In salotto con… Eleonora Motta

In salotto con Eleonora Motta

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Claudia Pieri ed Emanuela Ferrara

Ospitiamo oggi nel nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori, “In salotto con…”, Eleonora Motta, traduttrice – tra gli altri – di Una di famiglia, bestseller internazionale firmato da Freida McFadden.

Nel corso di una carriera più che trentennale, Eleonora Motta ha collaborato con numerose case editrici italiane e straniere, firmando la traduzione di quasi duecento romanzi appartenenti a generi diversi, dal thriller al romance, fino al memoir, contribuendo in modo decisivo alla diffusione in Italia di alcune delle voci più lette della narrativa internazionale contemporanea.

In occasione dell’uscita in libreria dell’Edizione Speciale di Una di famiglia, disponibile dal 2 dicembre per Newton Compton e dell’arrivo nelle sale cinematografiche dell’omonimo film tratto dal romanzo (di cui vi abbiamo parlato a questo LINK), Emanuela Ferrara e Claudia Pieri hanno potuto fare a Eleonora Motta qualche domanda per parlare del lavoro di traduzione, del rapporto con un testo così amato dai lettori e del delicato passaggio dalla pagina allo schermo.

Nel tuo lavoro, quanto conta trovare un equilibrio tra fedeltà al testo originale e naturalezza della lingua di arrivo? Ci sono strategie o criteri che applichi sempre per mantenere questa armonia? 

L’equilibrio tra fedeltà al testo originale e naturalezza della lingua di arrivo è fondamentale e centrale.

Il lavoro di traduzione è un delicato bilanciamento tra aderenza e arrangiamento che dipende dal contesto e dall’obiettivo comunicativo. L’armonia si mantiene attraverso strategie di adattamento culturale, di scelta tra traduzione letterale e parafrasi dedicando una particolare attenzione al pubblico dei lettori, mirando sempre a trasferire il messaggio, il tono e l’impatto dell’originale. 

Quando inizi una nuova traduzione, che tipo di relazione cerchi di instaurare con la voce dell’autore? Ti senti più un’interprete, una mediatrice o una presenza “silenziosa” al servizio del testo? 

Personalmente ritengo che approcciarsi a una nuova traduzione significhi immergersi in un esercizio di empatia. Mi spiego: la relazione che cerco di instaurare con la voce dell’autore non è statica, ma si evolve a seconda del testo, oscillando tra tutti e tre i ruoli fondamentali.

Il primo è quello dell’interprete che deve decodificare non solo le parole, ma anche il non detto, l’implicito, quindi il ritmo e l’intenzione emotiva. È importante capire perché l’autore ha scelto una determinata struttura sintattica invece di un’altra.

Il secondo è quello della mediatrice. In questa fase, agisco come un ponte cercando di rendere il testo accessibile a un’altra cultura senza tradire l’originale. Spesso si deve decidere cosa sacrificare – per esempio un gioco di parole intraducibile – per salvare lo spirito dell’opera.

Il terzo, e ultimo, è quello di presenza “trasparente”. Non cerco di essere “silenziosa”, ma piuttosto di evitare che il lettore avverta la mia presenza attraverso forzature o uno stile che non appartiene all’autore. Diversamente, la mia mediazione sarebbe fallita.

In sintesi, sono come un’attrice che recita in una lingua diversa: la performance è mia, ma le parole, i sentimenti e il messaggio appartengono interamente all’autore. Il mio successo sta nel riuscire a sparire dietro la sua voce, permettendole di mantenere la naturalezza del testo originale. 

Il traduttore editoriale resta spesso una figura “invisibile” al grande pubblico, pur avendo un ruolo centrale nella vita di un libro. Secondo te come viene percepito oggi il lavoro del traduttore e cosa andrebbe raccontato di più di questa professione? 

Sono d’accordo. Il ruolo del traduttore editoriale è centralissimo. E nonostante restiamo – purtroppo – una figura “invisibile”, non va dimenticato che la nostra professionalità si basa su un lavoro complesso di mediazione culturale e linguistica, che va oltre la semplice trasposizione parola per parola, trasformando un testo estraneo in un’opera che parla al lettore italiano, mantenendo tono, stile e sfumature.

Sarebbe fondamentale diffondere l’importanza di questa professione attraverso la descrizione dei processi creativi e critici, la valorizzazione della specificità culturale, la promozione della figura del traduttore come autore del testo tradotto, sottolineando il valore della sua firma e del suo ruolo nella letteratura contemporanea. 

In Una di famiglia la voce narrante è intima, a tratti disturbante, e gioca molto sulle ambiguità affettive. Qual è stata la maggiore difficoltà nel tradurre questa “zona grigia” emotiva senza renderla esplicita o, al contrario, edulcorarla? 

La sfida principale che ho dovuto affrontare nel tradurre la “zona grigia” di Una di famiglia è stata quella di mantenere la tensione tra l’innocenza apparente e la manipolazione psicologica senza rompere l’equilibrio del non detto.

