Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Samuela Moro
Gradito ospite di oggi del nostro spazio interviste “In salotto con…” Tullio Avoledo
Tullio Avoledo è un autore italiano, nato a Valvasone, in Friuli, nel 1957.
Avoledo ha esordito nel 2003 con L’elenco telefonico di Atlantide (premio Forte Village Montblanc – Scrittore emergente dell’anno), romanzo che ibridava fantascienza e mitologia con una satira feroce del mondo bancario e della società italiana ai tempi dell’effimero trionfo della web economy.
Ha poi pubblicato altri romanzi, prima per Sironi e poi per Einaudi e Marsilio, tra cui Tre sono le cose misteriose (Einaudi 2006, premio Super Grinzane Cavour), Breve storia di lunghi tradimenti (Einaudi, 2007), Chiedi alla luce (Marsilio, 2016).
L’autore ha inoltre partecipato con due romanzi (Le radici del cielo e La crociata dei bambini, Multiplayer) a Metro 2033 Universe, una narrazione collettiva internazionale sul mondo post catastrofe nucleare immaginato dallo scrittore russo Dmitry Glukhovsky.
Tra gli altri titoli, Come navi nella notte (Marsilio, 2021), Non è mai notte quando muori (Marsilio, 2022), I cani della pioggia (Marsilio, 2023).
Il suo libro più recente Come si uccide un gentiluomo (Neri Pozza, 2025) è stato letto e recensito da Samuela Moro, a questo link. In occasione di questa recensione, abbiamo posto a Tullio Avoledo alcune domande, a cui l’autore ha risposto con grande disponibilità ed interesse.
Salotto Giallo: Il Nord-Est è casa tua e nel tuo libro emerge il legame con la tua terra e il timore che possa essere trasformata in una “piattaforma logistica al servizio dell’industria lombarda e veneta e dei commerci con la Cina”. Politica e interessi economici si contrappongono sempre più spesso alla salvaguardia dell’ambiente e della natura. Secondo te, siamo già al punto di non ritorno o esiste ancora qualche speranza di proteggere questi territori?
Tullio Avoledo:
Purtroppo non sono molto ottimista. Durante il lockdown per il Covid, come tanti altri, mi ero illuso che l’umanità avesse imparato la lezione e riscoperto i valori fondamentali della vita. Avevamo provato come si possa vivere facendo a meno di cose che prima consideravamo indispensabili.
Non è stato certo un bel periodo, ma è un dato di fatto che in quei mesi l’umanità ha consumato meno, riducendo notevolmente il suo impatto sulla terra, sull’aria, sull’acqua. Il pianeta ha respirato, per un po’. Poi tutto è tornato come prima. Anzi, forse persino peggio.
In Friuli, la mia regione, l’ambiente è minacciato da progetti di superstrade, sbarramenti fluviali, impianti fotovoltaici costruiti su terreni agricoli o, peggio, su parchi archeologici come quello di Aquileia. Per non parlare di certi progetti industriali impattanti sull’ambiente. Temo che l’unico modo in cui l’umanità può imparare che sta sbagliando strada sia attraverso uno shock. Che arriverà.
Il mondo in cui viviamo e i suoi disastri sono stati già immaginati da certi scrittori di fantascienza degli anni ’60, come John Brunner. Nessuno di quei romanzi finiva bene. Per fortuna ci sono reazioni da parte delle comunità locali, raccolte di firme, manifestazioni. Ma non bastano.
La nostra classe politica, che abbiamo democraticamente eletto, si divide tra chi non ha la minima coscienza ecologica e chi ha fatto dell’ecologia un totem e uno sterile culto. Dobbiamo trovare il giusto mezzo, altrimenti siamo spacciati.
Il Tagliamento, che è al centro del mio nuovo romanzo, è un caso emblematico: viene definito l’ultimo fiume libero d’Europa, ma il suo corso è oggetto di mille soprusi ambientali, dalle derivazioni d’acqua che alimentano una miriade di centraline elettriche e rendono la sua parte alta un deserto, alle accuse di costituire un pericolo per le città del basso corso. Tutte scuse. Non ci sarebbe nessun pericolo se l’equilibrio del fiume venisse rispettato.
È l’uomo la causa dei disastri ambientali che ci affliggono e che ci fanno considerare quasi normali fenomeni atmosferici catastrofici. E se l’uomo è il problema, è anche l’unico che può risolverlo. Prima con una presa di coscienza che un problema esiste, e poi con l’impegno di tutti per risolverlo.
Questo romanzo è in effetti “ugualmente pieno di inquietudine e speranza”, come il mondo di oggi. Anche Tullio Avoledo si trova immerso in questa sorta di dicotomia?
Avendo due figli giovani sono preoccupato più per il loro futuro che per il mio.
La mia generazione ha vissuto forse gli anni migliori della storia europea. Mi sembra che oggi la razza umana stia prendendo una strada senza uscita.
