Recensione di Cristina Casareggio

A cura di Cristina Casareggio
TRAMA
Quello che so di te di Nadia Terranova
C’è una donna in questa storia che, di fronte alla figlia appena nata, ha una sola certezza: da ora non potrà mai più permettersi di impazzire.
La follia nella sua famiglia non è solo un pensiero astratto ma ha un nome, e quel nome è Venera. Una bisnonna che ha sempre avuto un posto speciale nei suoi sogni. Ma chi era Venera?
Qual è stato l’evento che l’ha portata a varcare la soglia del Mandalari, il manicomio di Messina, in un giorno di marzo?
Per scoprirlo, è fondamentale interrogare la Mitologia Familiare, che però forse mente, forse sbaglia, trasfigura ogni episodio con dettagli inattendibili.
Questa non è solo una storia di donne, ma anche di uomini. Di padri che hanno spalle larghe e braccia lunghe, buone per lanciare granate in guerra. Di padri che possono spaventarsi, fuggire, perdersi.
Per raccontare le donne e gli uomini di questa famiglia, le loro cadute e il loro ostinato coraggio, non resta altro che accettare la sfida: non basta sognare il passato, bisogna andarselo a prendere.
Ritornare a Messina, ritornare fra le mura dove Venera è stata internata e cercare un varco fra le memorie (o le bugie?) tramandate, fra l’invenzione e la realtà, fra i responsi della psichiatria e quelli dei racconti familiari.
Nadia Terranova ci consegna con queste pagine il suo romanzo più personale e più intenso, che ci interroga sul potere della memoria, individuale e collettiva, e sulla nostra capacità di attraversarla per immaginare chi siamo.
Un conto è sognare il passato, un conto andarselo a prendere
Diventare madri significa immergersi nelle profondità di sé stesse, scavare tra le radici familiari alla ricerca di figure materne che possano offrire confronto, riflesso, sostegno. Nadia Terranova con il suo nuovo romanzo ci conduce in una dimensione personale, intima e viscerale. Dopo due anni dalla nascita della figlia, si ritrova spaesata, alla ricerca di un punto fermo da cui ripartire.
Non mi sento al sicuro da nessuna parte, non sono protetta nelle parole degli altri e non ho ancora creato il dizionario per noi, per me e la bambina, e nemmeno per il noi tre che ricomprende suo padre
A guidarla in questo percorso per capire sé stessa e il momento che sta vivendo è l’apparizione ricorrente in sogno della bisnonna Venera. Attraverso un’indagine familiare – una vera e propria mitologia famigliare, come la definisce nel romanzo – l’autrice ricostruisce la storia di questa piccola donna dal destino tragico. Sposatasi in età avanzata per l’epoca, madre di due figlie, Venera perse la terza in un drammatico incidente. Un dolore insopportabile, che la società non le permise di elaborare: venne internata nel manicomio di Messina, un destino comune a molte donne di allora, private della possibilità di esprimere il proprio lutto, la propria voce, la propria sofferenza.
Ma questo viaggio non è solo un recupero di memorie: è un percorso concreto, un’indagine sul campo, grazie all’aiuto di esperti che quei luoghi li conoscono bene.
Messina ha il rumore tetro e insistente delle cose non dette, incastrate sulla bocca di chi non le pronuncerà mai: in Sicilia i fantasmi non se ne vanno, come i sentimenti più forti non lasciano più chi li ha provati una volta.

Nadia Terranova
Nadia Terranova è nata a Messina e vive a Roma.
Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (2015, vincitore di numerosi premi tra cui il Bagutta Opera Prima, il Brancati e l’americano The Bridge Book Award), Addio fantasmi (2018, finalista al Premio Strega, Premio Alassio Centolibri) e Trema la notte (2022, Premio Elio Vittorini, Premio Internazionale del mare Piero Ottone).
Collabora con le pagine culturali della Repubblica e della Stampa ed è la curatrice della rivista letteraria K edita da Linkiesta.
È tradotta in tutto il mondo.
Terranova intreccia narrazione e approfondimento psicologico, attingendo sia a testi d’epoca che a studi moderni, nel tentativo di comprendere le cause della presunta follia di Venera e il suo possibile lascito nelle generazioni successive.
Quello che so di te è un viaggio tra passato e presente, nel quotidiano di una madre, una figlia, una moglie, in cui la scrittura è filo conduttore e strumento di ricerca.
Quando scrivo creo forme di verità circoscritte da un limite, è il confine a renderle autentiche, a dar loro la concretezza che serve: non devo importare nulla, ogni cosa basta da sé. Ma scrivere è anche una profezia, quante volte ho trasformato in memoria un sogno o una visione del futuro?
Un romanzo popolato di donne e di elementi quasi magici, come i numeri che si ritrovano nei corsi e ricorsi della famiglia.
Ma accanto a queste donne tenaci e stravaganti, ci sono anche uomini forti, in grado di prendere in mano la vita e affrontarne le situazioni con determinazione. Il bisnonno granatiere, ad esempio, che non è stato in grado di aiutare la moglie con le proprie forze, ma ha avuto il coraggio di chiedere aiuto ai medici.
Capire il passato per dare senso al presente: questo è il messaggio più profondo di queste pagine. La storia è una guida necessaria per compiere ogni passo nel nostro oggi. Senza il passato, non siamo nulla.
Lasciateci libere di non farcela, né come madri né come artiste. Lasciateci sperimentare il fallimento, lasciate che ci concentriamo sull’unica cosa che importa: non cadere, o cadere senza uccidere chi amiamo. Lasciateci ovunque fallire in pace.
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