In salotto con… Adriano Giotti

Intervista con Adriano Giotti Salotto Giallo

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Samuela Moro

Regista e sceneggiatore italiano, Adriano Giotti ha costruito il proprio percorso creativo tra cinema, scrittura e linguaggi visivi, firmando cortometraggi e mediometraggi premiati in Italia e all’estero e arrivando alla candidatura ai David di Donatello con Mostri

Con Anna non dimentica, pubblicato da Longanesi, (recensione a cura di Samuela QUI) esordisce nella narrativa portando sulla pagina l’esperienza maturata nel racconto per immagini e nella costruzione della tensione, elementi che confluiscono in un romanzo capace di intrecciare indagine, memoria e fragilità emotive.

Anna non dimentica affronta l’adolescenza nell’era digitale con uno sguardo attento e non giudicante. Quanto era importante per te raccontare i ragazzi evitando stereotipi e semplificazioni generazionali?
L'adolescenza è una tematica alla quale sono molto legato e che ho trattato anche in altre mie storie. È stato un periodo molto intenso per me, un periodo di grandi cambiamenti e di crescita, nel bene e nel male. Per questo continuo a immergermici, cercando di approfondire sempre più le sfumature sia a livello psicologico che sociale. I ragazzi di oggi, e noi prima di loro, hanno bisogno di dialogo, di essere visti, ognuno nella propria unicità. Sia compresi nelle ferite, che compresi nell'identità. Il mestiere del narratore, per me, è avere una profonda empatia con il mondo che si racconta, invece il giudizio è soltanto una semplificazione. Semplificando si finisce solo per uccidere la vita e il dialogo. E di conseguenza le emozioni, che stanno alla base di ogni racconto che voglia comprendere davvero la realtà nella quale siamo immersi. Perché alla fine raccontiamo per capire.

Nel romanzo il confine tra protezione e controllo, soprattutto nel rapporto tra genitori e figli, è spesso ambiguo. Credi che oggi molti pericoli vengano sottovalutati perché si inseriscono in una quotidianità apparentemente normale?
Io credo nel lasciare la libertà, che attraverso la libertà di sbagliare, si possa trovare la propria maniera di abitare il mondo. Credo nell'apprendimento per prove ed errori. Però lo stesso c'è bisogno del dialogo, per far aprire lo sguardo e la mente a punti di vista diversi, e c'è bisogno dei consigli, non del controllo. Soprattutto perché quando il controllo è forte, è un attimo che sfocia in mancanza di fiducia. Quindi, perlomeno quello che cerco di far passare attraverso il mio thriller, tra genitori e figli è necessario uno scambio continuo, di pazienza e di provare a mettersi nei panni dell'altro. L'adolescenza è un periodo vitale di sconvolgimento e cambiamento rapidissimo, è normale che per i genitori sia difficile starci dietro, così come è normale per gli adolescenti avere fretta di essere capiti interamente e subito, senza accettare compromessi. Ma parlando con loro in modo sano, si può proteggerli, senza doverli controllare. E credo che molti pericoli vengono sottovalutati proprio perché questo scambio non avviene. Purtroppo spesso si pensa che quando un adolescente è a casa nella sua cameretta sia al sicuro. Ma una persona può essere accanto a noi e, con uno smartphone in mano, essere lontanissimo: può osservare video spaventosi, comprare un'arma o un corpo, ordinare un omicidio. Le porte di internet sono potenzialmente infinite.

