Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
A volte la vita ti colpisce e ti riporta al punto di partenza. È quello che succede a Tuva Colmar, professoressa di Italiano che il padre ha chiamato come un luogo lontano. Aveva un fratello, un cane e un lavoro che amava: d’improvviso non ha più nulla se non la sua fiera solitudine e poche parole incerte, ed è stata trasferita a occuparsi della biblioteca di istituto.
Ma Tuva è una creatura speciale, armata di una sottile, tenacissima ironia, di un fiuto da segugio e della capacità di leggere tra le righe delle vite degli altri. Così, quando proprio nella sua scuola accade un fatto tragico e inquietante, solo lei, forse, potrà far luce sul mistero che si nasconde nel cuore del liceo.
Con una scrittura vivace, piena di sensibilità, Elena Campani sceglie la cornice del giallo per dare vita a un romanzo che scava nell’animo umano e ci parla di libri e di scuola, dell’impegno e della dedizione che richiedono a chi li ama davvero. La prof Tuva Colmar, i suoi colleghi, gli allievi, le chat di classe diventano in queste pagine uno specchio delle nostre paure e delle nostre colpe ma anche della possibilità sempre aperta di sconfiggerle con la capacità di ascolto e con il coraggio delle nostre fragilità.
Con L’assassino sta scrivendo, Elena Campani costruisce un romanzo che gioca con i confini tra narrazione e indagine, tra parola scritta e azione criminale.
È un libro che mette al centro la scrittura stessa come strumento di tensione, di rivelazione e, soprattutto, di inganno.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è lo stile di scrittura. La prosa della Campani è asciutta, controllata, ricercata senza essere ridondante.
Le frasi sono calibrate con attenzione, capaci di creare un ritmo costante e una tensione sottile che accompagna il lettore per tutta la narrazione.
Non c’è ricerca dell’effetto spettacolare: la suspense nasce piuttosto dall’atmosfera, dai silenzi, da ciò che viene suggerito più che dichiarato apertamente.
La storia procede lasciando spazio all’inquietudine e al non detto.
Particolarmente significativo è l’uso consapevole delle diverse forme di linguaggio. Campani alterna con grande naturalezza il dialogo orale tradizionale a quello più moderno e frammentato delle chat su smartphone, senza mai spezzare la fluidità del racconto.
Questa scelta non è solo realistica, ma profondamente funzionale alla struttura del romanzo: il linguaggio diventa materia narrativa, forma e contenuto insieme. Le parole scritte, digitate, scambiate sugli schermi assumono un peso specifico, contribuendo a costruire un mondo in cui comunicare non è mai un atto neutro.
La storia prende avvio dalla morte di una ragazza, avvenuta in circostanze misteriose: non è chiaro se si tratti di un incidente o, più probabilmente, di un omicidio.
Da questo evento iniziale Campani costruisce un racconto dal meccanismo narrativo estremamente preciso, in cui ogni elemento trova il proprio posto.
Molto ben riuscita è la resa del contesto scolastico: le chat tra i professori risultano realistiche e credibili e contribuiscono a creare un contorno umano e professionale che dà spessore a quanto è accaduto. Il “dietro le quinte” della scuola, con le sue dinamiche, i silenzi e le ambiguità, diventa parte integrante della tensione narrativa.
Al centro del romanzo si muove una protagonista originale: Tuva Colmar. A seguito di un trauma, Tuva ha gravi difficoltà a parlare, condizione che la costringe ad abbandonare l’insegnamento e a lavorare nella biblioteca della scuola in cui è avvenuta la morte dell’allieva.
Questo elemento non è solo un tratto caratteriale, ma diventa uno dei fulcri tematici del libro.
Il mutismo parziale di Tuva non la rende una figura passiva. Al contrario, amplifica la sua capacità di osservare, di ascoltare e di cogliere dettagli che sfuggono agli altri. L’autrice costruisce così una protagonista complessa, fragile e profondamente umana, che resta addosso anche dopo l’ultima pagina.
Per te le parole sono qualcosa d’ingombrante. Me l’hai sempre detto, da quando… vabbè… lo sappiamo.
In un racconto in cui il linguaggio è centrale, lei è colei che, paradossalmente, lo ha in parte perduto.
Tuva Colmar comunica prevalentemente attraverso tablet e smartphone, affidando alla scrittura ciò che non riesce più a esprimere con la voce.
Le parole digitate sostituiscono quelle pronunciate, creando una distanza dagli altri ma anche una forma di protezione e controllo. In questo senso, la struttura linguistica del romanzo riflette perfettamente la condizione della protagonista: la scrittura prende il posto della voce, diventando strumento di sopravvivenza e di relazione.
La biblioteca, luogo di silenzio e di ordine apparente, diventa il suo rifugio e allo stesso tempo uno spazio carico di tensione.
L’indagine ufficiale prosegue sullo sfondo, mentre Tuva si trova alle prese con la strana scomparsa di tre libri antichi, donati alla biblioteca. È in questo frangente che l’autrice regala alcune delle pagine più intense del romanzo: attraverso i dialoghi tra Tuva e una sua amica emerge un amore profondo per i libri, intesi come custodi di memoria, identità e verità nascoste.
Quella che appare inizialmente come una scomparsa marginale si rivelerà invece uno snodo narrativo cruciale, capace di intrecciarsi in modo decisivo con il mistero principale.
Non riusciva più a credere al caso, alle coincidenze. Erika, il libro e la biblioteca erano i fusti di un rampicante che qualcuno aveva intrecciato. E mentre giungeva alla conclusione che quel qualcuno doveva essere una persona del liceo, il cellulare emise due leggere vibrazioni che la spaventarono come un urlo nel buio. Pensò alla chat della scuola. Ormai, ogni volta che vedeva che un collega stava componendo un messaggio, pensava sempre la stessa cosa: «L’assassino sta scrivendo».
In queste righe si concentrano i temi centrali del libro: l’impossibilità di affidarsi al caso, il legame tra luoghi, persone e parole, e soprattutto la scrittura come spazio di minaccia.
Il gesto apparentemente innocuo di un messaggio che viene digitato diventa fonte di paura, segno che il linguaggio, ancora una volta, è il vero motore della tensione.