Il controllo della voce narrante è ciò che mi ha creato le maggiori difficoltà. La protagonista parla spesso tra sé e sé con un tono che oscilla tra la sottomissione e il risentimento. Rendere queste sfumature richiede una scelta di termini che abbiano un “doppio fondo”, che in italiano suonino umili per gli altri personaggi, ma che lascino trasparire un’oscurità latente per il lettore.

C’è poi l’ambiguità dei legami. Per esempio, il rapporto tra la domestica e la padrona di casa è costruito su micro-aggressioni e attrazioni malsane. Il rischio costante è stato quello di rendere i conflitti troppo espliciti – rovinando il thriller psicologico – o di appiattirli in una normale dinamica, perdendo quel senso di “disturbo” che caratterizza l’originale.

E per finire, la resa delle pause e dei silenzi. Spesso l’inquietudine non risiede nelle parole, ma proprio nei momenti vuoti, nel tacito modo in cui si osservano i dettagli. Rendere questa precisione chirurgica in italiano senza cadere nel dramma è stato essenziale per preservare l’atmosfera claustrofobica del romanzo. 

Ci sono parole, espressioni o passaggi del testo originale che ti hanno costretta a prendere decisioni quasi “autoriali”, scegliendo più per atmosfera e ritmo che per fedeltà letterale? Puoi raccontarci un esempio? 

Nella traduzione italiana di Una di famiglia di Freida McFadden, la sfida principale non è stata affrontare determinati passaggi, quanto piuttosto la gestione della tensione psicologica e del ritmo serrato tipici dei thriller moderni.

Un esempio emblematico del necessario lavoro “autoriale” ha riguardato la resa della voce narrante di Millie. In inglese, l’autrice usa spesso frasi brevi, quasi mozzate, che servono a trasmettere l’ansia e lo stato di sottomissione dei personaggi. In diversi passaggi in cui Millie interagisce con Nina Winchester, il testo originale presenta espressioni come “I just nodded” o “I kept my mouth shut”, la cui traduzione letterale è “Annuii”, “Tenni la bocca chiusa”.

Un’altra scelta “autoriale” riguarda il ritmo. In alcuni momenti chiave, per mantenere l’atmosfera oppressiva della soffitta e il senso di minaccia incombente, e per rendere al meglio queste reazioni, ho optato per verbi più evocativi o costruzioni che enfatizzassero l’isolamento di Millie, preferendo frasi tipo “Abbassai lo sguardo senza replicare”, o lasciando che il ritmo della traduzione italiana riflettesse il suo batticuore.

C’è poi la gestione dei colpi di scena verbali. Freida McFadden gioca molto con l’ironia amara di Millie. Talvolta, tradurre letteralmente il sarcasmo americano può risultare piatto in italiano. Per preservare l’atmosfera da “gioco del gatto con il topo”, è stato indispensabile adattare le battute affinché il ritmo della suspense non si interrompesse.

Per esempio, quando Millie descrive le follie di Nina, la scelta dei termini italiani è stata guidata più dalla necessità di far percepire al lettore l’esasperazione crescente che dalla corrispondenza precisa del vocabolario, trasformando semplici aggettivi in espressioni che sottolineano la precarietà della sua posizione.

In sintesi, la decisione autoriale è stata quella di “accordare” lo stile italiano sulla frequenza dell’ansia, sacrificando a volte la brevità estrema dell’inglese per una fluidità che permettesse al lettore italiano di avvertire lo stesso senso di claustrofobia. 

Tradurre significa anche abitare a lungo una storia: in che modo Una di famiglia ti ha coinvolta come lettrice prima ancora che come traduttrice, e questo coinvolgimento ha influenzato il tuo lavoro? 

Tradurre Una di famiglia è stato come immergersi in un meccanismo psicologico claustrofobico che doveva catturare il lettore con una tensione costante.

Cosa posso dire del mio coinvolgimento come lettrice?

La lettura di questo thriller agisce a livello viscerale. Il coinvolgimento nasce dall’ambiguità dei personaggi: all’inizio, si è portati a simpatizzare con Millie, la protagonista in cerca di riscatto che però viene costantemente destabilizzata dai segreti della famiglia Winchester.

L’ambientazione permette di percepire il ritmo dell’ansia e i sottili segnali di pericolo che l’autrice dissemina nel testo. Il forte coinvolgimento emotivo ha influenzato la mia traduzione in tre modi fondamentali. In primo luogo, il ritmo della tensione che doveva essere serrato per mantenere alta la suspense. Aver vissuto quella tensione come lettrice mi ha aiutata a riprodurre la stessa “voracità” di voltare pagina anche nella lingua d’arrivo.

In secondo luogo, la scelta del registro. Abitare nella casa dei Winchester attraverso gli occhi di Millie significava adottare la sua voce ruvida e guardinga. Il coinvolgimento mi ha supportata nella scelta di termini che non fossero solo corretti, ma che riflettessero anche lo stato psicologico di isolamento e sospetto della protagonista.

E, importantissima, la gestione dei colpi di scena. Conoscere l’impatto emotivo dei plot twist mi ha permesso di non anticiparli involontariamente attraverso scelte lessicali troppo esplicite, preservando il mistero fino al momento esatto in cui l’autrice aveva previsto che esplodesse.

