Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Barbara Terenghi Zoia
Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Pierangelo Sapegno.
Pierangelo Sapegno, scrittore e giornalista. Inviato di lungo corso a La Stampa, ha seguito tutti i grandi fatti di attualità degli ultimi quarant’anni, dalla cronaca nera allo sport, dagli scandali politici ai disastri naturali, comprese le guerre. Fra i tanti libri, è autore, assieme a Pierdante Piccioni, del best seller Meno Dodici, da cui è stata tratta la fiction di successo Doc nelle tue mani.
Nel 2025 scrive assieme a Gianluca Tenti La vita mala, edito Neri Pozza. Il romanzo, definito “il romanzo criminale della Milano degli anni Settanta” è stato letto e recensito per Salotto Giallo da Barbara Terenghi Zoia (recensione cliccando questo link). Di seguito l’interessante intervista all’autore, che ci ha svelato, grazie alle domande di Barbara, alcuni retroscena e spunti del romanzo.
La vita mala è ambientato nella Milano degli anni di piombo, una città cupa e spietata che diventa quasi un personaggio a sé. Come avete lavorato su questa scelta stilistica? E in che modo gli elementi storici — terrorismo, sequestri, tensioni sociali — si intrecciano con la dimensione narrativa del romanzo?
Milano è da sempre il cuore pulsante del Paese, il suo riferimento economico e artistico. E’ la metropoli dove nascono, nel bene e nel male, le grandi correnti politiche che incidono così fortemente sulle scelte dell’Italia. A Milano Mussolini fonda il fascismo, nasce la Lega, il Berlusconismo, ma anche il craxismo e il suo opposto, tangentopoli. Negli Anni ’70 è invece la capitale del riformismo, un baluardo a guida socialista con i sindaci Aniasi e Tognoli.
Milano soprattutto porta in dote un valore di quell’epoca, che i nuovi tempi stanno lentamente superando e umiliando: il lavoro.
Ma senza la sua anima, immersa solo nella sua cronaca, Milano è un’altra cosa. E’ una città molto diversa da quella che conosciamo oggi, una città plumbea, oscura, con i bossoli di pistola per le strade, sparatorie come nel Far West, una media di 150 omicidi all’anno (oggi tanto per capire sono 12), una metropoli bifronte, da una parte lo sviluppo economico e la crescita della ricchezza e dall’altra la violenza delle piazze e la sua notte cupa, con le bische nascoste dentro a palazzi insospettabili.
E’ vero che Milano diventa nel libro un personaggio a sé. Il fatto è che nessun posto racconta gli Anni ’70 come Milano. E gli Anni ’70 non sono solo un periodo terribile della nostra storia, ma sono stati un decennio di contrasti con molti aspetti negativi, come le crisi energetiche, i conflitti politici, la strategia della tensione, i vari tentativi di golpe, il dilagare prepotente del terrorismo e l’affermarsi di una malavita cruenta e spietata (si diffondono i sequestri di persona: 543 nel decennio, solo nel 1977 furono 75. 66 sequestrati vennero assassinati e in 31 casi il riscatto era stata pagato). E altri positivi. È un’epoca di intensa contestazione sociale e di importanti riforme legislative (Regioni, Statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, divorzio, aborto) e significativi progressi scientifici (esplorazione spaziale, nascita della fecondazione in vitro), un’epoca che vede fiorire espressioni artistiche come il Glam Rock e lo stile streetwear e che assiste a una rivoluzione creativa con l’emergere di radio e tv libere.
Gli Anni ’70 sono come Milano, una realtà bifronte. Sono carne e sangue, entità che respirano dentro la trama del libro.
I protagonisti de La vita mala sono mossi da una “fame” di vita che, in alcuni casi, sembra trasformarsi in una condanna. Quanto è stato importante per voi mettere al centro questa tensione esistenziale, più che il racconto criminale in senso stretto?
L’aspetto esistenziale è dominante. Le condanne a cui vanno incontro alcuni personaggi hanno due risvolti. Uno è ambientale. Perché certi luoghi possono anche incarnare la propria sconfitta, identificarla.
È quel che accade a Lisa, che ritorna da dov’era partita, a fare le stesse cose negli stessi posti, fra le nebbie della periferia e l’anonimato di quei palazzi tutti uguali, quella archeologia di tristezza sovietica, con le sue quinte squadrate e gelide, ai margini di una città che per contrasto sta per essere rivoluzionata dalla sua ricchezza.
Turatello, a cui si ispira la figura di Dennis, e i criminali di quell’epoca e del romanzo diventano grandi assieme a Milano, la vedono trasformarsi ed espandersi, cambiare faccia, vedono crescere le sue industrie, la Breda, l’Alfa, la Pirelli, Alemagna, Motta, vedono le banche aprire nuove filiali. Soprattutto vedono Milano diventare una città moderna, motore dell’Italia, pervasa da grandi energie positive e rivendicazione operaie per condizioni di vita migliori, con il vessillo del lavoro da sventolare come l’unica grande insegna di quello sviluppo.
Ma loro quella Milano la sfiorano solo, la guardano di sfuggita, la osservano dalle loro giungle di anonimato spettrale come belve pronte a sbranarla. Da questo fossato, questa diversità di mondi, deriva forse la loro solitudine.
E questa è l’altra condanna di molti dei protagonisti del libro, perché nella solitudine possono esserci tante cose, può esserci l’esclusione, la miseria e la sconfitta, o semplicemente l’abisso degli occhi vuoti di un assassino. Da qualche parte intorno a noi esiste un’altra visione del mondo e altri occhi per vederlo. Anche il dolore è diverso, perché sembra assurdo dirlo ma è strettamente connesso con la tua capacità di amare.
