In salotto con… Mark Edwards

In salotto con Mark Edwards

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista e traduzione a cura di Barbara Terenghi Zoia

Gradito ospite di oggi dello spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Mark Edwards.

Mark Edwards scrive thriller psicologici in cui cose terrificanti accadono a persone comuni. Ha venduto più di tre milioni di copie e si è piazzato più volte in cima alle classifiche dei bestseller da quando, nel 2013, è stato pubblicato il suo primo romanzo.

È anche coautore di sei romanzi insieme a Louise Voss. Nel 2019, ai Dead Good Reader Awards, ha vinto il Cat and Mouse Award for Most Elusive Villain con il romanzo Last of the Magpies. Originario di Hastings nell’East Sussex, ora vive a Wolverhampton con la moglie, i figli e due gatti.

Nel settembre 2025 con Piemme pubblica il thriller psicologico Nido di vespe.

Lo ha letto e recensito per Salotto Giallo Barbara Terenghi Zoia (recensione a questo link) che con l’occasione ha proposto all’autore inglese alcune domande di approfondimento sul suo ultimo romanzo. Di seguito l’intervista completa, interamente tradotta da Barbara.

L’ambientazione gioca un ruolo centrale nel romanzo: la villa di Notting Hill, inizialmente descritta come un luogo da copertina, si trasforma presto in simbolo di potere e prigionia. La casa diventa un personaggio. Perché la scelta di collocare una storia così cupa in un quartiere solitamente percepito come elegante e rassicurante?

Mi piacciono le ambientazioni del tipo “guai in paradiso”. Volevo che gli organizzatori della cena fossero ricchi e che l’irruzione domestica in casa accadesse a persone della classe media, che di solito pensano di essere al sicuro dai pericoli.

È stato anche utile ai fini della trama che potessero permettersi di vivere in una “casa intelligente”, dove è facile chiudere tutte le porte e le finestre con un’app. Pensano di essere in grado di proteggersi dal pericolo, ma finiscono intrappolati. Inoltre, Notting Hill è un luogo che quasi tutti conoscono o immaginano, il che lo rende perfetto per l’ambientazione  

La struttura del romanzo alterna due linee temporali, tra il 1999 e il presente, mostrando come un progetto nato in ambito universitario abbia condizionato profondamente la vita dei protagonisti. Vuole essere un monito su quanto le scelte – e i silenzi – del passato possano avere effetti a lungo termine?

Mi piace scrivere storie in cui le scelte o gli errori del passato tornano a perseguitare i protagonisti.

La maggior parte dei personaggi del libro non si è mai davvero ripresa da quanto accaduto nel 1999 e sono ancora legati tra loro, anche se, a eccezione della coppia sposata, non si vedono da 25 anni. Alcuni sono relativamente innocenti e nel 1999 hanno commesso solo piccoli sbagli. Ma qualcuno, invece, porta con sé da allora un segreto devastante… 

Nel corso della storia emergono segreti taciuti per anni, spesso distorti o rielaborati dai ricordi dei personaggi. Quanto per te è affidabile la memoria? E fino a che punto può essere influenzata dal punto di vista altrui?

La mia memoria è probabilmente molto inaffidabile. Discuto spesso con mia moglie su episodi di anni fa che ricordiamo in modo completamente diverso.

Trovo affascinante come il ricordo del passato possa essere influenzato dagli altri, a volte in modo involontario, altre in modo deliberato – una sorta di gaslighting a lungo termine. Anche noi stessi tendiamo a modificare i nostri ricordi, a volte per sentirci meglio, altre solo perché così la storia “funziona” di più.

Tutto questo è un materiale ricchissimo per chi scrive thriller! 

Finn è l’unico estraneo rispetto al gruppo originale e il suo comportamento rimane ambiguo per gran parte del romanzo. Il suo personaggio è stato concepito come detonatore degli eventi o come elemento di depistaggio?

Volevo che alla cena ci fosse uno sconosciuto, qualcuno dal comportamento sospetto, capace di mettere il lettore in tensione e farlo interrogare su chi fosse davvero e cosa stesse per accadere.

Solo in seguito, durante la scrittura, ho capito in che modo le sue azioni avessero innescato gran parte della storia. 

Uno dei temi portanti del libro riguarda le conseguenze delle questioni emotive irrisolte. Nella seconda parte del romanzo queste tensioni esplodono con effetti devastanti. Credi che il romanzo possa essere letto anche come un invito ad affrontare certi nodi personali prima che sia troppo tardi?

Sono una persona che tende a non affrontare le questioni emotive irrisolte – per esempio, ho sempre evitato qualsiasi tipo di terapia – e mia moglie sostiene che mi farebbe bene affrontarle!

Forse hai ragione, e ho scritto questa storia come una sorta di avvertimento o istruzione per me stesso. Ma, in superficie, credo semplicemente che offra una lettura piacevole e interessante, soprattutto perché tocca anche il tema dell’amore.

L’amore a lungo represso di Will per Sophie è ciò che gli ha impedito di essere davvero felice, e mi sono divertito a scriverne. 

Nel romanzo il concetto di “reunion” tra ex compagni assume risvolti estremamente inquietanti. Se dovessi ricevere un invito simile da un vecchio gruppo universitario, accetteresti senza esitare… o troveresti una buona scusa per declinare?

Sarebbe un ottimo test per la mia memoria! Quante persone ricorderei davvero? Ho perso i contatti con quasi tutti i miei compagni di scuola e università, il che è un peccato.

Quindi si, penso che sarebbe interessante accettare un invito del genere e magari riallacciare qualche vecchia amicizia. Anche se tra quei volti potrebbe esserci qualche ex fidanzata che preferirei non rivedere! 

Giochiamo con la fantasia: hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi?

Questa è semplice.

Inviterei Donna Tartt e le chiederei quando uscirà il suo prossimo libro. Stiamo aspettando da 13 anni! 

Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista.
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