Il Banditore di Joan Samson

Il banditore Salotto Giallo

Recensione di Marco Lambertini

Rubrica a cura di Emanuela Ferrara

TRAMA

I Moore vivono in una fattoria nella comunità rurale di Harlowe, New Hampshire, dove la tradizione è legge e la corrente elettrica è un lusso. L’erba del pascolo da tagliare, il mais e le patate da coltivare, le vacche da mungere: la vita di John e Mim è scandita dal duro lavoro delle braccia, mentre la piccola Hildie cresce sotto il loro sguardo amorevole e la madre di John, indurita dall’artrite, è ormai incastonata nel divano davanti alla tv.

È un’esistenza di semplici abitudini che si ripetono immutate, fino al giorno in cui in paese arriva Perly Dunsmore, un banditore d’asta. Dicono che abbia girato il mondo, Dunsmore, ma ora si è fermato proprio qui, sistemandosi nella casa più bella del paese, dove per altro è avvenuto l’unico omicidio che Harlowe ricordi. Elegante e suadente nei modi, il banditore – ha fatto sapere – organizzerà aste per raccogliere fondi da destinarsi alla polizia locale.

La gente di Harlowe, tutta, è caldamente invitata a offrire anticaglie in disuso, anche cose da poco: in fondo che costa? Le aste si susseguono sempre più frequenti, finché gli abitanti si ritrovano senza più nulla da dare, se non le cose da cui non si separerebbero per nessuna ragione al mondo. Ma Dunsmore, spalleggiato dalla polizia di giorno in giorno più arrogante, non desiste dal chiedere e non tollera rifiuti. E chi si ribella non per forza sarà salvo.

Ne Il banditore l’inquietudine e l’orrore strisciano dentro il quotidiano di una comunità, dove il lato oscuro aspetta solo di manifestarsi. Scritto nel 1975, primo e unico romanzo di Joan Samson, questa piccola perla di rural horror, che è già un classico, evoca La lotteria di Shirley Jackson e ispirerà Stephen King per il suo Cose preziose.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1975, Il Banditore è un romanzo potentissimo, capace di trasformare una vicenda di provincia in una riflessione universale sul potere, sulla manipolazione e sulla fragilità delle comunità.

Joan Samson costruisce una storia che procede senza strappi, almeno fino alle ultime cinquanta pagine, ma con una determinazione implacabile, insinuando nel lettore un’inquietudine crescente e duratura.

Il Banditore è il primo e unico romanzo di Joan Samson, pubblicato poco prima che una malattia ponesse fine prematuramente alla vita della scrittrice.

Questo elemento biografico contribuisce a rendere l’opera ancora più intensa. Nonostante si tratti di un esordio, il libro rivela una grande  maturità narrativa: controllo del ritmo, precisione psicologica, coerenza strutturale, Samson dimostra una consapevolezza rara nel dosare tensione e realismo, evitando ogni compiacimento.

Nella postfazione, il marito dell’autrice sottolinea quanto la storia, con il suo procedere inquietante e quasi sottotraccia, risulti oggi straordinariamente attuale.

È difficile non riconoscere nelle dinamiche del romanzo tensioni che sembrano appartenere anche al nostro presente.

La prosa di Joan Samson è asciutta, controllata, essenziale. L’ansia e l’inquietudine aumentano seguendo la stessa progressione delle aste: dapprima oggetti inutili, poi mobili e attrezzi, infine la terra e le case degli abitanti di Harlowe.

Ogni passaggio appare quasi naturale, a volte perfino giustificabile.

Ma è proprio questa apparente normalità a rendere il processo devastante. Il lettore si abitua a piccoli cedimenti, a concessioni minime che aprono la strada a perdite sempre più dolorose.

Samson costruisce un senso di accerchiamento progressivo, una pressione che si fa via via più intensa senza mai diventare esplicita. Fino a quando l’aria sembra irrespirabile.

