Cinque romanzi, un’unica origine
A cura di Cristina Casareggio
Il 4 giugno, al Teatro Romano di Benevento, è stata annunciata la cinquina finalista del Premio Strega 2025.
I libri che si contenderanno la vittoria il prossimo 3 luglio sono L’anniversario di Andrea Bajani (Feltrinelli), Quello che so di te di Nadia Terranova (Guanda), Perduto è questo mare di Elisabetta Rasy (Rizzoli), Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori (Mondadori) e Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol (TerraRossa).
Cinque romanzi profondamente diversi per stile e tono, ma legati da due fili conduttori inattesi: la famiglia e il potere del ricordo.
Le storie di questi libri ci riportano tutte, in modi diversi, a un’origine. E quella origine è quasi sempre una casa, un luogo da cui si è fuggiti o che si è perduto, e a cui si torna – con il corpo o solo con il pensiero – per tentare di ricomporre le fratture dell’identità.

Non è un caso che in L’anniversario di Andrea Bajani, il punto di partenza sia proprio la chiusura definitiva della porta di casa: un addio radicale, che segna la fine di ogni contatto con la madre, il padre, il Paese.
Ma è proprio quell’abbandono a spalancare un varco nella memoria, a dare inizio a un viaggio dentro sé stessi.
Bajani ci mostra come la famiglia, per quanto lontana o rinnegata, continui ad agire nel profondo. Come se fossimo costretti a fare i conti con ciò che ci ha generati, anche quando abbiamo scelto di lasciarlo alle spalle.
La scrittura diventa allora un atto necessario, un modo per riappropriarsi della propria storia e riscriverla, magari per la prima volta in modo davvero libero.

Anche Nadia Terranova, in Quello che so di te, si interroga sulla famiglia, ma lo fa a partire dalla maternità, da quel momento spartiacque in cui si diventa madre e, insieme, si torna figlia.
È una riflessione che ha la forma di un diario intimo, di una ricerca nelle profondità dell’io, dove convivono fragilità, eredità, fantasmi familiari.
La lingua non basta, sembra dire Terranova, le parole mancano, non esiste un vocabolario condiviso tra lei e sua figlia. E proprio per questo la scrittura diventa un gesto urgente, una forma di resistenza contro la paura, contro il disorientamento.
Il passato familiare non è solo un bagaglio da portare con sé, ma un punto fermo da cui ripartire. Perché senza sapere da dove veniamo, rischiamo di non sapere dove andare.

In Perduto è questo mare, Elisabetta Rasy affronta un’altra forma di perdita: quella della città d’origine, del padre, dell’infanzia interrotta.
La sua è una scrittura limpida, quasi trattenuta, ma capace di restituire tutto il dolore sottile che accompagna le separazioni precoci.
L’azzurro del mare diventa metafora di ciò che è stato lasciato indietro, ma anche elemento salvifico, luogo dell’immaginazione e della riconciliazione.
Il romanzo oscilla tra autobiografia e romanzo familiare, tra racconto privato e voce collettiva, e in questo movimento continuo prova a rispondere alla domanda più lacerante di tutte: si può davvero tornare nei luoghi da cui si è stati strappati?

Paolo Nori sceglie invece una strada obliqua per affrontare gli stessi temi: quella dell’ibridazione tra biografia e autobiografia, tra omaggio letterario e confessione personale.
Chiudo la porta e urlo nasce come un libro dedicato al poeta Raffaello Baldini, ma presto si trasforma in un ritratto intimo dell’autore stesso, del suo modo sghembo di stare al mondo, delle sue memorie familiari.
Nori parla della figlia, della madre di sua figlia, della nonna Carmela, e nel farlo costruisce un racconto dove la famiglia non è tanto un luogo stabile quanto un campo di forze, dove amore e fatica, abbandono e tenerezza convivono.
Le cose che ci circondano – un oggetto, una parola, una foto – diventano elementi rivelatori, che rendono visibile non l’invisibile, ma il visibile dimenticato.
È un’operazione di scavo, quasi archeologica, in cui il linguaggio stesso si piega, si spezza, si reinventa per tenere insieme ciò che altrimenti rischierebbe di perdersi.

Infine, Michele Ruol affronta la famiglia nel suo momento di massima fragilità: dopo la perdita, dopo la tragedia.
Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un romanzo potente e doloroso, costruito attorno a 99 oggetti rimasti nella casa di una famiglia distrutta dalla morte dei due figli.
I personaggi non hanno nomi, solo ruoli – Padre, Madre, Maggiore, Minore – e proprio in questa scelta radicale si rivela la portata universale della storia.
Ogni oggetto è un detonatore emotivo, un frammento che riporta a galla i ricordi, le colpe, i tentativi di ricomporre ciò che si è spezzato. La scrittura è asciutta, essenziale, ma non per questo meno vibrante: è nella sottrazione che Ruol riesce a raccontare il dolore con autenticità e rispetto.
Anche qui, come negli altri romanzi della cinquina, la memoria è tutto: è il solo strumento che abbiamo per non soccombere, per ridare senso al presente.
Cinque romanzi, cinque visioni, un unico legame profondo.
La famiglia come origine e come enigma, la memoria come strumento di conoscenza, di resistenza, di trasformazione.
Ognuno di questi libri ci spinge a interrogarci non solo su ciò che ricordiamo, ma su come scegliamo di ricordare, e su cosa siamo disposti a salvare.
Non resta che attendere il 3 luglio per scoprire chi sarà il vincitore del Premio Strega 2025.
Ma forse, al di là del verdetto, questa cinquina ha già vinto: ha saputo parlarci di noi, delle nostre fragilità, dei nostri legami, con una profondità che lascia il segno.

