Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
Parigi, 1925. Tra i locali di lusso, le danze disinibite nei cabaret e i cenacoli fumosi dei poeti surrealisti, la città sembra essere proiettata in una nuova era di cambiamento e benessere. Simbolo di questo rinnovato progresso è la Centrale Gutenberg in rue du Louvre, il più grande centralino telefonico di Parigi, che dà lavoro a decine di ragazze finalmente libere di esprimersi fuori dalle mura domestiche.
Ma questo sogno rischia d’infrangersi quando due di loro vengono trovate brutalmente assassinate, con il volto sfigurato e coperto da una maschera simile a quelle usate dai soldati rimasti sfregiati durante la Prima guerra mondiale. Un dettaglio che induce a concentrare i sospetti sull’indiziato più ovvio: Mangrin, un reduce ferito nel corpo e nell’anima, che si guadagna da vivere come custode della Gutenberg.
Tuttavia la teoria non regge allo scrutinio di Paul Varenne, un ispettore di polizia che ha provato sulla propria pelle gli orrori delle trincee e si è inimicato i superiori a causa del suo anticonformismo e della sua testardaggine. Convinto che Mangrin non sia altro che un capro espiatorio, Varenne inizia a indagare, rendendosi presto conto che quegli omicidi non sono che la punta dell’iceberg.
Aiutato da Mathilde de Villedieu, una giovane e brillante psicoanalista legata a una delle vittime, Varenne si farà strada tra le pieghe più oscure della società parigina, inseguendo una verità tanto tragica quanto pericolosa, che coinvolge persino i vertici del potere. E tra loro c’è chi è disposto a uccidere pur di mantenere il segreto. Un giallo storico che è anche un viaggio affascinante nella Parigi effervescente e contraddittoria degli Années folles, divisa tra l’entusiasmo per il futuro e le ombre di un passato che nessuno vuole ricordare.
Delitti di rue du Louvre, più che raccontare un’indagine lineare, è un lento scivolare dentro un’atmosfera densa, quasi ipnotica, dove memoria, trauma e realtà si confondono.
Il cuore del romanzo è l’ispettore Paul Varenne, ex combattente della Prima guerra mondiale con una pallottola rimasta nella testa, impossibile da rimuovere, ma soprattutto impossibile da dimenticare. L’autrice lo tratteggia anche fisicamente in modo molto cinematografico:
Con quel ciuffo ribelle ricorda vagamente Douglas Fairbanks. Sarebbe quasi attraente, se non fosse per la cicatrice che gli attraversa il volto e gli lascia addosso un’aria da eterno “cattivo ragazzo”
Una bellezza spezzata, proprio come la sua mente.
La ferita che porta nel cranio è il simbolo più evidente di un conflitto che non è mai davvero finito. Ma la guerra, nel libro, non lascia soltanto segni fisici: è una frattura psichica profonda, una presenza costante che altera percezioni, giudizi, relazioni. Varenne è perseguitato dal ricordo di Marguerite, la donna scomparsa alla fine del conflitto, che crede di rivedere continuamente nei volti delle donne che incontra.
Quando iniziano gli omicidi delle centraliniste del Gutenberg, l’indagine assume subito una dimensione doppia.
Da una parte c’è Varenne, investigatore istintivo, ferito e ossessivo; dall’altra la psicoanalista Mathilde De Villedieu, divisa tra l’amore per una vittima e una paziente che sempre più risulta coinvolta nele indagini. Due sguardi diversi, due metodi opposti, ma entrambi diretti verso lo stesso punto: capire l’abisso che abita la mente dell’assassino.
Ed è qui che il romanzo rivela la sua natura più autentica.
È sia un noir raffinato, costruito su equilibri precisi e dinamiche psicologiche accurate, anche se il colpevole non è difficile da individuare, sia una riflessione e, in gran parte, una denuncia sui metodi di “recupero” dei soldati feriti nel primo dopoguerra.
Le pagine che descrivono i terribili esperimenti di “faradizzazione” ed elettrostimolazione sui soldati sono dure e difficili, ma allo stesso tempo danno ulteriore forza al racconto.
Attraverso Varenne e altri reduci si intravede una società che tenta di rimettere in funzione uomini spezzati senza affrontare davvero i loro traumi.
Le cicatrici invisibili risultano persino più devastanti di quelle fisiche e spesso vengono ignorate o trattate con superficialità.
Anche Parigi è raccontata con una doppia visuale. Da un lato la città dei reduci, abitata da uomini che tornano ma non riescono davvero a rientrare nella vita, portandosi dietro una distruzione soprattutto interiore; dall’altro la città che rinasce, attraversata da pittori, poeti, attori, cantanti e giornalisti, ma soprattutto da donne determinate a conquistare autonomia e spazio sociale.
La stessa strada può contenere un trauma e una promessa: ed è proprio questa contraddizione a dare al romanzo la sua profondità storica.
L’elemento che rende l’opera particolarmente affascinante è anche la scrittura di Watteaux, che mescola deliberatamente verità e finzione.

Michaëla Watteaux
Michaëla Watteaux è un’autrice francese nata a Stoccolma. Oltre a scrivere e dirigere documentari e film, in particolare sulla condizione femminile e sul soffitto di cristallo che ostacola le donne, insegna tecniche di sceneggiatura e regia.
I delitti di rue du Louvre, suo primo romanzo pubblicato in Italia, è arrivato finalista al prestigioso Prix Maison de la Presse e ha vinto il Prix du Roman Noir Historique.
Eventi storici reali si intrecciano alla trama, mentre figure immaginarie convivono con personaggi esistiti davvero.
Tra questi compare un giovane Georges Simenon, ancora giornalista di cronaca nera oltre che autore agli inizi, una presenza che crea un suggestivo dialogo con la nascita stessa del romanzo poliziesco moderno.
Parigi diventa così qualcosa di più di un’ambientazione: è un organismo vivo, stratificato, che porta addosso le ferite della guerra tanto quanto i suoi abitanti. Il lettore non sa mai con certezza dove finisca il fatto reale e dove inizi la costruzione narrativa, ed è proprio questo uno degli aspetti più riusciti del libro.
Lo stile è elegante ma mai pesante, preciso nei dettagli e volutamente sfumato nelle certezze. Non cerca l’effetto spettacolare immediato: preferisce insinuarsi lentamente, costruendo una tensione sottile che cresce pagina dopo pagina.
Alla fine della lettura rimane non tanto la curiosità di aver risolto un enigma, quanto l’impressione di aver attraversato una mente ferita.
Il colpevole conta quasi meno del percorso per arrivarci. Perché il vero mistero non è chi uccide, ma cosa resta delle persone dopo la guerra, quando la vita riprende ma loro non riescono davvero a farlo.
I delitti di Rue du Louvre non solo ti accompagna fino alla soluzione del mistero, ma costringe il lettore a restare un po’ dentro le sue ombre anche dopo l’ultima pagina.
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