Il caso Montesi tra verità nascoste e potere
Recensione di Emanuela Ferrara

Rubrica a cura di Francesca Pica e Samuela Moro
TRAMA
Il 9 aprile 1953 Wilma Montesi esce di casa e scompare. Due giorni dopo, il suo corpo viene ritrovato sulla spiaggia di Torvaianica. Quello che inizialmente sembra un tragico incidente si trasforma nel caso giudiziario più celebre dell’Italia repubblicana, uno scandalo che coinvolge politica, potere e opinione pubblica.Chiara Ricci, studiosa di cinema e teatro italiano, ricostruisce questa storia emblematica del Novecento con rigore documentale e sensibilità narrativa.
Attraverso fonti inedite e un’analisi approfondita degli atti processuali, l’autrice offre una chiave di lettura innovativa: il caso Montesi come un film neorealista mai girato, dove ogni scena nasconde verità mai completamente svelate. Non un semplice cold case di cronaca nera, ma un’indagine sul rapporto tra giustizia, potere e narrazione mediatica nell’Italia del dopoguerra. Il libro restituisce dignità a Wilma, sottraendola alla spettacolarizzazione per renderla protagonista della propria storia.
Con prefazione di Andrea Pamparana, giornalista e scrittore, il volume si rivolge ad appassionati di storia contemporanea, studiosi di giornalismo e comunicazione, e a chi è interessato ai temi della giustizia sociale e degli studi di genere.
9 aprile 1953 – 27 maggio 1957.
Sono le date in cui Wilma Montesi scompare (e presumibilmente muore) e quella in cui “muore una seconda volta”: il giorno della conclusione del processo che vede, in buona sostanza, il proscioglimento di tutti gli imputati. Insomma, come cantano gli Ianva, gruppo musicale italiano neofolk-dark cabaret genovese, Wilma è morta per un “pediluvio”.
Sarà uno scherzo per la cricca il rimediare / Un confratello medico legale che attesti di un incauto pediluvio, ahimé letale!
Il silenzio sul mare. Il caso Montesi tra verità nascoste e potere è il saggio di Chiara Ricci, edito da Graphe.it, che prova a ricomporre i pezzi di questo intricato mosaico in modo insolito.
Ancora oggi la domanda è la stessa: disgrazia, suicidio o assassinio? E se oggi non abbiamo nessuna certezza, ricordiamoci che Wilma, anche se per poco, è rimasta il “cadavere 25227”. Inizialmente era solo una scomparsa.
Il saggio di Chiara Ricci sul caso Montesi si presenta come un’operazione editoriale audace, che tenta di nobilitare la cronaca nera attraverso un’impalcatura narrativa mutuata dal linguaggio cinematografico.
Sebbene l’intento di restituire un affresco totale dell’Italia degli anni ’50 sia lodevole, l’esecuzione solleva diversi interrogativi sulla tenuta metodologica e sull’efficacia comunicativa dell’opera.
La scelta di strutturare il volume come una sceneggiatura — con tanto di titoli di testa, backstage e “tempi” cinematografici — è certamente originale, ma rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio.
L’insistenza su questi espedienti tecnici finisce per frammentare il ritmo della narrazione. Il lettore, invece di essere guidato nei meandri di una vicenda complessa, si ritrova spesso smarrito tra digressioni e “cambi di inquadratura” che sottraggono ossigeno al focus investigativo.
Un approccio più lineare o una selezione più rigorosa delle scene extra avrebbe giovato alla chiarezza.
Per un saggio che tratta una vicenda giudiziaria così intricata, la pulizia strutturale è spesso preferibile alla ricercatezza formale.
Nonostante la struttura frammentaria, il saggio ha il merito di isolare i nodi cruciali del caso, sebbene questi finiscano talvolta sommersi dall’apparato stilistico.
Dalla frettolosa tesi del “pediluvio” al coinvolgimento dell’élite politica (Piero Piccioni e il marchese Montagna), il libro ripercorre correttamente le tappe dell’insabbiamento.
