Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Barbara Terenghi Zoia
Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Massimo Carlotto.
Massimo Carlotto è nato a Padova, dove vive. È considerato uno dei migliori scrittori di noir e hard boiled a livello internazionale.
I suoi romanzi sono tradotti nelle principali lingue. Per Einaudi ha pubblicato, con Francesco Abate, il bestseller Mi fido di te (2007 e 2015), Respiro corto (2012), Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, 2013), con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo «Le Vendicatrici» (Ksenia, Eva, Sara e Luz; la serie è stata ripubblicata nei Super ET nel 2014) e Trudy (2024 e 2025).
Nel 2025 esce A esequie avvenute in cui a trent’anni dal primo romanzo che lo ha visto protagonista, torna l’Alligatore, una leggenda del crime italiano. Lo ha letto per Salotto Giallo Barbara Terenghi Zoia (recensione a questo link) che ha con l’occasione posto all’autore qualche domanda di approfondimento.
In A esequie avvenute ritroviamo l’Alligatore, Marco Buratti, segnato dal tempo, più disilluso e trasandato, ma ancora guidato da un’inflessibile sete di giustizia. Quanto c’è di umano e quanto di letterario in questa sua ostinazione da antieroe?
Umano e letterario si fondono nel personaggio dell’Alligatore.
Da un lato una solida tradizione letteraria declinata nella modernità e oltre il genere, dall’altra un’irriducibile ostinazione nel riaffermare il principio del primato dell’umanità. Però non lo vedo trasandato, non c’è nulla di sciatto nel suo agire. Piuttosto perseguitato dal passato con cui non riesce a fare i conti.
Nel romanzo non esistono figure davvero integerrime: né tra i “buoni”, né tra i “cattivi”. Tutti sembrano pronti a piegare le regole alle proprie necessità. È stata una scelta narrativa per rendere più tagliente il noir, oppure è uno specchio della società reale?
Specchio della società reale dove per molti vivere e/o sopravvivere comporta la necessità di porsi in quel confine invisibile, ormai, tra legalità e illegalità. La cronaca ci racconta proprio questo: una vera e propria modificazione antropologica dove il mondo degli onesti, dei “regolari” come li definisce l’Alligatore, è sempre più coinvolto nel crimine.
Un crimine “soft”, non cruento, che rasenta l’allarme sociale ma è frutto di una rivisitazione delle regole, del rigore morale e delle ovvie ricadute sociali.
L’ironia dell’Alligatore è ormai un marchio di fabbrica: amara, feroce, talvolta macabra. Un espediente che sembra alleggerire la narrazione ma, in realtà, ne sottolinea il peso. È un tratto confinato a questo personaggio, o lo consideri parte integrante del tuo modo di raccontare?
L’ironia è fondamentale nella mia concezione di romanzo. Anzi, anche della mia concezione della vita. È uno strumento straordinario per alleggerire, ma soprattutto per sottolineare in modo definitivo. Impedisce interpretazioni “altre”.
Obbliga il lettore a soffermarsi e magari riflettere.
In A esequie avvenute scorre un vero e proprio “fil rouge” musicale, con brani e autori citati fino alla postfazione. Che ruolo ha avuto la musica nella costruzione di questa nuova indagine dell’Alligatore? E, più in generale, cosa rappresenta la musica nella tua vita e nel tuo percorso di scrittore?
L’Alligatore è un ex cantante di blues. In questi anni e in questi dieci romanzi è cresciuto a quel ritmo che ha scandito la sua esistenza di personaggio. Lo ha aiutato a superare il peggio e a vivere la quotidianità. In questo romanzo la colonna sonora è stata scelta con cura. Marco Buratti ascolta solo voci femminili e i brani riflettono le atmosfere della pagina scritta.
Anch’io come l’Alligatore ho un rapporto molto stretto con la musica anche se sono più aperto all’ascolto. Quando scrivo ho bisogno sempre di un sottofondo ragionato.
L’Alligatore è un personaggio seriale molto amato, ma allo stesso tempo imperfetto, fragile, vicino ai più deboli e lontano dal classico eroe. Per te, come scrittore, è più stimolante continuare a sviluppare figure seriali già amate dal pubblico o inventarne di nuove? In cosa differisce il lavoro creativo nei due casi?
In trent’anni ho scritto dieci romanzi della serie dell’Alligatore. Di fatto una serialità anomala. Scrivo di Buratti quando il suo ruolo ha davvero senso nella storia che voglio raccontare.
Questo mi ha portato a inventare figure nuove e per un numero maggiore di romanzi. È anche vero però che alcune poi appaiono nella serie dell’Alligatore.
Mi piace l’idea di incrociare i loro destini dato che vivono nello stesso territorio.
Se dovessi descrivere l’Alligatore con una sola canzone, quale sceglieresti e perché?
Born under a bad sign di Albert Collins. Un blues sul destino e la sfortuna.
Marco Buratti diventa l’Alligatore quando nel giro di una notte il primo incontra la seconda.
Infine, la nostra domanda di rito. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto, invitare il tuo autore o autrice preferito/a e fargli/le una sola domanda. Chi inviti e cosa gli/le chiedi?
Non è il mio autore preferito ma inviterei Leonardo Sciascia e gli chiederei un giudizio sul romanzo poliziesco di oggi.
Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista e gli dà appuntamento… al prossimo romanzo!

Link d’acquisto:

