In salotto con… Fabrizio Carcano

In salotto con Fabrizio Carcano

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Katya Fortunato

Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Fabrizio Carcano.

Fabrizio Carcano (Milano, 1973), giornalista professionista per «Il Giorno» e collaboratore di diverse testate, è anche capo ufficio stampa della Blu Basket Bergamo e opinionista televisivo.

Da anni affianca alla cronaca una prolifica attività narrativa che lo ha reso uno dei giallisti più apprezzati dal pubblico milanese e lombardo, con numerosi titoli ai vertici delle classifiche e la direzione della collana Giungla Gialla di Ugo Mursia Editore.

In questa intervista a cura di Katya Fortunato racconta la genesi del libro, il lavoro sulla figura del cronista e quel confine sottile tra osservazione e coinvolgimento che attraversa tanto la realtà quanto la finzione narrativa.

Nelle note al romanzo lei racconta che il personaggio di Federico Malerba nasce anche dalla sua esperienza di giornalista. C’è qualcosa di lui che lei non ha e che, invece, le piacerebbe avere?

Addirittura, in una prima bozza scritta tra il 2005 e il 2006, era l’unico protagonista e soltanto nella stesura definitiva, avvenuta nel 2009, è stato affiancato dall’amico e coetaneo commissario Bruno Ardigò, per una trama con due protagonisti, un poliziotto e un giornalista per due indagini parallele.

Avevo scelto la formula di due amici coetanei, entrambi del 1973, il mio anno di nascita, entrambi milanesi come me, per avere più facilità nel raccontare la mia generazione.

Nel mio secondo giallo milanese, La tela dell’Eretico, ho mantenuto lo schema dei due protagonisti, dal terzo romanzo in avanti invece Ardigò si prende la scena e Malerba diventa un personaggio secondario, che appare più o meno in quasi tutti i miei gialli contemporanei (non nella serie del commissario Maspero, ambientata negli anni Settanta, per ragioni anagrafiche).

Questa volta ho scelto di farlo diventare protagonista in uno spin off, scritto in prima persona, mantenendo una parte biografica importante, al netto poi di differenze legate anche alla narrazione. Ovviamente Malerba fa un mestiere molto all’antica, lavorando molto sul campo, oggi la realtà è ben diversa. 

Comunque no, non prenderei nulla di particolare da lui semplicemente perché Malerba è un personaggio molto reale con limiti umani, caratteriali, professionali, non proprio un perdente ma quasi, anche in questo molto biografico… 

Nel romanzo, come in molti suoi libri, il passato riemerge all’improvviso e costringe i personaggi a confrontarsi con ciò che credevano sepolto. Secondo lei cosa fa più paura: scoprire la verità oppure rendersi conto che, in fondo, la conoscevamo già?

In un mio romanzo precedente ho scritto che “il passato non muore mai ma continua a uccidere”, frase che posso aggiornare in “il passato continua a vivere e a cercarci”.

Intanto parliamo di noir e di finzione narrativa, ma questa trama inventata e di pura fantasia racconta in fondo la realtà di oggi: un femminicidio avvenuto trent’anni prima, quando ancora molti delitti restavano irrisolti per mancanza di strumenti come le telecamere, ma nulla di nuovo rispetto a oggi, con la cronaca che ci racconta di assassini che fanno a pezzi i corpi delle loro vittime e li gettano in fossi o canali sperando di seppellire il male commesso e farla franca (poi per fortuna non succede quasi mai).

Ma il male commesso prima o poi riemerge in qualche modo, anche molti anni dopo. 

Nei suoi romanzi Milano è spesso molto più di una semplice ambientazione: sembra quasi un organismo vivo, con una memoria e con le proprie cicatrici. Che città è oggi Milano per chi, come lei, la racconta da tanti anni? 

Milano è la vera protagonista di tutti i miei diciannove libri, dal primo, Gli Angeli di Lucifero, a quest’ultimo.

Ho iniziato a raccontare la Milano del 2008/2009 e sono arrivato a quella del 2025, cercando di raccontare i suoi “cambi di stagione”, restando aderente all’immagine della città in quegli anni, nel suo bene e nel suo male. Mi è sempre piaciuto far vivere, nelle mie pagine, la città con i suoi respiri, i suoi odori, i suoi umori, e i suoi malumori, spesso anche raccontandola a modi stradario, a piedi, per scoprire piccoli angoli nascosti oppure ignorati pur essendo sotto gli occhi di tutti, a volte sorprendendo anche i miei allora concittadini milanesi che appunto ignoravano realtà sotto gli occhi di tutti.

Poi dal 2015, dopo aver traslocato a Bergamo per amore, ho continuato a raccontare la mia Milano con l’occhio staccato di una quarantina di chilometri, che mi permette di avere meno coinvolgimento e più razionalità nel descriverla tra tante luci e pure tante ombre. 

Lei ha raccontato spesso il lato oscuro della città. C’è una vicenda reale — un episodio di cronaca, un mistero o una storia milanese — che non ha ancora trasformato in romanzo perché la realtà le sembra troppo scomoda perfino per un noir?

Di episodi oscuri e complessi, a Milano, ce ne sono molti.
Nelle mie storie, però, pur raccontando anche delitti efferati, non ho mai rappresentato il male più estremo, quello davvero inconcepibile.

È un tipo di violenza che osservo nella cronaca reale. Penso, per esempio, ai femminicidi degli ultimi anni. Vicende che seguo e commento anche come opinionista televisivo nelle trasmissioni crime.

Lo ripeto spesso: la realtà, oggi, supera la fantasia narrativa. E lo fa per livello di cattiveria e crudeltà.

Restando su questo rapporto tra realtà e narrazione: se tra trent’anni uno scrittore dovesse raccontare in un noir la Milano di oggi, quale verità scomoda della città pensa che potrebbe emergere come la nuova “via Palestro”?

Nessuna perché la strage di via Palestro è stata appunto una strage. Essa rappresenta un punto finale di un terribile periodo oscuro per l’Italia e soprattutto per Milano: ventitré anni e mezzo (dal dicembre 1969 con lo scoppio della bomba di piazza Fontana) di stragi, intrighi, misteri e episodi oscuri.

Non parlo solo delle bombe sui treni o nelle piazze ma degli omicidi e sequestri di statisti, giudici, politici ecc ecc.  

Dal luglio 1993 terminano le stragi di Stato, di mafia, di terrorismo, e inizia una pagina diversa, con molta più trasparenza pubblica, senza più ombre come quelle di quei ventitré anni che racchiudono il periodo più nero per l’Italia repubblicana.

Oggi nessuno di noi, per fortuna, può anche solo immaginare o temere, mentre sale sul treno o passeggia in una strada, che possa scoppiare una bomba. 

Infine, la nostra domanda di rito: se potesse sedersi nel nostro Salotto con il suo autore o la sua autrice preferita e porgli/le una sola domanda, chi inviterebbe e cosa gli/le chiederebbe? 

Bella domanda. Dato che mi reputo un giallista dal taglio soprattutto esoterico e religioso il mio autore preferito è Valerio Massimo Manfredi, ma di domande da fargliene ne avrei mille, non una… 

Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista… e gli dà appuntamento al prossimo romanzo
Il volto della medusa Salotto Giallo

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