Enrico Radeschi

Enrico Radeschi Salotto Giallo

Ritratto di un giornalista ai margini

A cura di Emanuela Ferrara
e
Katya Fortunato

“Giallone” si ferma. Niente paura: è solo un attimo. Il motore, grazie all’intervento di una donna che pare un miraggio, riprende a rombare più forte che mai.

È l’immagine evocativa con cui quasi si apre l’ultimo romanzo
di Paolo Roversi.

Il buon “vecchio” Radeschi si arresta un secondo, tra Milano e la Bassa. Tra casa e casa. Già, perché entrambi i luoghi sono per lui rappresentativi. Da una parte ci vive, nell’altra ci è nato. Vorrebbe tornare nella Bassa per Pasqua, ci resta per fare quello che gli riesce meglio: indagare. Non poteva esserci romanzo e modo migliore per celebrare i vent’anni di attività del giornalista informatico più amato d’Italia.

Se hai mai guidato lungo l’A1 lasciandoti alle spalle le luci della Madonnina per addentrarti nel nebbione padano, sai esattamente di cosa parla Paolo Roversi.

L’ultima cosa che sai non è solo un giallo serrato con protagonista l’irrequieto Enrico Radeschi; è un vero e proprio confronto dialettico tra due mondi che si guardano in cagnesco pur essendo a pochi chilometri di distanza.

Roversi gioca magistralmente su questo contrasto. Da una parte c’è la Milano “da bere” e da hackerare, veloce e spietata; dall’altra c’è la Bassa, immobile e ancestrale, dove il fango si attacca alle scarpe. Se chiudi gli occhi mentre leggi, senti l’umidità che ti entra nelle ossa, e la senti sin dalla prima pagina. Radeschi, in realtà, quest’umidità ce l’ha addosso, stampata nel DNA.

Milano e la Bassa in L’ultima cosa che sai si stringono la mano.

La prima mette i mezzi tecnologici, la seconda ci mette il mistero e quel tocco di malinconia padana che rende tutto più vero. È un ritorno al passato senza abbandonare il futuro. Ma Radeschi è sempre stato così.

Enrico Radeschi, giornalista di nera, informatico per necessità e per vocazione, vive a Milano e Milano, con le sue ombre, le sue periferie e la sua violenza quotidiana, diventa presto una presenza costante, quasi un personaggio aggiunto.

«Milano è una città che ti insegna presto a non fare domande. O a farle solo quando è troppo tardi.»
[Blue Tango]

Radeschi non è un investigatore ufficiale, non ha un distintivo né un’arma come estensione naturale del corpo, ma possiede uno sguardo allenato e una curiosità che spesso sconfinano nell’ossessione.

«Non sono un investigatore. Sono solo uno che fa troppe domande.»
[La mano sinistra del diavolo]

Nel corso dei romanzi, Radeschi smette gradualmente di essere soltanto il cronista che racconta l’orrore altrui e diventa qualcuno che ne viene contaminato. La violenza che incontra non resta mai esterna: il suo sguardo si fa meno ironico e più amaro, il cinismo cresce senza mai diventare totale, perché sotto resta una forma di empatia che continua a metterlo in pericolo.

Il carattere di Radeschi è costruito proprio su questa tensione. Usa l’ironia come meccanismo di difesa: sarcastico, brillante, a tratti ruvido, ma mai davvero indifferente.

«La solitudine è una scelta che fai per sopravvivere. Poi un giorno ti accorgi che è diventata una condanna.»
[La mano sinistra del diavolo]

Anzi, il suo problema è l’opposto. La solitudine che lo accompagna non è una posa da libro noir, ma una condizione scelta e subita insieme, una distanza che gli permette di sopravvivere ma che gli presenta sempre il conto.

La scrittura di Paolo Roversi gestisce questa evoluzione con coerenza, lasciando che Radeschi invecchi, si appesantisca, perda certezze.

Non salva nessuno, non risolve il mondo, ma rifiuta di semplificare.

«La verità non rende migliori. Al massimo rende meno ipocriti.»
[Blue tango]

Enrico Radeschi è diventato un personaggio centrale del noir italiano proprio per questo: perché è fragile, contraddittorio, umano. Un giornalista che continua a guardare il buio, sapendo che ogni storia raccontata lascia un segno, soprattutto su chi la scrive.

«Io faccio il giornalista di nera. Racconto storie che nessuno vorrebbe leggere, ma che esistono lo stesso.»
[La confraternita delle ossa]

E non cambia proprio ora che si ritrova a casa. Anzi, i suoi tratti distintivi sembrano quasi amplificarsi in questa fase delicata della sua esistenza.

I vecchi dicono che la vita la vedi davvero solo una volta, quando sei bambino. Tutto il resto è memoria.
[L’ultima cosa che sai]

L'ultima cosa che sai Salotto Giallo

In questa ultima indagine, che è anche una riconnessione con se stesso e le sue radici, Radeschi sarà messo alla prova. Lui e le sue relazioni. Certo, non è una novità, ma questa volta la sensazione di cambiamento è estremamente forte.

Come ne uscirà Radeschi e cosa combinerà la giovane filippina Liz, influencer improvvisata che convive con la cugina del giornalista, Marika, regina della movida milanese?

Spesso l’ultima cosa che sai è quella che cambia tutto. Ammesso di comprenderne il vero significato.
[L’ultima cosa che sai]

L’ultima cosa che sai è il libro perfetto per chi ama i gialli che non rinunciano a un pizzico di ironia e a tanta atmosfera locale. È una lettera d’amore (e d’odio) a un territorio che vive di dualismi.

Se volete conoscere meglio Enrico Radeschi, a questo LINK potete leggere una piacevole intervista in cui Emanuela e Katya hanno rivolto alcune domande direttamente a lui, al personaggio. A rispondere è stato il suo autore e creatore, Paolo Roversi, prestando voce, pensieri e sarcasmo alla sua creatura.

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