A cura di Emanuela Ferrara

Se pensavate che il Festival fosse solo fiori e paillettes,
vi sbagliavate di grosso.
Quest’anno l’aria all’Ariston è insolitamente cupa e magnetica: Sanremo 2026 non è solo una gara canora, è un micro-thriller psicologico a tappe.
C’è il cadavere (la nostra produttività. Siamo pronti a fare le ore piccole?), ci sono i sospettati (chi ha rubato i punti al FantaSanremo?) e c’è l’investigatore, un Carlo Conti che deve tenere i tempi con una precisione quasi scientifica. Ma la vera sorpresa sono i testi: canzoni che sembrano uscite direttamente dalla sezione “Novità Thriller” della libreria.
Molti dei Big in gara hanno deciso, infatti, di abbandonare il classico romanticismo per sporcarsi le mani con il noir e l’ossessione.
O almeno, è quello che noi amanti del genere giallo e thriller siamo portati a vedere leggendo i testi delle canzoni in gara. Quanto ci sia di giusto è difficile dirlo ma, come in un vero giallo che si rispetti, le indagini vanno condotte in un certo modo e non bisogna tralasciare nessun indizio.

Ai nostri occhi sembra esserci qualcosa di insolitamente cupo e magnetico nell’aria del Teatro Ariston quest’anno.
Sebbene il Festival di Sanremo 2026 di Carlo Conti sia stato presentato come la celebrazione della melodia italiana, un’analisi attenta rivela una tendenza inaspettata: la trasformazione della canzone pop in un micro-thriller psicologico.
Non sono solo canzoni d’amore; sono indagini, ossessioni e “cold case” dell’anima.
Il filo conduttore che lega molti dei Big in gara sembra uscito direttamente dalla penna di un maestro del brivido. Prendiamo Luchè con la sua Labirinto. Il testo non è solo una metafora dello smarrimento, ma ricalca la struttura claustrofobica dei romanzi di Donato Carrisi. La voce si muove tra pareti mentali che si stringono, proprio come ne L’uomo del labirinto, dove la verità è un premio che si paga a caro prezzo.

Gruppo cantanti ©TV Sorrisi e Canzoni
Se nel giallo classico il colpevole è spesso il maggiordomo, nel pop del 2026 il colpevole è quasi sempre “l’altro” o, peggio, noi stessi.
Samurai Jay in Ossessione descrive un pedinamento emotivo che ricorda molto da vicino le atmosfere di “You” di Caroline Kepnes. Il ritmo sarà sicuramente moderno, ma il cuore del brano è un thriller psicologico sullo stalking sentimentale.
Mara Sattei, con Le cose che non sai di me, costruisce una narrazione basata sul “non detto”. È la stessa tecnica narrativa usata da Paula Hawkins ne La ragazza del treno: un puzzle di verità parziali dove l’ascoltatore deve ricostruire l’identità della protagonista.
Non manca il noir d’atmosfera. Malika Ayane con Animali notturni ci regala una versione musicale di certi racconti di Stephen King, dove la notte non è solo un orario, ma una dimensione morale in cui tutto può accadere.
Sanremo 2026 ci sta dicendo che la musica italiana è pronta a sporcarsi le mani con generi diversi. Dietro ogni ritornello orecchiabile si nasconde un indizio, dietro ogni arrangiamento d’archi c’è un colpo di scena. Quest’anno, per capire chi vincerà, non basterà ascoltare: bisognerà indagare.
La letteratura gialla, comunque, al di là delle forzature che vogliamo vedere noi, ha sempre amato Sanremo; dai classici di Achille Maccapani ai recenti lavori di Mauro Sighicelli.
Tra tunnel sotterranei, hotel di lusso carichi di segreti e quella nebbia mattutina che avvolge chi torna a casa all’alba, la città è un set naturale.
Alla fine della settimana arriverà il verdetto. Giustizia sarà fatta. Ma per noi lettori di thriller, la vera vittoria non è il leoncino d’oro, ma scovare chi ha “ucciso” la noia con il testo più tagliente.

L’unico vero mistero che resta irrisolto? Come faccia Carlo Conti a non invecchiare mai. Forse è lui il vero “cold case” di questa edizione.