I creepypasta e le leggende online hanno un ruolo centrale nella storia e li definisci come le “favole attorno al fuoco” delle nuove generazioni. Come sei entrato in contatto con questo immaginario e cosa ti ha spinto a esplorarne il lato più inquietante nel romanzo?
I creepypasta sono l'equivalente delle prove di coraggio. In una società dove tutto è a domicilio, beh, anche le prove di coraggio lo sono diventate. Gli adolescenti ne sono affascinati, perché per loro confrontarsi con la paura e superarla, è un modo di diventare grandi. Il problema è che adesso, questo passaggio, avviene attraverso uno schermo e in solitudine. Sono entrato in contatto con i creepy per caso, su internet, mi aveva incuriosito quello di Slender Man e ho fatto una lunga ricerca. Come narratore mi aveva colpito proprio il carattere virale e collettivo di queste storie. Ogni utente è libero di aggiungere dei dettagli per farle crescere a dismisura, e attraverso il confronto, gli utenti finiscono per crederci, soprattutto i meno informati. E' lo stesso meccanismo delle teorie del complotto. Da narratore non posso non esserne affascinato: come una storia totalmente irreale possa diventare virale e, per qualcuno, forse per molti, reale. Un meccanismo interessantissimo per capire chi siamo, cosa raccontiamo e perché lo raccontiamo.

Attraverso Veronica Sgheis emerge anche la fragilità degli adulti chiamati a proteggere i ragazzi. Perché era importante per te raccontare un’investigatrice che fosse anche una madre, moglie e figlia, segnata da contraddizioni e vulnerabilità?
Io vengo dalla scrittura per il cinema. Per me è fondamentale che i personaggi siano veri, altrimenti non riesco a vedere la storia. Io devo viverli, abitarli, sentirli. Per questo devono essere tridimensionali. Volevo che Veronica non fosse solo il suo lavoro, ma anche una madre, affinché potesse capire meglio il punto di vista degli adolescenti perduti. Ma volevo che fosse anche una figlia, perché deve capire se stessa, da dove viene, da cosa è scappata e dove sta andando. Perché è anche una moglie, con i suoi dubbi e le sue fragilità, e i suoi desideri. In pratica, Veronica è una donna presa in un punto cruciale della sua vita. E la ferita di Veronica, che la mette in gioco e la rende così reale, gioca un ruolo importantissimo. Ognuno di noi ha una ferita. Spesso deve solo ammettere di averla.

Anna non dimentica mostra una forte attenzione alla costruzione delle atmosfere e dei personaggi, con una struttura molto visiva. Guardando ai tuoi progetti futuri, in che direzione senti di voler muovere la tua scrittura e quanto il tuo lavoro di sceneggiatore continua a influenzare il modo in cui racconti le storie?
Dentro di me i confini tra scrivere per il cinema e per la letteratura sono sempre stati labili. Perché per me la prima cosa è capire cosa voglio raccontare. Il nucleo. E il nucleo sono sempre i personaggi, con le loro fragilità e le loro unicità, i loro desideri e le loro paure. Una volta che i personaggi sono reali, arriva la trama, che li mette sotto pressione e spalanca davanti a loro un orizzonte di eventi. Ma l'atmosfera, il mondo, l'arena, ce l'hanno già attaccata addosso. Scrivere un romanzo è creare un'opera definitiva. La sceneggiatura, invece, è solo una via di mezzo per arrivare a girare. E io, in questo momento, avevo bisogno di mettere un punto fermo a molte cose che mi abitavano. Purtroppo nel cinema italiano certe storie non sono raccontabili, perché si ha molta paura di sperimentare. Ma sono sicuro che qualcuno si interesserà a questo libro e forse potrò allargare quei confini che fino ad adesso mi sono stati stretti.

Infine, la nostra domanda di rito. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore o la tua autrice preferita e fargli/le una sola domanda. Chi inviti e cosa gli/le chiedi?
Mi piacerebbe incontrare di nuovo Carlo Lucarelli, l'ho già incontrato anni fa quando ero un giovane studente della Scuola Holden, ma in quel periodo, purtroppo, avevo più domande da fargli sulla mia scrittura che sulle sue storie. E invece, adesso, vorrei chiedergli come gli è venuto in mente l'Iguana, uno dei villain più memorabili secondo me, perché riflette sull'identità e sull'ossessione, oltre che sulla solitudine. Quando lessi Almost Blue rimasi folgorato.