Attraverso il punto di vista della famiglia Moore, John, Mim, la piccola Hildie e Ma’ Moore, assistiamo a questo lento svuotamento. All’inizio la scelta di “donare” oggetti inutili al banditore appare quasi ragionevole. Poi arrivano le rinunce più faticose: strumenti di lavoro, beni necessari, pezzi di quotidianità. La paura non è più solo economica, ma esistenziale. Si insinua il timore di perdere la terra e, con essa, la propria identità.

I Moore diventano lo specchio attraverso cui osserviamo ciò che accade a un’intera cittadina, fino ad allora pacifica, che si ritrova al centro di qualcosa di difficile perfino da immaginare: un lento e continuo scivolare in un burrone.

Non c’è uno strappo improvviso, ma una discesa progressiva, quasi impercettibile, verso una trasformazione irreversibile.

E in fondo a quel burrone sembra delinearsi una nuova città, nuovi abitanti, un mondo diverso. La sostituzione non è dichiarata, ma suggerita. È una dinamica che richiama, in filigrana, la nascita stessa degli Stati Uniti d’America: l’idea di un territorio che cambia volto, ridefinito da nuove presenze e nuovi equilibri di potere. Una similitudine che oggi appare ancora più inquietante, perché sembra tornare di drammatica attualità.

Joan Samson

Joan Samson (1937-1976), nata in Pennsylvania, ha studiato al Wellesley College, si è laureata alla University of Chicago nel 1959 e alla Tufts University nel 1968. Ha insegnato a Chicago, Newton e Londra.

Il banditore, pubblicato poche settimane prima della sua morte avvenuta nel 1976, è il suo primo e unico romanzo.

Attraverso la famiglia Moore, Joan Samson rende tangibile questa metamorfosi.

Il loro sgretolarsi non è solo privato: è il sintomo di un mutamento collettivo, di una sostituzione silenziosa che lascia dietro di sé smarrimento e perdita.

Al centro di questo processo si impone Perly Dunsmore, il banditore del titolo, figura che arriva all’improvviso e che, grazie a un fascino naturale, riesce a dare vita a un meccanismo che lo vede ben presto diventare una sorta di capo supremo. Non solo banditore d’asta, ma creatore di una città nuova. È una figura misurata e inquietante. Il suo potere si fonda sulla legalità apparente e sulla capacità di rendere accettabile ciò che, passo dopo passo, diventa intollerabile.

Intorno a lui, anche chi dovrebbe difendere la comunità, come lo sceriffo Bob Gore, finisce per accodarsi a questa forza crescente, dimostrando quanto sia facile lasciarsi attrarre da un potere che sembra offrire ordine, ma che in realtà mira soltanto ad espandersi.

Ed è proprio quando ansia e inquietudine raggiungono il loro apice, quando i Moore e molti altri abitanti di Harlowe hanno ormai poco o nulla da poter ancora “donare”, che Joan Samson fa esplodere l’orrore.

Non si tratta di un’esplosione fragorosa o spettacolare. È coerente con tutto ciò che l’ha preceduta: strisciante, inizialmente quasi abbozzata, ma definitiva. Dopo aver accompagnato il lettore in un crescendo fatto di sottrazioni e silenzi, l’autrice rende evidente la natura profonda del potere che si è insediato nella comunità e ciò che produce nelle persone.

Il risultato non è una liberazione della tensione, ma la sua cristallizzazione, in attesa di un’esplosione sempre in agguato. Un’esplosione che può avvenire nei rapporti tra familiari, con i vicini oppure contro chi rappresenta il potere. Ciò che si rompe non è soltanto un equilibrio economico, ma l’idea stessa di comunità.

Con il suo unico romanzo, Joan Samson ha lasciato un’opera compatta e disturbante, capace di parlare al presente con sorprendente lucidità.

Il Banditore racconta come una comunità possa essere progressivamente svuotata dall’interno, attraverso piccole concessioni e silenzi reiterati.

L’orrore non irrompe: cresce. E quando si manifesta pienamente, lo fa in modo inevitabile, lasciando nel lettore una sensazione di perdita che non si dissolve facilmente.

Una storia sottilmente inquietante e disturbante, ma assolutamente da leggere.

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