Elena Campani
Elena Campani ha vissuto e studiato in Italia e negli USA. Oggi vive a Pisa e lavora come editor accademica e traduttrice.
Come in un perfetto meccanismo giallo, il romanzo della Campani accelera progressivamente fino a un finale in cui le ultime ottanta pagine sono un condensato di ritmo e suspense.
I fili disseminati lungo la narrazione si intrecciano con precisione, senza forzature, portando il lettore verso una conclusione serrata e coerente, che conferma la solidità dell’impianto costruito da Campani.
Nel complesso, L’assassino sta scrivendo si distingue per l’intelligenza della costruzione, per la coerenza dei temi e per il modo in cui la scrittura diventa parte integrante della storia che racconta. Elena Campani riempie le pagine con il proprio amore per i libri, la letteratura, l’arte e per quanto, insieme, siano importanti, forse essenziali, per costruire anche una “buona scuola”.
Un giallo che non si limita a intrattenere, ma riflette sul linguaggio, sul silenzio e sul potere delle parole, riuscendo a tenere insieme tensione narrativa e profondità emotiva.
Un libro solido, ben scritto, capace di coinvolgere fino in fondo e di lasciare una sensazione di pienezza una volta chiuso: una lettura consigliata, senza esitazioni.
Salottometro:


Per approfondire la genesi di Tuva, la protagonista del romanzo, e altri interessanti aspetti del romanzo, leggi a QUESTO LINK l’intervista a Elena Campani, curata da Marco Lambertini.

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