In salotto con… Stefano Piedimonte

In salotto con Stefano Piedimonte

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Samuela Moro

Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Stefano Piedimonte.

Stefano Piedimonte, nato a Napoli nel 1980, dopo una lunga esperienza giornalistica maturata tra testate come il Corriere del Mezzogiorno e il Corriere della Sera, ha costruito una produzione narrativa capace di muoversi tra ironia, tensione e zone d’ombra dell’animo umano.

Stefano Piedimonte

In Un momento di debolezza, edito Marsilio (recensito per noi da Samuela Moro a questo LINK) sceglie una Milano periferica e opaca per raccontare due esistenze fragili e diversissime, intrecciando temi complessi come il lutto, la salute mentale e il bisogno di restare aggrappati alla vita.

In questa piacevole intervista abbiamo approfondito il romanzo e alcuni aspetti della sua costruzione narrativa.

Bernard e Cesare hanno scritture e voci inconfondibili, eppure avanzando nel romanzo sembrano avvicinarsi, contaminarsi. È stato un processo consapevole, una partitura pianificata, o ha lasciato che accadesse nel corso della storia?

Ho lasciato che la prossimità fisica fra questi due personaggi, la loro frequentazione, desse inizio anche a una contaminazione, minima ma graduale e crescente, fra i loro modi di esprimersi (nella scrittura, quindi) e anche nel loro modo di ragionare, all’inizio così clamorosamente distanti, poi ancora distanti ma un “pochino” meno.

Per me, nelle mie intenzioni, nella mia visione di come ognuno di noi innesta parti di sé negli altri e al contempo ne riceve, quel “pochino” è un’enormità.

Quando due vite agiscono reciprocamente attorcigliandosi l’una intorno all’altra come se fosse l’elica di un nuovo DNA ristrutturato, io lì trovo il senso della sopravvivenza, l’unico che – da scettico, agnostico, poco propenso alle romanticherie – conosco e di cui mi fido. “Noi” – la nostra coscienza, quell’apparato di organi, muscoli, ossa, sangue e coscienza cui qualcuno un giorno attribuì un nome e che con il tempo ha maturato una percezione articolata e complessa di se stesso – non sopravviviamo alla morte. Non nella forma che spereremmo. Questo per me è categorico. Se lo facciamo, è solo attraverso una reciproca contaminazione.

C’è un intero e vastissimo museo di amici, affetti, volti, frasi, espressioni, modi di atteggiarsi, che sopravvive dentro di me; io porto dentro di me, spero degnamente, i pezzi di molte persone ancora vive o a cui sono sopravvissuto, spesso senza che me li abbiano offerti. Così è per Ludovico Bernard e Cesare Neiwiller.

Bernard racconta se stesso con cinismo lucido, senza autoassolversi ma anche senza condannarsi. Quanto è stato difficile costruire una voce narrante credibile proprio nella sua opacità morale, senza che il lettore la percepisse come una manipolazione?

Ludovico Bernard opera anche una manipolazione. Non direi che è il suo tratto principale, il suo tratto principale è un positivismo scientifico applicato alla vita, cui si aggrappa perché ha capito a proprie spese che i sentimenti, gli slanci, un certo tipo di atteggiamento nei confronti della vita diventa come sapone sciolto sotto i piedi, ti ci puoi divertire, puoi scivolarci come all’acquapark e avere la sensazione di una certa propulsione, ma poi sbatti con la testa per terra e ti fai molto male.

Bernard è quindi uno che indaga la vita con gli strumenti della scienza, cui, a sua volta, guarda con occhi che sono anche da filosofo, lui è una sorta di epistemologo. Se ce lo avessi davanti saprei indicargli con estrema precisione quali sono i punti del suo ragionamento che scricchiolano, ma probabilmente eviterei di farlo. Il suo sistema nasce da un dolore profondo, è un sistema nato come una cicatrice su una ferita molto profonda ed è coerente, a suo modo. Lo rispetto.

Quando ho pensato alla morale, ho capito che l’unico modo di affrontarla era sbatterci contro così forte da uscire dall’altra parte. Nietzsche diceva che bisogna sparare alla morale, Ludovico Bernard è uno su cui, al contrario, la morale ha fatto fuoco a ripetizione.

Ciò che è stato molto difficile non è inventare la sua voce, ma scarnificarla, concederle il vaniloquio, restituirle una suprema strafottenza per quelli che sono i canoni della narrativa contemporanea più pop. Mi è stato opposto, da un’amica che lesse il manoscritto prima della pubblicazione, che Bernard si lascia andare ad approfondimenti scientifici un po’ lunghetti, e che questo potrebbe alterare il ritmo della narrazione. Me ne sono fottuto.