La verità è che alla fine quello che manca ad alcuni personaggi del libro è la volontà cristica del riscatto, qualunque esso sia. E’ questo che condanna la loro fame di vita all’impotenza.
Il tema dell’amicizia tra Mimmo e Chris, o quello dell’amore — sincero o di convenienza — di Marina, sembrano prevalere sulla trama criminale. Che ruolo hanno questi legami nello sviluppo della vicenda e nella trasformazione dei personaggi?
L’amore e l’amicizia sono centrali in questo libro, è vero. Ma qui una cosa va precisata. L’amore è una facoltà cognitiva. Platone, mi sembra, lo metteva nelle cinque follie positive dell’animo umano, che vanno oltre la ragione (un’altra era l’arte, un’altra ancora la capacità di intuire il futuro). La follia più elevata, che ci coinvolge tutti. Noi siamo fatti di ragione e di follia. Ma siamo anche profondamente diversi fra di noi.
Le donne hanno una intelligenza doppia, intuitiva e sentimentale. Il maschio conosce solo quella logico razionale. Ne deriva che abbiamo due modi diversi d’amare. Ma a raccontare questa follia, può accadere di guardare con occhio più dolente, pure con pietas, chi vive quel rapporto con il sentimento che viene dalla sua natura e dal suo intelletto. Anche se molte volte questa sua grandezza la condanna a essere una vittima, come nel caso di Lisa, la donna di Dennis.
Dennis “il Gallo” è un personaggio centrale ma insolito: più che un malvivente spietato, lo descrivete come un uomo fragile, vanitoso, sempre in cerca di conferme. Perché avete scelto di mostrare queste debolezze invece di insistere sulla sua indole violenta?
Anche questa osservazione è giusta. Ma noi abbiamo su Dennis lo sguardi di Lisa. E’ lei che lo vede come uno sconfitto e che continua ad amarlo per questo. In realtà è un uomo violento, prepotente, profondamente egoista, e ambizioso. La vera sua fragilità sta in quel desiderio di grandezza smisurato rispetto alla sua persona. Per questo finisce per pestare i piedi a chi non deve e a non capire quando è già cominciata la sua sconfitta.
Scrivere in due non è mai semplice: ognuno porta con sé sensibilità, idee e stili diversi. Qual è stato il vostro metodo di lavoro nella stesura di La vita mala? Vi siete divisi i personaggi e le scene, oppure avete scritto sempre insieme confrontandovi su ogni passaggio?
Si potrebbe dire che uno ha avuto l’idea e l’altro l’ha scritto. Sempre all’interno di un confronto continuo, anche estenuante in certi frangenti. Ma in verità è più complicato di così. Un lavoro di coppia è una simbiosi che va al di là della semplice divisione dei ruoli.
Nel romanzo emerge spesso un senso di sconfitta, sia sul piano affettivo che lavorativo. I protagonisti sembrano dominati da un bisogno smodato di appartenenza e di amore esclusivo. Secondo voi, questo desiderio eccessivo conduce inevitabilmente verso percorsi autodistruttivi?
La sconfitta, qualsiasi sconfitta, è sempre figlia di tante cose. Non di una sola. Molte volte è semplicemente dentro di noi, la nostra storia. C’è forse il senso della tragedia che avevano i greci in questa consapevolezza. Però è anche vero che noi possiamo liberarci dalle nostre sconfitte. Come ha fatto Cassius Clay.
Alla fine dov’è la verità della vita? In greco felicità si dice eudemonia: eu, bene, buono, e demonia demone, sorte. Come a dire che la felicità ci è in qualche modo estranea e ci viene regalata dal caso, dagli dei. I greci, nel loro senso della tragedia, vedevano l’uomo come un fuscello nel mare in tempesta che poteva essere salvato solo dall’aiuto divino. Il cristianesimo ha cambiato tutto, è in fondo una religione che cancella questo senso della tragedia. Offre speranza, promette il paradiso, nobilita persino il dolore.
Da Lutero in poi, i protestanti e i calvinisti soprattutto hanno avvicinato il paradiso alla Terra e l’uomo alla sua volontà. La chiave del paradiso sta nella realizzazione di sé stessi, che era la stessa cosa che poi dicevano i greci. L’unica piccola felicità possibile all’uomo è quella di capire chi sei: conosci te stesso.
Voglio dire che la nostra storia pur spezzando il suo percorso di crescita finisce per arrivare allo stesso punto. Il segreto è capire quello che puoi fare nella vita, non quello che vuoi avere o quello che sogni di avere.
Ma la cosa più importante è che solo se conosci davvero te stesso puoi avere la forza per rialzarti. E’ questo che manca a Dennis, a Lisa, a Marina, a Chris. La forza del riscatto. E’ questa la loro sconfitta.
Infine la nostra domanda di rito: potete sedervi nel nostro Salotto con il/la vostro/a autore/autrice preferito/a. Chi invitate e cosa gli/le chiedete?
I miei autori preferiti purtroppo non ci sono più. Io mi sono divorato i libri di Cormac McCarthy, John Updike, Vargas Llosa e Charles Dickens e Tom Wolfe.
Alla fine forse sceglierei quest’ultimo, perché era giornalista come me e ha descritto mirabilmente la società del suo tempo. La prima cosa che gli chiederei è come finisce Il mistero di Erwin Drood, il romanzo che non ha potuto ultimare per via della sua morte. Ma soprattutto vorrei sapere da lui come vede i nostri anni, di raccontarceli lui con una sua storia.
Se dovessi invece scegliere qualcuno in carne e ossa allora farei la stessa domanda ai fratelli Cohen.
Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista.

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