In salotto con… Ida Sassi

Intervista con Ida Sassi

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Monica Truccolo

Ospite di oggi del nostro spazio interviste “In salotto con…” Ida Sassi

Ida Sassi, nata a Bari e da anni residente a Milano, ha una formazione scientifica che affianca a un lungo percorso nel mondo editoriale. Laureata in Fisica all’Università di Padova, si è occupata per diverso tempo di letteratura francese, traducendo romanzi per case editrici come Adelphi e Newton Compton. Accanto all’attività di traduttrice, ha costruito negli anni una propria voce narrativa, firmando diversi romanzi per Leone Editore.

Con I giorni della solitudine, quinto volume della serie di romanzi gialli dedicata al Vicequestore Guido Valenti e alla sua squadra, l’autrice torna a esplorare le fragilità e le tensioni che attraversano l’animo umano, muovendosi con sicurezza tra introspezione e tensione narrativa.

In questa intervista Ida Sassi ci accompagna dietro le quinte del suo ultimo libro, tra temi, scelte narrative e percorso autoriale (a questo LINK la nostra recensione, a cura di Monica Truccolo)

In questo quinto romanzo, come hai sviluppato il personaggio del vicequestore Guido Valenti, mostrando la sua capacità di affrontare unindagine che coinvolge direttamente uno dei suoi affetti più cari? 

Quando scrivo, inseguo un’immagine che mi assilla e che lentamente prende forma e diventa una storia. 

Rileggendo, mi accorgo che nei miei romanzi, pur nella varietà delle storie narrate, uno schema ricorre spesso e si impone: il fluire in apparenza placido della vita quotidiana contrapposto a un momento di crisi. Immagino i personaggi posti di fronte a una svolta, a una decisione che può cambiare la vita.  

Nei Giorni della solitudine il protagonista, Guido Valenti, è incapace di reagire alle minacce e viene travolto dal rapimento della donna che ama. Guido si ritrova solo, diviso tra il dolore e la tentazione dell’odio, il terrore della perdita e il senso di colpa, sull’orlo dell’abisso. Cosa lo salva dalla disperazione? Esiste qualcosa che possa impedirci di precipitare? Lascio che a rivelare il percorso di Guido siano i gesti, i ricordi, alcuni frammenti dei suoi pensieri. È troppo profondo e oscuro l’animo umano perché un narratore possa pensare di descriverne in modo compiuto e sincero la complessità.  

È solo.  

«Andiamo, Spike, andiamo a casa.» 

Il cane non corre, ma trotterella vicino alle sue gambe, accarezzandolo con il muso. Guido si sente improvvisamente fiducioso. 

«Piangerai dopo, Guido Valenti» dice. «Ora ragiona. Piangerai dopo.» 

In un intreccio di potere, vendette e paure profonde, come si confronta Valenti con la scelta tra rispettare la legge, pur sapendo che potrebbe non essere sufficiente, e cedere alla tentazione di una giustizia privata? 

Il dilemma del protagonista non è tanto se rispettare o meno la legge, deriva piuttosto da una crisi di identità, e dà inizio a una maturazione che non si conclude con la fine del romanzo. 

Guido Valenti è sgomento di fronte all’odio che lo travolge quando la moglie Isabella scompare, un odio che sommerge la sua storia, la sua vita intera: Guido odia il rapitore ma odia anche sé stesso, odia i valori a cui si è ispirato nella vita e nella professione.  

Credo che compito della letteratura sia porre delle domande, non dare delle risposte, e quindi rappresento il personaggio nelle sue contraddizioni. 

Nel corso della serie, Guido Valenti appare come un uomo impulsivo, capace di cambiare idea con assoluta disinvoltura. Il rapimento di Isabella è una condizione estrema, drammatica, nella quale Guido passa in tempi brevi da un comportamento al suo opposto. Sempre tormentato dal dubbio: fin dove potrebbe arrivare se trovasse il rapitore, o se trovasse lei, ferita o morta?  

