Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Marco Lambertini
Ospite del nostro spazio interviste di oggi “In salotto con…” Elena Campani.
Con L’assassino sta scrivendo (Bompiani), Elena Campani costruisce un giallo atipico, in cui la tensione non nasce soltanto dall’enigma, ma soprattutto dalle crepe della comunicazione.
Traduttrice e docente, Elena Campani porta nella narrativa una sensibilità linguistica raffinata, trasformando dialoghi, chat, messaggi scritti e silenzi in veri e propri dispositivi strutturali del racconto.
Più che seguire un’indagine tradizionale, il romanzo (recensione a cura di Marco Lambertini cliccando QUI) indaga le relazioni, le incomprensioni, i fraintendimenti che incrinano una comunità scolastica, trasformando il giallo in un vero “giallo sociale”.

In questa intervista a Elena Campani, l’autrice ci accompagna dentro la genesi di Tuva, la protagonista del romanzo, nella scelta di attribuire al linguaggio — verbale e non verbale — un valore strutturale, e nella costruzione di un intreccio che interroga il nostro modo di ascoltare, interpretare e tradurre gli altri.
In L’assassino sta scrivendo il linguaggio ha un ruolo centrale: dialoghi orali, chat e messaggi scritti convivono in modo naturale e diventano parte integrante della tensione narrativa. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio quella di attribuire alla forma del linguaggio un valore strutturale nel romanzo?
Sì, lo è stata fin da subito. Nel momento in cui ho deciso che il linguaggio non verbale delle persone sarebbe stato uno dei motivi principali del libro, ho voluto che il tema della comunicazione fosse centrale non solo a livello della storia raccontata.
Per questo ho scelto di usare forme narrative che potessero rispecchiare i vari modi con cui oggi interagiamo con gli altri.
La pluralità di codici e strumenti comunicativi presente nel romanzo riflette quindi la nostra società caratterizzata da una verbalità ipertrofica, ma anche dalla continua necessità di tradurre e comprendere tutto ciò che ascoltiamo e leggiamo.
In questo contesto si inserisce una protagonista molto particolare: Tuva Colmar, che a seguito di un trauma ha perso in parte la voce e comunica soprattutto attraverso la scrittura. Come è nato questo personaggio e quanto il suo rapporto “interrotto” con il linguaggio ha guidato la costruzione della storia?
Tuva Colmar è nata con la storia.
Volevo una protagonista in grado (anche se in modo non troppo consapevole) di leggere quei segnali comunicativi né scritti, né parlati che di solito ignoriamo, ma che invece esprimono il nostro vero stato d’animo o una condizione particolare.
Nel suo caso compresi e tradotti grazie alla conoscenza del comportamento dei cani.
Volevo inoltre che avesse una disfluenza in modo che fosse un personaggio di confine tra l’assenza di linguaggio e quel mondo dalla verbalità eccessiva di cui abbiamo parlato più sopra e forse proprio per questo ancora più capace di notare gli elementi che stanno al di fuori del livello meramente semantico dei messaggi umani.
Tuva, in buona parte, è la storia.
La biblioteca in cui lavora Tuva sembra assumere un ruolo quasi autonomo: un luogo di silenzio, memoria e ordine apparente, ma anche di tensione e rivelazione. Che spazio hanno i libri e i luoghi della lettura nel suo immaginario narrativo?
La biblioteca è un luogo letterario favoloso, ricco di simboli e dal forte potere evocativo. È un ambiente di studio, ma anche di isolamento psicologico, quindi utile per la caratterizzazione dei personaggi e, in questo caso, lo si vede bene sia nel ritratto della protagonista, sia in quello della vittima.
È anche lo spazio che mi ha consentito di creare una specie di gioco di scatole cinesi, un “romanzo frattale” in cui c’è un libro (il mio, tangibile) che contiene due libri reali — sono loro che mi aiutano a rendere vera e credibile una storia che vera non è — e un libro inventato che descrive un altro libro ancora.
Non so quanti altri luoghi avrebbero potuto essere così generosi.
Nel romanzo l’indagine ufficiale resta spesso sullo sfondo, mentre emergono con forza le relazioni, le dinamiche scolastiche e i dettagli apparentemente marginali. È stata una scelta precisa quella di spostare il baricentro del giallo dall’azione investigativa all’indagine psicologica e umana? E che tipo di messaggio ha voluto veicolare attraverso questa scelta narrativa?
Più che descrivere un susseguirsi di azioni, mi interessava raccontare i rapporti tra delle persone che si muovono in un contesto identitario e relazionale come la scuola dopo che si rompono gli equilibri che tengono insieme una comunità.
Alla base di molto di quel che accade nel romanzo c’è una difficoltà comunicativa tra i personaggi, che traducono in modo sbagliato le parole o i comportamenti altrui, o non si soffermano a dialogare davvero con chi hanno vicino. In questo il romanzo è un “giallo sociale”.
Infine, la nostra domanda di rito: se potesse sedersi nel nostro Salotto con il suo autore preferito, chi inviterebbe e che cosa gli chiederebbe?
Gli autori e le autrici che mi piacerebbe incontrare nel vostro Salotto sono tanti.
Se proprio dovessi fare una scelta, inviterei Georges Simenon, ma forse, di fronte a lui, perderei improvvisamente la parola, come Tuva.
Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la disponibilità all’intervista

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