In sostanza, l’immedesimazione mi ha permesso di trasformare la traduzione da semplice trasposizione linguistica a una vera e propria restituzione dell’atmosfera psicologica originale. 

Dal tuo punto di vista privilegiato di mediatrice tra lingue e culture, che tipo di libro è Una di famiglia per il pubblico italiano di oggi? Credi che la traduzione possa far emergere aspetti del testo che nella lingua originale restano più sottili? 

Una di famiglia si presenta al pubblico italiano come un thriller psicologico ad alta tensione che intercetta perfettamente la fascinazione contemporanea per i segreti domestici e le dinamiche di potere di classe.

Per il lettore italiano, il libro si inserisce nel filone del “domestic noir”, ma con una sfumatura particolare.

In un contesto sociale dove la distinzione tra “chi serve” e “chi è servito” è ancora carica di retaggi storici e tensioni sottili, il personaggio di Millie – l’outsider che entra in una casa perfetta – risuona con forza.

Il romanzo esplora la vulnerabilità sociale, un tema molto sentito in un’epoca di precarietà economica.

A mio parere, la traduzione in italiano ha amplificato alcuni aspetti che in inglese risultano più flebili. Prendiamo la gerarchia linguistica. L’italiano possiede una gamma di registri e l’uso del “lei” – rispetto al “tu” – che può marcare in modo molto più netto la distanza glaciale e la condiscendenza dei padroni di casa verso Millie. Questo rende l’isolamento della protagonista più tangibile per il lettore italiano.

Per quanto riguarda l’atmosfera claustrofobica, la resa della prosa incalzante della McFadden in una lingua più flessa e ricca di sfumature come l’italiano può enfatizzare il senso di paranoia e del tacito, trasformando la semplicità dell’originale in una tensione psicologica più densa.

C’è poi il contrasto di classe. Mentre in inglese la distinzione è spesso affidata al contesto, in italiano la scelta dei vocaboli può far emergere meglio la contrapposizione tra il mondo patinato della borghesia e la realtà cruda di chi cerca di sopravvivere, rendendo il ribaltamento finale ancora più catartico.

Ritengo, quindi, che per il pubblico italiano questo sia un libro di intrattenimento puro e magnetico, capace di trasformare una lettura rapida in una riflessione, anche inconscia, sui pregiudizi sociali e sui confini oscuri della privacy domestica. 

Sapendo che Una di famiglia è stato adattato in film, hai avuto modo di confrontarti con la sceneggiatura o con le scelte narrative della trasposizione? Ti è sembrato che la traduzione abbia influenzato anche la ricezione cinematografica del libro? 

In merito all’adattamento cinematografico, la sceneggiatura sembra aver mantenuto la struttura a doppio binario del libro. La sfida principale della trasposizione è stata rendere i colpi di scena psicologici, che nel romanzo dipendono molto dai pensieri interni dei personaggi di Millie e Nina.

Il film punta molto sull’atmosfera claustrofobica della casa, utilizzando la regia per sostituire i monologhi interiori con dettagli visivi inquietanti.

La scelta di Sydney Sweeney (Millie) e Amanda Seyfried (Nina) ha influenzato la percezione dei personaggi, rendendoli forse più glamour rispetto alla versione letteraria, ma accentuando la tensione manipolatoria tra le due protagoniste.

La traduzione del libro ha giocato un ruolo fondamentale nel preparare il terreno al film. Innanzitutto, l’uniformità del titolo. Il mantenimento del titolo in italiano del libro ha permesso di sfruttare il fenomeno virale di TikTok, #BookTok, dove il thriller ha spopolato.

Questo ha creato una base fan globale che si aspetta la stessa terminologia e lo stesso ritmo nel film. I dialoghi sono molto semplificati. La scrittura di McFadden è nota per essere diretta e priva di fronzoli, caratteristica che si riflette bene nella traduzione italiana. Questa linearità ha reso più facile la trasposizione in una sceneggiatura cinematografica dinamica, dove l’azione e il ritmo prevalgono sulle descrizioni letterarie complesse.

La ricezione del film beneficia del successo della traduzione editoriale. Il pubblico che ha letto il libro riconosce immediatamente i tropes del genere domestic thriller. Se la mia traduzione avesse alterato il tono, rendendolo, che so, troppo formale o gotico, lo scollamento con la versione cinematografica, che è invece un thriller moderno e teso, sarebbe stato penalizzante.

In conclusione, la traduzione ha agito come un ponte culturale, standardizzando l’esperienza del lettore internazionale e rendendo il marchio di Una di Famiglia immediatamente riconoscibile anche sul grande schermo. Il film è un adattamento fedele nell’anima, ma che apporta modifiche sostanziali per adattarsi al formato cinematografico, snellendo la trama e cambiando alcuni eventi cruciali che, naturalmente, non rivelerò…

Salotto Giallo ringrazia Eleonora Motta per la sua disponibilità all’intervista e le dà appuntamento alla prossima… traduzione!
Una di famiglia Salotto Giallo

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