciò che il tempo lascia dentro le persone: ferite, rimpianti, ma anche il bisogno ostinato di aggrapparsi a ciò che resta della felicità vissuta.

Altro elemento fondamentale del romanzo sono i personaggi. Enrico è chiaramente il centro della storia, il personaggio attorno a cui tutto ruota, quasi un alter ego dello stesso autore, ma ciò che colpisce davvero è il modo in cui De Marco costruisce e descrive ogni figura che attraversa il racconto.

Nessun personaggio è tratteggiato superficialmente o ridotto a semplice funzione narrativa. Anche chi occupa poche pagine, come Franca, fondamentale nell’economia emotiva della storia, viene restituito nella propria complessità, con sfumature autentiche e profondamente umane.

Particolarmente interessante è il personaggio di Matilda.

Inizialmente appare quasi come una presenza silenziosa accanto a Enrico, una compagna discreta che osserva gli eventi restando sullo sfondo. Con il procedere della narrazione, però, il suo ruolo acquista progressivamente spessore e una crescente centralità emotiva.

Di grande rilievo è anche Don Patrick, giovane parroco e capo scout, poco più grande dei ragazzi nell’estate del 1982. Pur rimanendo spesso ai margini della narrazione, la sua figura si rivela fondamentale per l’equilibrio dell’intera storia.

Il personaggio incarna efficacemente uno dei temi principali del romanzo: la distanza tra ricordo e verità. Come accade a molti protagonisti, anche Don Patrick vive nello scarto costante tra ciò che è stato realmente e l’immagine che ha scelto di costruire — o che il tempo e la memoria degli altri hanno finito per restituire.

In Destate e di morte ogni personaggio porta con sé fragilità, egoismi, slanci, paure e contraddizioni.

Ed è proprio questa ambiguità morale a renderli credibili. Le loro reazioni agli eventi appaiono sempre realistiche, mai costruite artificiosamente per esigenze di trama, e finiscono per dare ancora più forza emotiva al romanzo.

La morte di Paola, avvenuta nell’estate del 1982, è il trauma originario attorno a cui ruota l’intera vicenda. Un evento che allora aveva diviso il gruppo di ragazzi e, allo stesso tempo, aveva unito Enrico e Matilda in un legame destinato a durare negli anni.

Dopo quarant’anni, però, quel passato torna a pesare come un macigno, trasformandosi in una valanga impossibile da fermare.

La verità inizia lentamente a emergere e, come spesso accade nei romanzi migliori, si rivela devastante.

Romano De Marco

Romano De Marco esordisce nel 2009 nel Giallo Mondadori con Ferro e fuoco. Nel 2014 con Feltrinelli pubblica Io la troverò, il primo volume di «Nero a Milano», serie che proseguirà con Città di polvere (Feltrinelli, 2015), Nero a Milano (Piemme, 2019) e Dimenticare Milano (Ubagu Press, 2025).

Tra le sue altre opere più note: L’uomo di casa (Piemme, 2017), Se la notte ti cerca (Piemme, 2018), La casa sul promontorio (Salani, 2022). Ha vinto numerosi premi letterari dedicati al giallo e al noir, tra cui il Premio Scerbanenco dei Lettori, prima con L’uomo di casa e poi con Nero a Milano. È responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani.

Ed è qui che Romano De Marco mostra tutta la sua abilità di narratore: in poche pagine costruisce un meccanismo affilato e dolente, teso ma profondamente umano, che dà ancora più forza emotiva a tutto il resto del romanzo.

Il noir non arriva come semplice svolta narrativa, ma come inevitabile conseguenza delle colpe, dei silenzi e delle fragilità accumulate nel tempo.

La forza di Destate e di morte sta proprio nella capacità di fondere piani diversi. Per una lunga parte iniziale, infatti, il lettore ha quasi la sensazione di trovarsi dentro un romanzo generazionale, dove i rapporti umani e le fragilità emotive occupano il centro della scena. Poi, lentamente, qualcosa cambia. Le ombre si allungano, le tensioni emergono e il noir prende forma senza mai tradire la profondità psicologica costruita fino a quel momento.

De Marco dimostra ancora una volta una scrittura elegante e controllata, capace di alternare introspezione e tensione narrativa con grande naturalezza. I personaggi risultano autentici, vivi, attraversati da paure e desideri riconoscibili, ed è forse proprio questa dimensione profondamente umana a rendere il romanzo così coinvolgente.

Che significato hanno, per noi, le vite degli altri? Sono delle comparse, degli oggetti di scena, nulla di più che macchie di colore sullo sfondo. Noi siamo parte del mondo solo in apparenza. In realtà viviamo in un microcosmo limitato di affetti, interessi, luoghi. Qualche volta le nostre vite interferiscono con quelle degli altri, ma raramente entrano davvero a farne parte.

È forse in queste parole che si nasconde il senso più profondo di Destate e di morte.

Perché il romanzo di Romano De Marco non racconta soltanto un mistero o una colpa rimasta sepolta per quarant’anni, ma riflette sul peso che le persone esercitano le une sulle altre, spesso senza rendersene conto. E allora il noir diventa qualcosa di più: una riflessione dolorosa sulla memoria, sul tempo e sulla fragilità dei legami umani.

Più che un semplice thriller, Destate e di morte è un romanzo malinconico e intenso, capace di lasciare un segno profondo anche dopo l’ultima pagina, confermando De Marco come una delle voci più interessanti del panorama della narrativa noir italiana contemporanea.

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