Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Claudia Pieri
Gradita ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Giacinta Cavagna di Gualdana.
Giacinta Cavagna di Gualdana è storica dell’arte e docente presso l’Università degli Studi di Milano; svolge ricerche sulle arti decorative del Novecento.
Da sempre affascinata dalla storia di Milano, cui ha dedicato diversi libri, organizza visite guidate alla scoperta della città e dei suoi capolavori attraverso itinerari inconsueti.
La fabbrica delle tuse (2023), il suo esordio nella narrativa, ha riscosso un grande successo di critica e di pubblico.
Nel 2025 con Neri Pozza pubblica “Un milione di scale. Le ragazze della Rinascente” (recensione a cura di Claudia Pieri a questo link) “un’opera corale che esalta il senso di appartenenza e del dovere di tre generazioni di donne”.
Claudia Pieri ha potuto porre qualche domanda all’autrice, la quale ci ha svelato qualche interessante retroscena del libro.
C’è stato un momento preciso – un’immagine, un dettaglio architettonico, un racconto raccolto per caso – in cui ha sentito che la storia della Rinascente non era solo storia, ma un romanzo che chiedeva di essere scritto?
La fabbrica delle tuse (Piemme 2023) mi ha insegnato che anche i dettagli più golosi e quotidiani, come una tavoletta di cioccolato, possono nascondere una storia, un affetto, una vita piena di avventure. Da allora ho un occhio ancora più attento e curioso: anche una vetrina luminosa merita di essere osservata e ascoltata.
E così un giorno mi sono fermata davanti alle vetrine della Rinascente e ho ascoltato: ho scoperto che dietro quelle vetrine si nascondeva un sogno, un piccolo sogno, quello dei fratelli Bocconi che prima di pensare all’Università per la quale sono famosi in tutto il mondo, erano mercanti ambulanti di stoffe, ma con il sogno di aprire un negozio di abiti confezionati.
Lì ho capito che quella storia meritava uno spazio e la mia attenzione.
E cosa l’ha affascinata di questa scelta apparentemente insolita, così quotidiana eppure piena di vita?
Dentro i grandi magazzini c’era tutto quello che cercavo per la mia storia: c’erano le donne, le commesse, tante commesse. C’erano le grandi famiglie di imprenditori, c’era la Storia d’Italia e la quotidianità, gli usi e le tradizioni della mia città.
In Un milione di scale la Rinascente sembra quasi un personaggio, che cambia insieme alle donne che ci lavorano. Da dove è nato questo modo “vivo” di raccontare un luogo? E quanto c’entra il suo sguardo da storica dell’arte?
Mi piace avere sempre un contatto diretto sia con i documenti d’archivio sia con le persone: secondo me solo quando possiedi e vivi da dentro la storia puoi riuscire a descriverne le mille sfaccettature e a farla sembrare viva.
La mia anima di ricercatrice, di studiosa e di storica d’arte influisce sul modo di guardare e approcciare il materiale: ogni tassello, come un puzzle, deve trovare la sua giusta posizione.
Bice, Eleonora e Cristina portano avanti un’idea forte di lavoro e dignità. Come ha fatto a raccontare questa eredità femminile senza scadere nella nostalgia, mantenendo però tutta la loro forza?
Sono partita dalle fonti e dalle pagine delle riviste interne dei grandi magazzini: qui veniva raccontata la quotidianità della vita e del lavoro delle commesse, tra premi, concorsi, feste, promozioni, recensioni di mostre, attività sportive di dopolavoro.
Mi sembrava di trovare in queste pagine una chiave fresca e un punto di vista inconsueto sulla Storia e sulla vita delle lavoratrici.
La storia procede come un puzzle, con salti nel tempo e vite che si intrecciano. In che modo è riuscita a bilanciare precisione storica ed emozioni? E la documentazione ha mai rischiato di prendere il sopravvento sulla voce dei personaggi?
È un delicatissimo equilibrio, frutto di lunghe giornate di lavoro.
Il risultato è tra le pagine e sono i lettori ad avere l’ultima parola e a potermi dare la conferma di essere, o meno, riuscita a fare in modo che la precisione storica non prevalesse sulle emozioni e viceversa!
Nel libro gli oggetti hanno un ruolo speciale: la Singer, i merletti, gli scampoli… Quali materiali l’hanno aiutata di più a ricreare l’atmosfera? C’è un oggetto che considera la vera chiave del mondo delle “rinascentine”?
Direi la divisa, che doveva essere perfettamente stirata, pulita e che incarna da una parte il senso di appartenenza all’impresa e dall’altra sintomo di una cura non solo per il proprio aspetto, ma anche per i grandi magazzini che rappresentano.
Milano è molto più di un’ambientazione: è un vero motore del romanzo. Cosa ha scoperto – o riscoperto – della città mentre scriveva?
Ho scoperto per esempio che le commesse organizzavano i pacchi per i soldati malati e ogni settimana si recavano negli ospedali militari. Ma anche che durante la guerra venivano organizzati corsi di economia domestica, che ogni anno veniva bandito un concorso per premiare il dipendente più gentile e così via.
Ma soprattutto quello che mi ha stupito è stato vedere come ciascun membro delle famiglie dei proprietari fosse coinvolto non solo nella quotidianità del grande magazzino, ma fosse inserito nel tessuto sociale della città, diventando protagonista: durante la prima guerra mondiale una parte degli stabilimenti dei Bocconi era stato adibito a ospedale per accogliere i feriti oppure i corsi di economia domestica, borletti crocerossina.
C’è un dettaglio “da passeggiatrice” che ha trasformato in racconto?
Ci sono tanti dettagli “da passeggiatrice” che ho trasformato in racconto. Ad esempio la storia della casa del mago in via San Vincenzo, oggi nel centro di Milano, che Bice vede dall’aula della scuola. Era una chiesa che per un determinato periodo è stata trasformata in una industria chimica da cui uscivano maleodoranti fumi e che risveglia ricordi e malinconie nell’animo di una giovane Bice.
Infine la nostra domanda di rito. Ha la possibilità di sedersi nel nostro Salotto e di invitare il suo autore o la sua autrice preferito/a e fargli/le una sola domanda. Chi invita e cosa gli/le chiede?
Oh, che simpatica domanda. Vi rispondo di getto.
Vorrei chiamare la scrittrice spagnola Alicia Gimenez-Bartlett, l’anima di Pedra Delicado: appena vedo in libreria con sua una nuova avventura corro a comprarlo, pregustandomi una lettura che divoro.
Le chiederei:
“Perchè? Davvero non c’era altro modo di risolvere la crisi tra Pedra e Marco?
Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la disponibilità all’intervista.

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