Qualche anno fa, sorvolando prima la Siberia e poi il deserto del Gobi per andare a Pechino ho realizzato l’assurdità di pensare alla colonizzazione di altri pianeti quando avremmo spazio e risorse per far vivere bene tutta l’umanità, rispettando il pianeta. Il vero problema dell’umanità oggi per me è l’ignoranza, unita all’avidità.
Sono abbastanza anziano da rimpiangere il modello della socialdemocrazia svedese, che assicurava equità fiscale e welfare.
Oggi, paradossalmente, l’ingordigia dei più ricchi è consentita dall’incredibile acquiescenza delle masse sedate. La mia speranza, anche se ogni volta che lo dico in pubblico temo di essere preso per pazzo, è nella scienza, che nonostante tutto continua a progredire. Mi riferisco in particolare alla fisica quantistica. Non escludo che possiamo essere sul punto di entrare in un’epoca di miracoli tecnologici: il dominio sul tempo lineare, o l’apertura di strade per universi paralleli. Sembrano cose folli, ma sino a non molto tempo fa anche il volo o i viaggi spaziali erano considerati fantascienza…
Qualche tempo fa ho letto l’interessante saggio di Benjamin Labatut Quando abbiamo smesso di capire il mondo che suggerisce una visione della storia in cui la scienza, inventando i fertilizzanti chimici, ha consentito all’umanità di crescere esponenzialmente, ma in sostanza l’ha condotta sulla via dell’autodistruzione e della devastazione del pianeta.
La stessa scienza, a mio avviso, troverà il modo di salvarci. L’alternativa, purtroppo, è ben rappresentata in un film di qualche anno fa che consiglio a tutti di vedere, Idiocracy…
Il tuo romanzo parla di personaggi e fatti di fantasia, ma traspare comunque l’amara consapevolezza che non sia così lontano dalla realtà. Ritieni che un genere come il giallo, seppur nella sua originaria “leggerezza” stia diventando un mezzo di sensibilizzazione su determinati temi?
Ritengo che possa diventarlo, anche perché non ho mai amato i gialli che non si confrontano con i problemi della realtà. Per quanto godibili possano riuscire, li trovo futili. Invece i romanzi di Joe Lansdale, di Elmore Leonard e di Don Winslow, o di John Grisham, per dire, sono spaccati potenti della realtà americana presente e dei suoi problemi. E anche in Italia abbiamo giallisti che si confrontano con il mondo in cui viviamo.
E poi c’è una grande autrice come Ben Pastor che con i suoi gialli ambientati nella Germania nazista getta luce su quel periodo, senza usarlo semplicemente come sfondo intrigante.
Anni fa ho letto con meraviglia il romanzo L’alienista, di Caleb Carr, stupendomi per la ricchezza di informazioni sulla New York di fine Ottocento che quel noir conteneva.
I gialli sono un contenitore perfetto per messaggi forti. A patto che non diventino delle prediche. Bisogna trovare il giusto mezzo tra intrattenimento e sensibilizzazione.
L’avvocato Contrada e l’avvocato Almariva, ma in generale tutti i personaggi di Come si uccide un gentiluomo, sono realistici, percepibili in carne e ossa. Hai avuto delle figure di riferimento a cui ti sei ispirato per crearli?
Nel mio lavoro di legale di banca ho frequentato a lungo imprenditori e avvocati, per cui le dinamiche della finanza o i riti dei tribunali mi sono familiari, come anche la fauna umana delle aule giudiziarie.
Ma i miei due avvocati, e il loro assistente, Ciuffo, sono personaggi che ho inventato dal nulla. Come mi è capitato con Sergio Stokar, il protagonista di alcuni miei romanzi precedenti, i personaggi si presentano da soli nella mia fantasia, come persone incontrate per strada o che ti bussano alla porta.
Impossibile per il lettore non affezionarsi a Vittorio e Gloria, ai loro esilaranti scambi di battute e alle loro cause pro-bono. Un sospetto ce lo abbiamo ma… Puoi dirci se avremo l’occasione di ritrovarli in qualche nuova avventura?
Certo che sì. Sono una coppia di amici per me, ormai, come lo sono per i lettori che sinora mi hanno fatto avere un feedback sul libro. Sono una coppia che piace. E poi ho tante curiosità su di loro. Non a caso nella loro prima avventura non vengono spiegate molte cose. A cominciare dal soprannome di Vittorio, Controvento.
Sì, sto già lavorando a un seguito di Come si uccide un gentiluomo. Se possible ancora più divertente e intrigante del primo.
Infine la nostra domanda di rito. Giochiamo con la fantasia. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito per fargli una sola domanda: chi inviti e cosa gli chiedi?
Mi piacerebbe bere una birra con Stephen King e chiedergli cosa si prova a vivere sotto un presidente simile a quello che lui aveva già descritto nel suo romanzo La zona morta. Ecco, gli chiederei come aveva fatto a immaginarlo. Sono curioso.
Perché a volte capita anche a me di vedere il futuro. Ed è una cosa inquietante, di cui farei volentieri a meno.
Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista e gli dà appuntamento al prossimo libro!

Link d’acquisto:

