Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Marco Lambertini e Claudia Pieri
Gradito ospite del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Marco Azzalini.
Marco Azzalini vive a Treviso con la sua famiglia. Professore all’Università di Bergamo, è autore di numerose pubblicazioni e di racconti gialli e noir.
Ha vinto i premi I sapori del Giallo 2023 e Spoleto Noir 2023, ha ottenuto il secondo posto al premio Scerbanenco Lignano 2023, il secondo posto al premio Spoleto Noir 2024, ed è stato finalista al premio Gran giallo città di Cattolica.
La notte ha il suo profumo, pubblicato da Laurana Editore nel febbraio 2025, ha vinto il premio NebbiaGialla 2024, sezione romanzi inediti.
Il libro è stato letto e recensito per Salotto Giallo da Marco Lambertini (trovate la recensione cliccando questo link), che con l’occasione ha posto all’autore qualche domanda di approfondimento. Di seguito l’interessante intervista che ne è scaturita.
Salotto Giallo: La storia di La notte ha il suo profumo prende spunto da un fatto di cronaca inventato ma plausibile, e molti personaggi sono realmente vissuti in quel periodo. Il vicequestore Oriani, invece, è più giovane e all’epoca era solo un bambino. Perché questa scelta narrativa? In che modo questa differenza anagrafica influisce sull’economia della storia?
Marco Azzalini: Partiamo dal fatto che l’indagine al centro del romanzo si svolge ai tempi nostri, nell’estate del 2023. Si verifica un omicidio, pare trattarsi della fine violenta di un clochard ma poi la vicenda si complica e viene messa in relazione con un attentato degli anni Settanta. Dunque, l’inchiesta non solo si estende a quello che pareva un mistero risalente e risolto ma deve anche riguardare due fatti molto distanti nel tempo. Carlo Oriani è il capo della mobile di Padova e si trova a scavare in un passato del quale non può avere diretta esperienza, perlomeno non certo quella dei suoi interlocutori.
Da quest’angolo di visuale, più che una scelta narrativa, la circostanza è maturata come frutto della vicenda stessa. Solo a posteriori, o meglio in corso d’opera, ho scorto l’interessante implicazione insita nella prospettiva di uno che, come Oriani ma anche come molti di noi, certe atmosfere, certe dinamiche sociali, urbane e politiche di quegli anni non solo non le ha vissute, ma oramai fatica anche a immaginarle.
Quindi il fattore anagrafico per un verso allontana Oriani dal contatto diretto con quegli eventi lontani. Ma dall’altro gli consente una visuale più obiettiva, meno condizionata dalle passioni non sopite che avvincono gli altri.
C’è però anche un altro punto importante. Se è vero che Oriani si trova a fare i conti con un passato di cui non ha personale esperienza, è anche vero che quel passato sembra non essere poi così trascorso per i protagonisti della vicenda.
Oriani viene in contatto con gente per cui quel passato vive una specie di strana sospensione, di singolare vicinanza. Non è superato, non è attualità, eppure condiziona come una malattia quiescente. Mi sento di dire che questo, a Padova, sia accaduto per davvero, in più circostanze e rispetto a vari nodi irrisolti. E mi pareva un buono spunto per una storia noir e allo stesso tempo un fenomeno che meritava di essere raccontato.
Nelle note, precisi che il romanzo non è politico, ma un giallo tout court. Credi comunque che il genere giallo possa essere un mezzo efficace per raccontare in modo realistico eventi storici e politici del nostro passato?
Non di rado si sottolinea come il genere giallo possa prestarsi per affrontare molti temi, profondamente diversi tra loro, e per toccare in maniera più o meno diretta numerose questioni. E dunque questo vale anche rispetto al racconto di eventi storici o periodi, atmosfere o contesti sociali.
C’è però da dire che nelle mie trame l’indagine e il mistero rimangono centrali, non rappresentano pressoché mai dei più o meno semplici pretesti. Questa è una scelta precisa: nei miei romanzi, l’inchiesta e i problemi che solleva sono, se non tutto, quasi tutto.
E, come dico spesso, la soluzione deve essere convincente, anche per una questione di lealtà, un punto fondamentale del patto tra l’autore di genere e i lettori: non puoi creare un mistero e poi lasciarlo tale, giocare con i nodi non sciolti.
La parte crime per me rimane la più stimolante da costruire: e il contesto contribuisce al processo di costruzione, a volte anche molto. Perchè le storie, specie alcune – e La notte ha il suo profumo rientra certamente tra queste – trovano un senso preciso nel luogo e nel momento in cui avvengono.
La vicenda, insomma, trae linfa anche dall’ambientazione, che non solo non è mai casuale, ma soprattutto, se la storia è ben pensata, può accadere che contribuisca anche e proprio al racconto di un mondo, di un periodo; e di come un periodo e un mondo possano aver condizionato, a volte anche in modo drammatico o quantomeno molto significativo, le vite e i destini delle persone.
Il romanzo ha una struttura corale, con personaggi ben definiti. È stato difficile gestire questa coralità e dare a ciascuno il giusto spazio?