«Scendi» ordina. E ora? Un disgusto profondo gli provoca un conato di vomito al pensiero di picchiare un uomo legato, un uomo vecchio. Si è battuto tante volte nella vita, ma non a freddo, non così. Nella notte tiepida, su quel prato triste, con le luci di Milano in lontananza, Guido stringe i pugni dicendo a se stesso che quest’uomo sa dov’è Isabella e forse l’ha già uccisa o le sta facendo del male, che le sue sono stupide e inutili remore. No, a mani nude non lo può fare.  

Quale personaggio ti ha messo di fronte alla prova più complessa e come hai lavorato per rendere vivi, con ferite, segreti e tensioni emotive, tutti i personaggi che popolano il romanzo? 

Senza esitare, dico Lisa Mandelli e la nipote Bianca Clerici. Ho finalmente trovato il coraggio di scrivere di personaggi che osano essere diversi, e pagano il prezzo della loro diversità. Sono figure femminili difficili, che ho raccontato senza concessioni, senza renderle simpatiche a tutti i costi. 

Oggi il personaggio neurodivergente è diventato quasi di moda, e questo rischia di trasformarlo nell’ennesimo cliché. Le donne che racconto, invece, non hanno nulla di piacevole o divertente, né per sé né per gli altri.

Ovviamente ho studiato molto per raccontare la loro storia, mi sembra inutile dirlo e quasi mi vergogno, studiare è una cosa che faccio da sempre. 

Queste donne “diverse” sperimentano un profondo disagio del vivere, avvertono una fatica insuperabile nelle relazioni con gli altri, eppure si ostinano a costruire la propria esistenza senza soccombere alla sofferenza, senza aderire a modelli di una pretesa normalità. Amo questi personaggi, che mi sono molto cari nella loro battaglia solitaria. Anche quando compiono scelte estreme, quello che può essere interpretato come auto escludersi dalla vita è una scelta forte, che richiede coraggio e consapevolezza.  

Come hai bilanciato personaggi, trama e ambientazioni per costruire un romanzo armonioso e coinvolgente?  

Il romanzo è uno specchio, scrive Stendhal nel Rosso e Nero, uno specchio che va a spasso su una strada e riflette a volte il cielo a volte il fango delle pozzanghere. Un’immagine potente, che ancora oggi, in tempi così mutati, rende bene la versatilità del romanzo, genere ibrido per eccellenza, da sempre in grado di raccontare il mondo interiore e la realtà. 

Affido alla costanza del punto di vista il compito di garantire l’unità della visione e il ritmo dell’azione. È una scelta che riflette una concezione del mondo, la convinzione che non si possa più proporre il narratore onnisciente che spiega e determina ogni avvenimento in modo oggettivo, che possiede insomma la conoscenza.

Nei miei romanzi la città, le strade, i colori, il tempo sono visti attraverso lo sguardo di un personaggio, senza pretesa di oggettività. Inoltre, il lettore è chiamato a partecipare, cogliendo il non detto, riempiendo con il lavoro di una mente attiva le reticenze, i suggerimenti appena accennati.  

Se potessi incontrare nel nostro Salotto il tuo autore o autrice preferito/a e rivolgergli una sola domanda, chi sarebbe e cosa gli/le chiederesti? 

I miei autori preferiti sono infiniti come le gocce del mare.

Ma poiché devo scegliere, penso a Thomas Hardy, di cui amo in modo particolare Via dalla pazza folla. C’è una domanda, che l’irrequieta Batsceba, in una notte disperata, vorrebbe rivolgere allo straordinario protagonista del romanzo. Vorrebbe ma non osa e, come lei, noi non conosceremo mai la risposta e torneremo a chiedercelo: Come riesce Gabriel Oak a sopportare le cose?  

Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la disponibilità all’intervista
I giorni della solitudine Salotto Giallo

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