Bernard è stato cacciato via, con disonore, dal mondo accademico. Non lo accetta, lui è ancora uno di loro e lo vuole ribadire. Il suo accanimento è quasi infantile. Lo trovo umano.

Ho ragionato seguendo quelle che per me sono la coerenza e la verità intrinseca di un personaggio: accarezzare il sistema editoriale, titillare il lettore con schemi ruffiani, standardizzati, omologati e poco credibili (ma che per qualche ragione continuano a vendere molto bene) sperando che faccia le fusa e spalanchi il portafogli può premiare in qualche caso le finanze personali ma raramente la propria soddisfazione più intima.

Chi vuole leggere libri come se fosse una corsa, come se stesse guardando una serie tv, senza mai concedersi la riflessione (che, al contrario, richiede lentezza), la divagazione, l’escursione naturale di una realtà raccontata per intero, non è il lettore a cui mi rivolgo.

La Milano del romanzo è periferica, rarefatta, con poca luce, quasi la cifra emotiva dell’intera storia. Perché Milano, e perché questa Milano così marginale? Cosa ti offriva narrativamente che un altro luogo non avrebbe potuto dare?

Perché Milano è il luogo in cui mi sono traferito molti anni fa, e il caseggiato Aler è quello in cui ho vissuto molti anni fa. La prima stesura del romanzo l’ho scritta in quel caseggiato in largo dei Gelsomini. Ero povero e molto depresso. Vedevo il mio futuro in maniera molto confusa, potrei dire. Il luogo in sé mi ha offerto la marginalità di cui avevo bisogno per creare il setting di questo racconto, una periferia che è geografica e dell’esistenza allo stesso tempo, a pochi passi dalla città più attiva e pulsante, ma decisamente separata.

Malattia mentale, lutto, dipendenza: temi su cui la narrativa spesso scivola nella consolazione o nel sensazionalismo. Tu li affronti con molta franchezza. Come sei riuscito a tenerti lontano da queste “trappole”? Hai avuto modelli o uno studio specifico a cui ti sei ispirato per trovare il tono giusto?

Nei nove anni in cui questo romanzo è nato, è stato scritto una prima volta, poi modificato, poi ancora e ancora, fino ad arrivare alla versione attuale e definitiva, ho fatto questo: ho cercato una voce. Volevo che fosse concreta, attaccata al personaggio, senza svolazzi, ma anche a modo suo poetica, con un suo proprio lirismo. Questo è ciò che volevo, poi non sta a me dire se ci sono riuscito.

So però che la voce di Ludovico e quella di Cesare mi suonano alle orecchie come autentiche, so che non mentono, e questo mi tranquillizza.

Mi è stato proposto, da alcuni editori che avevano letto il manoscritto, di adottare un approccio più solare, più aperto. Il primo editore a cui lo feci leggere mi rispose – con enorme rispetto e cautela, cosa che comunque apprezzai – testualmente: “Questo romanzo proietta un’ombra nera sul lettore che non scompare neanche una volta chiuso il libro”.

I miei romanzi precedenti sono quasi tutti delle commedie, forse i panni del buffone hanno una colla particolarmente tenace, e forse è anche per questo che alcuni mi hanno proposto escamotage narrativi simili a giochetti per lettori della domenica. Ho rifiutato, voglio perdere, preferisco perdere. E invece poi ho trovato un editore che ha accettato il libro per ciò che era: lo pubblico o non lo pubblico? Si è domandato. Basta così.

Questo libro puoi mettergli tutti i fiocchettini che vuoi, la sostanza è quella, ed è grigia. Non rendiamoci ridicoli. Di certe cose o ne parli o scegli un altro argomento, nessuno ti obbliga. La gente che vuole imbellettare mi ripugna. Rendere qualcosa più digeribile non è il nostro mestiere. Preferisco di gran lunga chi ha rifiutato di pubblicarlo. Mi basta incontrare pochi lettori e lettrici e che diventino, in un certo senso, dei miei compagni, degli spiriti affini. Sembra una roba da nulla, ma è un obiettivo ambizioso.

Infine la nostra domanda di rito: hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore o autrice preferito/a e fargli/le una sola domanda. Chi inviti e cosa gli/le chiedi?

Inviterei certamente Michel Houellebecq. Non so cosa gli chiederei, forse nulla. Fra l’altro conosco molto poco il francese.

Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista e gli dà appuntamento al prossimo romanzo…

Link d’acquisto al libro:

Un momento di debolezza Salotto Giallo

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