Tra ambiguità e suspense, il romanzo di Catherine Ryan Howard diventa serie
A cura di Claudia Pieri
Arriva oggi sullo schermo 56 giorni.

La serie TV, tratta dall’omonimo romanzo di Catherine Ryan Howard, debutta su Prime Video con la promessa di immergere lo spettatore in una tensione emotiva costante, fatta di silenzi, ambiguità e certezze che sembrano sempre a un passo dall’essere afferrate, ma non lo sono mai del tutto.
Chi ha letto il libro sa già che 56 giorni (letto e recensito QUI per Salotto Giallo da Claudia Pieri) non è un thriller che gioca sull’effetto sorpresa fine a se stesso. È una storia che avvolge lentamente, che costringe a restare dentro l’incertezza, dentro una nebbia che non è solo narrativa, ma soprattutto cognitiva. Il trailer della serie sembra muoversi esattamente in questa direzione, suggerendo più di quanto mostri e lasciando che siano atmosfera, musica e sguardi a guidare le aspettative.
Nel romanzo, la tensione nasce da una struttura narrativa frammentata: continui cambi di punto di vista, salti temporali e un dosaggio attentissimo delle informazioni impediscono al lettore di orientarsi verso una verità univoca e stabile.
Nessuno dei due protagonisti, Ciara e Oliver, è davvero chi dice di essere, e ogni capitolo aggiunge un tassello che sembra chiarire il quadro solo per renderlo, subito dopo, ancora più sfuggente.
Il lockdown diventa il contesto ideale per questa dinamica. Non è mai semplice sfondo, ma una condizione che amplifica isolamento, dipendenza emotiva e segreti.

La scrittura di Catherine Ryan Howard favorisce una totale immersione: si finisce per muoversi insieme ai personaggi, condividendone i dubbi e oscillando con loro in un’altalena emotiva che alza progressivamente il livello del pathos.
Ciò che sembra emergere con chiarezza continua però a sottrarsi, mantenendo il lettore in uno stato di costante sospensione.
Guardando il trailer della serie, colpisce subito l’atmosfera, dominata da un’inquietudine sottile e coerente con quella del romanzo, sostenuta da una colonna sonora tesa e da un montaggio serrato che non concede vere pause di sollievo.
Non c’è un’esibizione esplicita del contesto pandemico. Il lockdown, proprio come nel libro, sembra assorbito negli spazi: l’appartamento diventa al tempo stesso rifugio e prigione, luogo di intimità e di claustrofobia. È qui che si gioca la tensione principale, non tanto negli eventi quanto nella relazione tra i due protagonisti.

Il trailer non promette risposte, ma coinvolgimento emotivo. E in questo senso sembra rispettare profondamente la natura del romanzo.
In una storia che vive di non detti e di menzogne sottili, la scelta degli attori diventa centrale.

Dove Cameron, nel ruolo di Ciara, porta sullo schermo un volto che richiama innocenza e vulnerabilità, accentuando il contrasto tra ciò che il personaggio appare e ciò che potrebbe nascondere. È una scelta che dialoga bene con il romanzo, dove Ciara sembra spesso mentire prima di tutto a se stessa.

Avan Jogia interpreta Oliver con uno sguardo magnetico e profondo, capace di attrarre e destabilizzare allo stesso tempo. Il suo fascino enigmatico restituisce visivamente quella zona d’ombra che nel libro è costruita attraverso pensieri, omissioni e mezze verità. Se sulla pagina la menzogna vive nella mente dei personaggi, sullo schermo sembra affidata ai volti, ai silenzi, alla tensione che si crea tra i corpi.
Alla vigilia – anzi, nel giorno – della messa in onda, 56 giorni si presenta come una serie che potrebbe fare della fedeltà emotiva al romanzo il suo punto di forza. Le immagini del trailer suggeriscono una trasposizione attenta, più interessata a tradurre sensazioni e ambiguità che a semplificare la storia.