In questa intervista per Salotto Giallo, Giotti racconta la genesi del libro, il lavoro sui personaggi e il ruolo che temi come il trauma, la responsabilità degli adulti e la memoria hanno avuto nella costruzione della storia.

Un dialogo che permette di entrare dietro le quinte del romanzo e di scoprire da vicino lo sguardo narrativo di un autore attento alle sfumature e alla dimensione psicologica del racconto.

Anna non dimentica affronta l’adolescenza nell’era digitale con uno sguardo attento e non giudicante. Quanto era importante per te raccontare i ragazzi evitando stereotipi e semplificazioni generazionali?

L’adolescenza è una tematica alla quale sono molto legato e che ho trattato anche in altre mie storie. È stato un periodo molto intenso per me, un periodo di grandi cambiamenti e di crescita, nel bene e nel male. Per questo continuo a immergermici, cercando di approfondire sempre più le sfumature sia a livello psicologico che sociale.

I ragazzi di oggi, e noi prima di loro, hanno bisogno di dialogo, di essere visti, ognuno nella propria unicità. Sia compresi nelle ferite, che compresi nell’identità.

Il mestiere del narratore, per me, è avere una profonda empatia con il mondo che si racconta, invece il giudizio è soltanto una semplificazione.

Semplificando si finisce solo per uccidere la vita e il dialogo. E di conseguenza le emozioni, che stanno alla base di ogni racconto che voglia comprendere davvero la realtà nella quale siamo immersi. Perché alla fine raccontiamo per capire.

Nel romanzo il confine tra protezione e controllo, soprattutto nel rapporto tra genitori e figli, è spesso ambiguo. Credi che oggi molti pericoli vengano sottovalutati perché si inseriscono in una quotidianità apparentemente normale?

Io credo nel lasciare la libertà, che attraverso la libertà di sbagliare, si possa trovare la propria maniera di abitare il mondo. Credo nell’apprendimento per prove ed errori. Però lo stesso c’è bisogno del dialogo, per far aprire lo sguardo e la mente a punti di vista diversi, e c’è bisogno dei consigli, non del controllo. Soprattutto perché quando il controllo è forte, è un attimo che possa sfociare in mancanza di fiducia.

Quindi, perlomeno quello che cerco di far passare attraverso il mio thriller, tra genitori e figli è necessario uno scambio continuo, di pazienza e di provare a mettersi nei panni dell’altro.

L’adolescenza è un periodo vitale di sconvolgimento e cambiamento rapidissimo, è normale che per i genitori sia difficile starci dietro, così come è normale per gli adolescenti avere fretta di essere capiti interamente e subito, senza accettare compromessi. Ma parlando con loro in modo sano, si può proteggerli, senza doverli controllare. E credo che molti pericoli vengano sottovalutati proprio perché questo scambio non avviene. Purtroppo spesso si pensa che quando un adolescente è a casa nella sua cameretta sia al sicuro.

Ma una persona può essere accanto a noi e, con uno smartphone in mano, essere lontanissimo: può osservare video spaventosi, comprare un’arma o un corpo, ordinare un omicidio. Le porte di internet sono potenzialmente infinite.

I creepypasta e le leggende online hanno un ruolo centrale nella storia e li definisci come le “favole attorno al fuoco” delle nuove generazioni. Come sei entrato in contatto con questo immaginario e cosa ti ha spinto a esplorarne il lato più inquietante nel romanzo?

I creepypasta sono l’equivalente delle prove di coraggio.

In una società dove tutto è a domicilio, beh, anche le prove di coraggio lo sono diventate. Gli adolescenti ne sono affascinati, perché per loro confrontarsi con la paura e superarla, è un modo di diventare grandi.

Il problema è che adesso, questo passaggio, avviene attraverso uno schermo e in solitudine. Sono entrato in contatto con i creepy per caso, su internet, mi aveva incuriosito quello di Slender Man e ho fatto una lunga ricerca.

