Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Cristina Casareggio
Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste “In salotto con…” Giacomo Pozzi.
Scrittore, skater, viaggiatore e amante del tè il giovanissimo Giacomo Pozzi classe 1998, nasce a Lugo e successivamente si trasferisce a Imola.
Negli ultimi anni si è avvicinato alla permacultura, trasformando completamente la sua concezione di vita.
Un Baobab toccò il cielo dell’Africa, edizioni Tempo al Libro, è il suo romanzo d’esordio. Lo ha letto e recensito per noi Cristina Casareggio, per la nostra rubrica Salotto Narrativo (clicca qui per leggere la recensione completa).
Giacomo ha accettato di rispondere per noi a qualche domanda sul suo libro, sui suoi protagonisti e significati.
Salotto Giallo: Questo è il tuo romanzo d’esordio, ci racconti come è nato il tuo amore per la scrittura?
Giacomo Pozzi: Ho iniziato a scrivere dopo le superiori, in un periodo complesso della mia vita, per sfogo e per cura. Anche per bellezza.
La scrittura mi ha aiutato tanto, nel conoscermi a fondo e nel cercare risposte alle domande che mi sorgevano spontanee, ad esempio sulla vita, sull’amicizia, sull’amore, sul mondo; rispetto a tutto quello che stavo affrontando e provando di comprendere. Ed è un qualcosa che ho coltivato nel tempo, sempre di più, fino a che l’idea di scrivere un romanzo si è concretizzata divenendo la realtà che, da due anni e mezzo a questa parte, sto vivendo.
Perché hai scelto una donna come protagonista del romanzo e come sei riuscito a calarti in panni femminili per raccontare il suo punto di vista e le sue scelte di vita?
È avvenuto spontaneamente lungo la stesura del romanzo. Stavo scrivendo una pagina dopo l’altra, poi verso la trentina è arrivato il titolo: Un Baobab toccò il cielo dell’Africa. Da qui, ho capito dove volevo arrivare, come doveva svolgersi la storia e che cosa mi sarebbe servito: un avvenimento forte, forte e doloroso, traumatizzante, che una donna, spesso e purtroppo, vive.
Ho quindi pensato di utilizzare la figura femminile per argomentare, dedicandole spazio ed energia, coraggio e tenacia (anche se fin dall’inizio abbiamo un altro personaggio principale, James. Per me, la scelta di avere un uomo e una donna nella stessa storia simboleggia l’unicità: il maschile e il femminile che si incontrano per completarsi).
Alla fine, nell’immaginare ero divenuto lei, Hélène, ed è stato quindi facile immergermi nelle sensazioni che le stavo facendo vivere, perché erano le stesse che percepivo io mentre toccavo il foglio con la penna. In più, oltre all’immedesimarmi totalmente, rimanendo in contatto con la parte più sensibile e quindi femminile di me stesso, riguardo a certi argomenti (come il cambiamento o il comportamento del corpo di una donna in determinati momenti di vita) mi sono informato molto, nella maniera più accurata e attenta possibile.
L’Africa come ambientazione è molto suggestiva e invoglia il lettore a mettere l’essenziale in uno zaino e partire alla sua scoperta. Si tratta di una scelta dovuta a un’esperienza personale o i paesaggi menzionati nella storia sono soltanto frutto di uno studio documentato?
Strano ma vero, sono soltanto frutto di uno studio documentato e della stessa immedesimazione.
Prima di scrivere il romanzo non avevo mai messo piede in Africa, mai. Sono stato in Kenya a dicembre 2023, collaborando con la RAN (Rete Agricoltura Naturale) a dei progetti di riforestazione e autosufficienza alimentare, ma non nei luoghi che descrivo e di ambientazione del romanzo.
Era fondamentale avere una base solida sulla quale poter costruire quello che necessitavo per la mia storia. L’Africa ha un legame con l’albero del Baobab, siccome è autoctono di molte sue zone.
Inoltre, quell’estremo territorio regala ai personaggi un aiuto per conoscere sé stessi senza distrazione alcuna, come obbligandoli ad affrontare ciò che gli accade con ancora più potenza.
Tra i personaggi che appaiono nel romanzo ci sono anche una curandera e uno sciamano, personalità mistiche particolari, lontane dalla nostra esperienza quotidiana. Come ti sei documentato a riguardo?
Anche per questo, l’idea è giunta scrivendo il romanzo, e volendogli dare un tocco di particolarità in più. Mi sono documentato leggendo vari articoli a riguardo.
Sono figure importanti per il risveglio cosciente di sé, tema comunque centrale del libro. Sciamani e curandere simboleggiano la connessione tra il mondo spirituale e quello materiale, fungendo da intermediari nella guarigione e nella ricerca di equilibrio. Rappresentano la saggezza ancestrale a cui, in un modo o nell’altro, anche Hélène tenderà ad arrivare attraverso il suo percorso.
L’ecologia, l’amore per la natura, la cura del nostro pianeta sono alcuni dei temi presenti nel romanzo. Quale messaggio sottende questa scelta?
Sì, è vero. Innanzitutto è una mia passione, un mio interesse che si è rafforzato dopo il corso di Permacultura che feci oramai sei anni fa in Toscana. Mi ha svoltato la vita, per cui vi invito a cercare di che cosa si tratta e a visitare, come ho fatto io, i diversi progetti che si trovano non solo in Italia, ma anche all’estero.
Mi piaceva l’idea di lasciare al lettore un qualcosa che si avvicinasse a questo mondo, di percepire attraverso le mie parole una certa attenzione e delicatezza e farla propria. Speravo, e spero tutt’ora, di sensibilizzare indirettamente i lettori riguardo a certe tematiche molto importanti, sia per i nostri giorni che per il nostro futuro.
Giochiamo con la fantasia: hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi?
Ah! Questa è bella… caffè?
A parte gli scherzi, non saprei… probabilmente Tiziano Terzani oppure Satprem (Louis Georges), due personaggi molto interessanti e che sento parecchio vicini.
Chiederei loro proprio questo: voi, con le vostre parole, con le vostre vite così particolari, che cosa avete compreso e poi cercato di dare agli altri? Qual è stato lo scopo delle vostre vicissitudini? Lo avete capito? Se sì, quale l’essenza? E che nome ha il dono che ci avete lasciato un giorno, forse per sempre?
Salotto Giallo ringrazia Giacomo Pozzi per la disponibilità all’intervista

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