È interessante l’analisi della stampa come “tribunale mediatico”. Dai rotocalchi scandalistici al giornalismo d’assalto di Silvano Muto, emerge chiaramente come il fango di Torvaianica sia diventato un grimaldello politico contro la Democrazia Cristiana. Tuttavia, queste sezioni avrebbero beneficiato di un maggiore approfondimento documentale a scapito delle riflessioni più marcatamente estetiche.
Uno dei punti di forza del lavoro risiede negli “Intervalli“, dove la Ricci distoglie lo sguardo dai palazzi del potere per puntarlo sul focolare domestico.
Qui emerge un quadro familiare che scardina l’iconografia tradizionale dell’epoca.
Contrariamente ai canoni del 1953, infatti, la figura centrale è la madre di Wilma. È lei a gestire l’economia e a possedere fisicamente le chiavi di casa, negandole simbolicamente al marito.
In casa Montesi si vive in un lusso difficilmente giustificabile e i rapporti tra madre e figlie sono tesi.
Questa rigidità domestica potrebbe aver spinto Wilma a cercare spazi di libertà altrove, finendo nelle rete di relazioni pericolose di Capracotta?
Il punto più critico dell’opera è senza dubbio la conclusione: un’intervista immaginaria a Wilma Montesi.
Sebbene l’intento sia quello di restituire dignità alla vittima “fuori dai verbali”, l’espediente risulta eccessivamente ambizioso e, a tratti, pretenzioso. In un saggio che si pone l’obiettivo di ricostruire una verità storica e sociale, l’irruzione della licenza poetica crea un cortocircuito che mina l’autorevolezza del lavoro documentario.
Dare voce alla vittima è un gesto nobile, ma lo si potrebbe fare attraverso una sintesi dei suoi sogni e delle sue aspirazioni desunti dai diari o dalle testimonianze reali, evitando di inventare un dialogo che rischia di apparire artificioso.

Chiara Ricci
Chiara Ricci è nata a Roma nel 1984. Si è laureata in Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo con una tesi dal titolo Il teatro davanti alla macchina da presa. Elementi di teatro nel cinema di Anna Magnani, cui ha fatto seguito, nel 2010, la Laurea Magistrale con lode in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale, dedicata alla figura della prima regista del cinema italiano, Elvira Notari.
Studiosa di cinema e teatro, ha curato e scritto saggi monografici su figure centrali della scena culturale italiana, tra cui Anna Magnani, Alberto Lionello, Valeria Moriconi, Elvira Notari, Lilla Brignone, Ugo Tognazzi e Monica Vitti, oltre a un volume su Wilma Montesi. Ha inoltre collaborato con l’atleta di salto in alto Antonietta Di Martino alla stesura del libro dedicato alla sua carriera sportiva.
Nel 2017 è stata nominata “Cultore della materia in Storia del Cinema e Filmologia” dall’Università degli Studi Roma Tre. È presidente dell’Associazione Culturale “Piazza Navona”, ideatrice dell’omonima rubrica online e del Premio Letterario Nazionale “EquiLibri”. Collabora con istituzioni e festival per l’organizzazione di mostre dedicate al cinema, esponendo spesso parte del suo archivio personale e tiene lezioni e conferenze, in Italia e all’estero, sulla storia del cinema e del teatro. Con Graphe.it edizioni ha pubblicato Anna Magnani. Racconto d’attrice (2023).
Il lavoro di Chiara Ricci è, in sintesi, un esperimento interessante che però soffre di una certa ipertrofia stilistica. Il libro fatica a decidere cosa vuole essere: un’inchiesta rigorosa, un’analisi antropologica o un romanzo sperimentale (?).
Se l’autrice avesse saputo sacrificare parte dell’impalcatura cinematografica a favore di una narrazione più asciutta e meno indulgente verso l’emotività, il saggio avrebbe certamente guadagnato in incisività e autorevolezza.
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