Recensione di Alessandra Isabella Spanò
TRAMA
Il becchino e la ragazza di Oliver Pötzsch
Vienna, 1894.
Augustin Rothmayer, il singolare becchino del cimitero centrale, uomo colto che sa tutto sulla morte, riceve un’insolita richiesta dall’ispettore Leopold von Herzfeldt, con cui ha già collaborato in precedenza: deve raccontargli tutto sulla conservazione dei defunti.
La richiesta nasce dal nuovo caso che Leopold è stato incaricato di risolvere: nel Kunsthistorisches Museum è stato rinvenuto un sarcofago contenente un cadavere.
Ma non si tratta di una mummia vecchia di secoli. Il morto è un famoso professore di egittologia il cui corpo è stato preparato solo di recente secondo un antico rito.
Si ipotizza subito che il professore sia rimasto vittima di una maledizione. Ma né Rothmayer né von Herzfeldt credono a una spiegazione soprannaturale.
Il professore è stato ucciso, ne sono certi. Nel frattempo Vienna è scossa da una brutale serie di omicidi.
I corpi orribilmente martoriati di alcuni giovani vengono ritrovati in varie zone della città. E, come se non bastasse, la morte di un guardiano dello zoo del Prater solleva numerosi interrogativi.
Per la modalità degli omicidi, l’investigatore e il becchino nutrono forti sospetti che a commetterli sia stata un’unica mano, che ora minaccia anche loro.
Il becchino e la ragazza di Oliver Pötzsch si trova a metà strada tra il romanzo storico e il thriller gotico, dimostrando grande maestria narrativa nel fondere intrigo, storia e tensione emotiva.
Pubblicato nel 2019 come secondo volume della serie Le avventure di Leopold von Herzfeldt, il romanzo si ambienta nella Vienna fin-de-siècle, un crogiolo culturale e intellettuale che fornisce una cornice affascinante e oscura al mistero narrativo.
Il romanzo appartiene al genere del giallo storico, intrecciando elementi di investigazione poliziesca con un’accurata ricostruzione del passato. Tuttavia, la sua atmosfera gotica e le incursioni nel macabro lo avvicinano anche alla narrativa dell’orrore psicologico. La combinazione di misteri irrisolti, crimini raccapriccianti e un contesto storico dettagliato rispetta le convenzioni del genere, ma Pötzsch va oltre, inserendo temi esistenziali e filosofici che arricchiscono la profondità del testo. Questo miscuglio di generi permette al lettore di riflettere su questioni storiche e morali senza rinunciare all’intrattenimento.
La Vienna del XIX secolo è più di un semplice sfondo narrativo: è un personaggio vivo, ricreato con tale precisione da rendere ogni strada, edificio e angolo oscuro palpabile.
Pötzsch sfrutta una vasta ricerca per costruire una città intrisa di contrasti: la modernità della scienza e della tecnologia si scontra con superstizioni e rituali arcaici, mentre l’arte e la cultura brillano accanto alla povertà e al degrado sociale. Il dettaglio della vita quotidiana, dai costumi agli usi funerari, immerge il lettore in un universo credibile e ricco di sfumature. Il cimitero centrale di Vienna diventa una sorta di microcosmo dell’intera città, simbolo di un’epoca in bilico tra progresso e decadenza.
Il rapporto tra la vita e la morte rappresenta il cuore pulsante del romanzo. La figura del becchino, esperto di rituali funerari e custode di una saggezza antica, funge da guida simbolica in questo dialogo. La morte, nel romanzo, non è solo un evento biologico, ma una presenza culturale e metafisica, un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Uno dei temi centrali dell’opera è il conflitto tra la scienza moderna e le credenze arcaiche. Leopold von Herzfeldt, con il suo approccio razionale e l’uso delle nascenti tecniche di investigazione scientifica, rappresenta il progresso e l’illuminismo. Tuttavia, si scontra costantemente con una società ancora radicata in superstizioni e pratiche tradizionali.

Oliver Pötzsch
Oliver Pötzsch, nato a Monaco nel 1970, è sceneggiatore e scrittore tedesco.
È un discendente dei Kuisl, una celebre dinastia di boia della Baviera che svolse il mestiere dal XVI al XIX secolo.
Ispiratosi alla sua dinastia, ha scritto una serie di romanzi gialli che hanno per protagonista il boia di Shongau e sua figlia.
Questo dualismo non viene trattato in modo manicheo: Pötzsch non glorifica la scienza a scapito delle tradizioni, ma esplora la complessità di un’epoca in cui il nuovo e l’antico si scontrano e si intrecciano. Il tema diventa così una metafora del progresso umano, costretto a confrontarsi con i limiti imposti dalla cultura e dalla paura dell’ignoto. L’introduzione delle tecniche investigative moderne, come la dattiloscopia (l’uso delle impronte digitali), è simbolo di un’epoca in cui l’innovazione scientifica promette di svelare i misteri della natura e dell’uomo.
Tuttavia, questo progresso porta con sé interrogativi morali e sociali: quali sono i limiti della scienza? Come cambia il rapporto con il passato e con i valori tradizionali? Pötzsch suggerisce che ogni passo avanti comporta una perdita e una trasformazione del tessuto culturale.
Infine, Pötzsch indaga la natura umana nei suoi aspetti più oscuri. I crimini e le indagini rivelano non solo il lato macabro della società, ma anche le motivazioni profonde che spingono le persone a compiere azioni estreme. L’autore non giudica i suoi personaggi, ma li presenta come specchi di una realtà complessa, dove il male non è mai puro e il bene non è mai assoluto. Questo approccio permette al romanzo di evitare stereotipi e di offrire una rappresentazione autentica della condizione umana.
Lo stile di Pötzsch è caratterizzato da un equilibrio tra descrizioni evocative e dialoghi incisivi. L’autore alterna registri narrativi, passando dal lirico al colloquiale, per adattarsi ai diversi personaggi e situazioni. Le tecniche narrative includono l’uso sapiente del foreshadowing, flashback e cliffhanger, che mantengono alta la tensione.
Tra i punti deboli di questo romanzo si può citare un certo squilibrio tra la profondità tematica e la coerenza narrativa: in alcuni momenti, infatti, la trama investigativa sembra cedere il passo a lunghe digressioni sui temi trattati, come se l’autore privilegiasse l’esplorazione filosofica a scapito della tensione narrativa. Questo può risultare frustrante per i lettori più interessati all’azione che alla riflessione.
Inoltre, mentre la critica sociale al patriarcato e alle disuguaglianze di genere è importante, a volte assume toni anacronistici. Il personaggio di Julia, per quanto ben caratterizzato, sembra incarnare ideali e comportamenti più vicini alla sensibilità contemporanea che a quella della Vienna ottocentesca. Questo crea un disallineamento che può apparire artificioso e indebolire la credibilità dell’opera come romanzo storico. Anche il dialogo che circonda il ruolo delle donne nella società, pur toccando questioni fondamentali, rischia di appiattire la complessità storica del periodo, presentando il patriarcato come un’entità monolitica e immutabile piuttosto che come una struttura dinamica e radicata nel contesto dell’epoca.
Il romanzo, nel suo complesso, riesce a bilanciare intrattenimento e riflessione, offrendo ai lettori un’esperienza coinvolgente e intellettualmente stimolante. Tuttavia, le tensioni tra il realismo storico e la sensibilità contemporanea emergono con particolare forza nella critica al patriarcato, che non sempre si armonizza con il contesto dell’epoca. Il lettore ha quindi tutto il diritto di chiedersi fino a che punto la narrativa storica può permettersi di privilegiare messaggi moderni a scapito della coerenza storica.
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