Come narratore mi aveva colpito proprio il carattere virale e collettivo di queste storie. Ogni utente è libero di aggiungere dei dettagli per farle crescere a dismisura, e attraverso il confronto, gli utenti finiscono per crederci, soprattutto i meno informati.

È lo stesso meccanismo delle teorie del complotto. Da narratore non posso non esserne affascinato: come una storia totalmente irreale possa diventare virale e, per qualcuno, forse per molti, reale. Un meccanismo interessantissimo per capire chi siamo, cosa raccontiamo e perché lo raccontiamo.

Attraverso Veronica Sgheis emerge anche la fragilità degli adulti chiamati a proteggere i ragazzi. Perché era importante per te raccontare un’investigatrice che fosse anche una madre, moglie e figlia, segnata da contraddizioni e vulnerabilità?

Io vengo dalla scrittura per il cinema. Per me è fondamentale che i personaggi siano veri, altrimenti non riesco a vedere la storia. Io devo viverli, abitarli, sentirli. Per questo devono essere tridimensionali.

Volevo che Veronica non fosse solo il suo lavoro, ma anche una madre, affinché potesse capire meglio il punto di vista degli adolescenti perduti. Ma volevo che fosse anche una figlia, perché deve capire se stessa, da dove viene, da cosa è scappata e dove sta andando. Perché è anche una moglie, con i suoi dubbi e le sue fragilità, e i suoi desideri.

In pratica, Veronica è una donna presa in un punto cruciale della sua vita. E la ferita di Veronica, che la mette in gioco e la rende così reale, gioca un ruolo importantissimo. Ognuno di noi ha una ferita. Spesso dobbiamo solo ammettere di averla.

Anna non dimentica mostra una forte attenzione alla costruzione delle atmosfere e dei personaggi, con una struttura molto visiva. Guardando ai tuoi progetti futuri, in che direzione senti di voler muovere la tua scrittura e quanto il tuo lavoro di sceneggiatore continua a influenzare il modo in cui racconti le storie?

Dentro di me i confini tra scrivere per il cinema e per la letteratura sono sempre stati labili. Perché per me la prima cosa è capire cosa voglio raccontare. Il nucleo. E il nucleo sono sempre i personaggi, con le loro fragilità e le loro unicità, i loro desideri e le loro paure.

Una volta che i personaggi sono reali, arriva la trama, che li mette sotto pressione e spalanca davanti a loro un orizzonte di eventi. Ma l’atmosfera, il mondo, l’arena, ce l’hanno già attaccata addosso.

Scrivere un romanzo è creare un’opera definitiva. La sceneggiatura, invece, è solo una via di mezzo per arrivare a girare. E io, in questo momento, avevo bisogno di mettere un punto fermo a molte cose che mi abitavano. Purtroppo nel cinema italiano certe storie non sono raccontabili, perché si ha molta paura di sperimentare.

Ma sono sicuro che qualcuno si interesserà a questo libro e forse potrò allargare quei confini che fino ad adesso mi sono stati stretti.

Infine, la nostra domanda di rito. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore o la tua autrice preferita e fargli/le una sola domanda. Chi inviti e cosa gli/le chiedi?

Mi piacerebbe incontrare di nuovo Carlo Lucarelli,

l’ho già incontrato anni fa quando ero un giovane studente della Scuola Holden, ma in quel periodo, purtroppo, avevo più domande da fargli sulla mia scrittura che sulle sue storie. E invece, adesso, vorrei chiedergli come gli è venuto in mente l’Iguana, uno dei villain più memorabili secondo me, perché riflette sull’identità e sull’ossessione, oltre che sulla solitudine.

Quando lessi Almost Blue rimasi folgorato.

Salotto Giallo ringrazia l’autore e Longanesi per la disponibilità all’intervista
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