In salotto con… Enrico Radeschi

In salotto con... Enrico Radeschi

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Emanuela Ferrara e Katya Fortunato

Nel nostro spazio “In Salotto con…” accogliamo oggi un ospite decisamente particolare: Enrico Radeschi, il giornalista hacker nato dalla penna di Paolo Roversi e protagonista di una delle serie più amate del giallo italiano contemporaneo.

Ironico, inquieto, allergico alle regole ma guidato da un forte senso di giustizia, Radeschi si muove tra misteri, verità scomode e periferie dell’animo umano con uno sguardo sempre disincantato.

Quella che segue è un’intervista in character: abbiamo rivolto le nostre domande direttamente a lui, al personaggio, e a rispondere è stato il suo autore e creatore, prestando voce, pensieri e sarcasmo alla sua creatura. Un gioco letterario che permette di entrare ancora più a fondo nella mente di Radeschi e nel laboratorio narrativo che lo ha reso così riconoscibile.

Enrico, passi le notti a hackerare database con la facilità con cui si ordina una pizza, ma giri ancora con una Vespa del ’74 che probabilmente ha più acciacchi di un pensionato in cantiere. È una scelta hipster, quasi romantica, o il tuo conto in banca da freelance non ti permette nemmeno un monopattino elettrico a rate?

Direi entrambe le cose, però lasciatemi chiarire un punto: il Giallone è molto più di un semplice pezzo di ferro del ’74. È un’estensione della mia anima, il mio unico, vero destriero.

È una scelta hipster? Forse per chi mi osserva dai tavolini di un bar in Brera. Per me è romanticismo mescolato alla pura sopravvivenza. La verità è che il mio conto da freelance è spesso così in rosso che perfino un monopattino a rate mi sembrerebbe un investimento azzardato.

Mercanteggiare con Sebastiani per ogni esclusiva è l’unico modo che ho per pagare la benzina e le crocchette dei miei cani. E poi volete mettere il piacere di superare una colonna di auto blu nel traffico milanese con un mezzo che puzza di miscela e di storia? Impagabile.

Quando spegni il computer e resti solo, sembra quasi che tu stia fuggendo da qualcosa. È davvero così? In quei momenti cosa ti spaventa di più: smettere di cercare la verità o scoprire che, anche quando la trovi, non cambia nulla?

Quando lo schermo diventa nero restano solo il rumore della metropoli o il silenzio troppo grande di via Palestro.

Ho passato otto anni da fuggiasco under the radar, vivendo come un uomo degli anni Cinquanta pur di cancellare ogni traccia digitale. In quel periodo ho capito che il problema più grande non è scoprire la verità, ma scoprire che, anche quando la trovi, il mondo continua a girare come se nulla fosse.

Io e Sebastiani risolviamo i casi, lui sbatte qualcuno dietro le sbarre, ma il male resta lì, sedimentato sotto il pavé, e i morti non tornano certo in vita per ringraziarti. La scoperta più spaventosa è che spesso arrivare alla verità è inutile per chi ha già perso tutto.

Milano oggi è la città del sushi h24, dei locali patinati e del “Milanese Imbruttito”. Tu, invece, sembri uscito da un noir degli anni Settanta finito per sbaglio in un Apple Store. Ti senti più un supereroe digitale fuori tempo massimo o una vittima consapevole del tuo autore, che si ostina a non mandarti in pensione?

Milano oggi è un bosco verticale di vetro e app che ti portano perfino l’aria a domicilio, ma io resto un cronista alla Dylan Dog, con la giacca nera e il taccuino in tasca.

Mi sento un supereroe digitale fuori tempo massimo, un dinosauro dell’hacking costretto a inseguire i cattivi sui social quando preferirebbe pedinarli nella nebbia.

Più che una vittima del mio autore, mi considero un testimone necessario: se non mi manda in pensione è perché sa che serve ancora qualcuno disposto a sporcarsi le scarpe nel ventre molle della città, tra covi di russi e retrobottega gestiti dalla mala, per raccontare il marcio che tutti cercano di nascondere sotto il tappeto.

Dopo anni passati a raccontare il male, a osservarlo da vicino e a conviverci, che cosa ti fa ancora davvero paura? Cosa hai perso facendo questo lavoro e, soprattutto, cosa temi ancora di perdere?

Quello che mi fa ancora paura è l’indifferenza della città. Ho perso la spensieratezza, ho perso otto anni di vita “normale” e, purtroppo, ho perso anche persone che amavo. Ho temuto di perdere perfino il Danese, il mio unico legame con il periodo più buio.

Cosa temo adesso? Di perdere quel briciolo di idealismo che, nonostante tutto, mi fa ancora saltare in sella al Giallone per cercare giustizia in un mondo che sembra averla dimenticata. E temo di restare solo con i miei fantasmi, senza nemmeno un cane da accarezzare.

E ora una domanda che rompe la quarta parete. Enrico, se potessi dirlo senza conseguenze: dopo tanti anni, chi comanda davvero tra te e il tuo autore, Paolo Roversi? Sei tu che continui a tornare, o è lui che non riesce a lasciarti andare?

Chi comanda davvero? Il mio creatore pensa di avere il controllo perché è lui che batte sui tasti del computer, ma sono io quello che si prende le pallottole e le randellate sulla schiena.

Lui sorseggia whiskey irlandese, io bevo una Doom al birrificio di Lambrate o uno Sbagliato al Picchio.

La verità è che siamo incastrati: lui non riesce a lasciarmi andare perché sono la sua coscienza nera, il suo alter ego più spericolato; io continuo a tornare perché, fuori dalle sue pagine, sarei soltanto un tizio qualunque. Lui tiene in mano la penna, ma io reggo il filo della storia. Finché la strada avrà qualcosa da raccontare, resteremo insieme.

Salotto Giallo ringrazia Paolo Roversi per averci offerto la possibilità di chiacchierare con Enrico Radeschi e gli dà appuntamento alla prossima avventura!

Vuoi conoscere meglio Radeschi? A questo link trovi un interessante articolo in cui Katya Fortunato ed Emanuela Ferrara, le curatrici, ripercorrono la strada che lo ha condotto fino alla sua ultima avventura, L’ultima cosa che sai (Marsilio, 2026).

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