Ogni storia ha il suo passo, il suo ritmo. Volendo ricorrere a un parallelo musicale, potremmo aggiungere anche la sua tonalità. Ci sono storie che hanno bisogno di una struttura corale per la natura stessa della vicenda narrata, per le circostanze in cui gli eventi si sviluppano.
In questo senso non è stato particolarmente difficile gestire la coralità della storia, perchè ogni personaggio assume un senso e un ruolo precisi, nessuno è una vera e propria comparsa.
Come ho scritto nella nota dell’autore che si trova al termine del romanzo, La notte ha il suo profumo nasce da due idee diverse alle quali stavo lavorando. Da un lato, volevo costruire una storia attorno a un terrorista impunito degli anni di piombo. Qualcuno che avesse attraversato quel periodo rimanendo coinvolto direttamente in fatti molto gravi, senza poi essere individuato o toccato dalle inchieste. Mi chiedevo chi e cosa potesse essere diventato, quali sentimenti e ripensamenti avesse vissuto, quali paure avessero solcato la sua vicenda esistenziale, a quali ricatti fosse andato incontro.
L’altra idea era quella di raccontare il singolare atteggiamento assunto da alcune generazioni rispetto alla giovinezza e agli anni dell’università: come se la vita di queste persone fosse stata irreversibilmente segnata da quel periodo di pochi anni, come se tutto il dopo venisse vissuto nel mito di quel prima. Una cosa che ho sempre trovato assurda e per certi versi nemmeno facile da comprendere. Un altro buono spunto, questo, per un giallo-noir.
Entrambe le idee, specie la seconda, rendevano necessaria una prospettiva corale. Non disordinata, non un’accozzaglia di comparse: piuttosto, una dinamica armonica complessa, se vogliamo tornare al parallelo musicale.
Oriani o qualche personaggio secondario, come Senesi, che rappresenta i servizi segreti – elemento centrale in quegli anni – torneranno in altri romanzi?
Carlo Oriani e la sua squadra, specie l’ispettrice Cartia detta Cip, torneranno presto in altre indagini alle quali sto lavorando e torneranno sempre, fino a quando i lettori vorranno loro il bene e l’affetto dimostrato rispetto a questo romanzo.
Peraltro, Carlo Oriani era già il protagonista di vari racconti gialli pubblicati in precedenza e di ulteriori che sto meditando di organizzare in una raccolta.
Quanto agli altri personaggi, non è detto che qualcuno non ricompaia prima o poi.
Tengo però a precisare che se per un verso le inchieste della serie saranno, di massima, ognuna autoconcludente, per altro verso vorrei che Oriani, Cip, Carminati e gli altri fossero sempre messi di fronte a nuove sfide, nuovi misteri, nuovi ambienti, nuove persone. In fondo, Oriani voleva fare il giornalista, anche se poi ha dovuto optare per la polizia, perchè in cerca di un lavoro sicuro per esigenze familiari. Ha scelto la polizia per restare a contatto con la cronaca. E la cronaca non solo è fatta di tante vicende diverse, ma soprattutto non di rado dimostra come la realtà superi di gran lunga la fantasia.
Nel romanzo, sin dal titolo, ci sono numerosi riferimenti alla musica degli anni ’70 e ’80. Da dove nasce la scelta di accompagnare la storia con una colonna sonora così precisa e caratterizzante?
Quando costruisco una storia nuova, la devo sempre immaginare come un film. Questo ancora prima di scriverla. E come un film, deve avere una colonna sonora, nel mio caso arrivo a dire un ambiente sonoro.
Per questo, anche in altri romanzi non mancheranno riferimenti precisi alla musica, a volte legata a un periodo, altre volte legata a determinati argomenti o a questioni centrali nella dinamica dell’indagine. Non di rado una musica connota una certa idea della scena e del momento ben più e meglio di una descrizione.
Infine, la nostra domanda di rito. Giochiamo con la fantasia. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi?
Premetto: un noto autore italiano ha distinto una volta tra scrittori “ingegneri” e scrittori “giardinieri”. I primi pianificano tutto nel dettaglio prima di iniziare a scrivere, e poi sempre e di continuo verificano che tutto torni all’interno delle trame. I secondi invece procedono in maniera diversa, non necessariamente con l’occhio sempre rivolto alla pianificazione e, diciamo così, al funzionamento della “macchina”.
Ecco, io rientro certamente tra i primi, gli scrittori “ingegneri”.
E dunque, anche ma non solo per questo, inviterei Raymond Chandler. E gli chiederei quello che pare gli abbia chiesto anche Howard Hawks durante la lavorazione della trasposizione cinematografica de Il grande sonno, vale a dire chi avesse assassinato l’autista degli Sternwood, un punto mai ben chiarito nel romanzo e rispetto al quale neppure Chandler sembra avesse manifestato certezze, neppure a fronte della domanda di Hawks. Ecco, gli chiederei di dirmi la verità.
Salotto Giallo ringrazia l’autore e la Casa Editrice Laurana per la disponibilità all’intervista.

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