Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
Se non fosse arrivato l’Homo sapiens, «il bullo interglaciale», a plasmare il mondo in cui viviamo, saremmo tutti dei Neanderthal felici. Sensibili, sognatori e felici. Questo almeno è ciò che pensano i Moulinard nella loro comune anarchica, anticapitalista e antimoderna. Ci vuole una professionista per impedire che il loro ingenuo idealismo disturbi le manovre delle multinazionali nel sudovest della Francia. Il suo nome (falso) è Sadie Smith, la sua specialità infiltrarsi nelle organizzazioni antagoniste e farle implodere (o esplodere).
Ma non sempre tutto va come previsto. «Sadie Smith», la protagonista di questo libro, non si chiama veramente Sadie Smith. Il suo vero nome non lo sapremo mai, ma quel che sappiamo è che Sadie è una giovane spia, un’ex agente dell’Fbi incaricata da non meglio precisati «contatti» di indagare su un gruppo di anarchici, i Moulinard, insediati in una comune agricola nel sudovest della Francia.
I Moulinard, in lotta contro il progetto di un gigantesco bacino idrico agroindustriale che rischia di dissestare l’ecosistema della valle e spazzare via i contadini locali, si ispirano agli insegnamenti di Bruno Lacombe, un eccentrico maître à penser postsituazionista, ex sodale di Guy Debord, che si è ritirato a vivere in assoluto isolamento nelle grotte della regione, da cui esce solo per inviare ai suoi accoliti e-mail in cui espone una visione del mondo radicalmente anticapitalista e antimoderna.
Come sarebbero andate le cose, si domanda Lacombe, se ad avere la meglio nella lotta evolutiva per la sopravvivenza non fosse stato l’Homo sapiens, «il bullo interglaciale che ha plasmato il mondo in cui siamo intrappolati», ma l’uomo di Neanderthal, ben piú capace di contemplare le stelle e di sognare, ovvero di «rendere visibile l’invisibile»?
La missione di Sadie è dimostrare che i Moulinard sono responsabili di atti di sabotaggio e azioni violente, o se necessario spingerli in quella direzione infiltrandosi tra loro, il che non è un problema per la cinica e scafata spia statunitense, che disprezza quello che considera l’ingenuo idealismo dei gauchiste, coglie impietosamente le loro contraddizioni ed è disgustata dalla scarsa virilità del mellifluo Lucien.
Sadie finirà cosí per imparare da Lacombe a scrutare nel buio, e a «salutare e guardare scomparire» i fardelli che per tutta la vita si è portata dietro. Ispirato ad alcune vicende reali di infiltrazione poliziesca e persecuzione giudiziaria contro l’attivismo ecologista, l’ultimo romanzo di Rachel Kushner, da sempre interessata alla storia della controcultura e dell’antagonismo politico, ci regala una prospettiva inedita da cui contemplare i conflitti del nostro tempo: lo sguardo algido e malinconico, alienato eppure struggente, di una nemica, e ci spinge a domandarci: e se fosse il nostro stesso sguardo?
Rachel Kushner con Il Lago della Creazione costruisce un impianto narrativo denso, stratificato, con evidenti aspirazioni letterarie.
La scrittura è ricercata, spesso elegante, e dimostra una notevole padronanza del linguaggio. Tuttavia, proprio questa cura stilistica diventa un’arma a doppio taglio: il testo tende a dilungarsi, a girare su sé stesso, appesantendosi in una verbosità che rischia di scoraggiare il lettore più paziente.
Uno degli aspetti più problematici è una certa sensazione di artificiosità.
I personaggi, pur ben delineati sulla carta, sembrano a tratti costruiti più per sostenere l’architettura intellettuale del romanzo che per vivere davvero sulla pagina.
Questo contribuisce a creare una distanza emotiva che rende difficile entrare pienamente nella storia.
Nella trama emerge sopratutto la figura di Bruno Lacombe, antagonista della protagonista narratrice Sadie Smith e personaggio centrale del libro.
Ex sessantottino francese, ormai anziano, Lacombe si è ritirato a vivere in una grotta nel sud della Francia, lontano dalla società contemporanea. Da questo isolamento quasi ascetico, mantiene però un legame indiretto con il presente: invia email a un gruppo eco-anarchico, i Moulinard, incitandoli, in modo più o meno esplicito, a una rivolta contro la tecnologia e le sue derive.
In un passaggio significativo afferma:
Ora, a più di un decennio dall’inizio del ventunesimo, è giunto il momento di riformare la coscienza. Non attraverso gli «ismi». Non con i dogmi. Ma attingendo ai segreti più mistici che non abbiamo mai svelato a noi stessi: quelli riguardanti il nostro passato
Queste parole condensano la sua visione: una profonda disillusione verso le ideologie tradizionali, anche le più radicali alle quali aveva creduto da giovane, e una svolta verso una ricerca interiore, quasi mistica, che però resta sfuggente e difficilmente comunicabile.
Lacombe non contrappone a Sadie un sistema alternativo, ma piuttosto introduce ambiguità, dubbi e una tensione tra rifiuto del presente e nostalgia di un senso perduto.
La sua stessa scelta di vivere ai margini, pur continuando a influenzare altri a distanza, lo rende una figura contraddittoria e per certi versi inquieta.
Non meno complessa è la protagonista e voce narrante, Sadie Smith. Di lei non conosciamo nemmeno il vero nome: “Sadie Smith” è solo un’identità operativa, una delle tante possibili.
Ex agente dei servizi statunitensi, ora lavora per gruppi privati ed è incaricata di infiltrarsi proprio nei Moulinard.
Fin dall’inizio, la sua prospettiva è segnata da una distanza professionale, da un’abitudine a osservare senza esporsi davvero.
Questa formazione si riflette nella sua voce narrativa, che rimane controllata, analitica, spesso sfuggente. Sadie è una protagonista che non cerca immediatamente la simpatia del lettore: il suo sguardo è filtrato da strategie, sospetti, doppi livelli di lettura.
Anche quando la sua missione la porta ad avvicinarsi alle idee di Lacombe, e quindi a mettere in discussione le proprie certezze, non si assiste mai a una vera trasformazione lineare o rassicurante.
Al contrario, il dubbio morale cresce senza mai risolversi del tutto. Sadie resta una figura ambigua, sospesa tra adesione e distacco, tra coinvolgimento e calcolo.
È proprio questa ambiguità, figlia della sua attività e della sua identità frammentata, a renderla coerente con il tono del romanzo, ma anche a contribuire a quella sensazione di freddezza e costruzione che può rendere la lettura meno coinvolgente sul piano emotivo.

Rachel Kushner
Rachel Kushner è l’autrice dei romanzi Braci nella notte (Ponte alle Grazie 2015), I lanciafiamme (Ponte alle Grazie 2014), Mars Room (Einaudi 2019) e della raccolta di saggi Fatti per bruciare (Einaudi 2023).
Ha vinto il Prix Médicis ed è stata finalista al Booker Prize, al National Book Critics Circle Award, al Folio Prize e per due volte al National Book Award in Fiction. I suoi libri sono stati tradotti in ventisette lingue.
Kushner sa evocare atmosfere suggestive e riesce a inserire riflessioni interessanti, soprattutto quando si concentra su temi esistenziali e sulle dinamiche interiori.
In questi momenti, il romanzo ritrova una sua autenticità e dimostra il talento dell’autrice.
Il problema è che tali intuizioni sono spesso sommerse da una narrazione ridondante, che rallenta il ritmo e rende la lettura, a tratti, faticosa. Ne deriva un’esperienza discontinua: stimolante in alcuni passaggi, ma nel complesso meno coinvolgente di quanto prometta.
In conclusione , Il lago della creazione è un romanzo che divide.
Può affascinare chi ama le scritture dense e riflessive, ma rischia di risultare eccessivamente costruito e, alla lunga, persino noioso per chi cerca una narrazione più immediata e viva.
Un’opera imperfetta, ma non priva di spunti che meritano attenzione, soprattutto in un contesto di lettura più critico e analitico.
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