Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Emanuela Ferrara
Gradita ospite del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Elisabetta Cametti.
Elisabetta Cametti è nata nel 1970 a Gattinara. Si è laureata in Economia e Commercio all’Università Bocconi e lavora da vent’anni nell’editoria, prima come direttore generale della divisione Collezionabili di De Agostini e ora a Londra nel gruppo internazionale Eaglemoss.
La stampa l’ha definita “la signora italiana del thriller”. È opinionista in programmi televisivi di attualità e cronaca su Rai 1 e sulle reti Mediaset.
Nel 2013 ha pubblicato il primo romanzo della serie K, I guardiani della storia (Giunti Editore), suo thriller di esordio e bestseller internazionale. Nel mare del tempo (Giunti Editore) è stato pubblicato nel 2014 ed è considerato uno dei libri più amati del 2014 secondo un sondaggio di Panorama. Dove il destino non muore (Cairo Editore) è stato lanciato nel 2018. Nel 2021 si è distinta con il suo primo thriller psicologico Muori per me (Edizioni Piemme). Nel 2023 sempre con Piemme ha pubblicato Una brava madre.

Elisabetta Cametti torna in libreria nel 2024 con il suo primo libro true crime, I dettagli del male. Lo ha letto per noi di Salotto Giallo Emanuela Ferrara, a questo link la sua recensione. Con l’occasione abbiamo posto alcune domande all’autrice che ha gentilmente e con grande disponibilità accettato di risponderci.
Salotto Giallo: Ne I dettagli del male hai scelto di analizzare quattro storie atroci che tutta Italia ha imparato a conoscere forse anche morbosamente. Di delitti efferati però ce ne sono, purtroppo, tanti altri. Come mai la scelta di affrontare proprio le storie di Giulia Tramontano, Laura Ziliani, Liliana Resinovich e Diana Pifferi?
Elisabetta Cametti: Sono i casi che mi hanno colpito di più nell’ultimo periodo, perché avvenuti in famiglia.
È in famiglia che si esprimono i sentimenti profondi: amore, gioia, serenità… ma anche frustrazione, senso di inadeguatezza, odio. La famiglia può essere un terreno di crescita o di conflitto.
È il luogo dove si coltivano i valori o quello infestato da comportamenti tossici. Il rifugio per sfuggire dagli orrori del mondo o il covo della violenza. Quella violenza che diventa la risposta a un rifiuto, a un abbandono, alla fine di un rapporto. In famiglia si uccide per un’aspettativa tradita.
Il messaggio che voglio trasmettere è proprio questo: dobbiamo imparare a non abbassare mai la guardia e ad ascoltare i campanelli di allarme. In ognuno di questi casi i segnali c’erano, ma purtroppo sono stati sottovalutati.
Credo dovremmo essere più consapevoli nella lettura di ciò che accade a noi e a chi ci circonda, perché solo cogliendo e interpretando certi segnali, è possibile intervenire in tempo, salvarci o salvare la vita di qualcun altro. Non bisogna fare l’errore di pensare che violenza e omicidi siano qualcosa di lontano da noi: il male può nascondersi ovunque, anche qui e ora. Giulia Tramontano avrebbe potuto essere nostra sorella, la nostra migliore amica, una vicina di casa. Così come Laura Ziliani, Liliana Resinovich… la piccola Diana.
Le opinioni personali, in questi casi, non servono a nulla ma non trovi che l’accostamento della tragedia di Liliana e di Diana con quella di Giulia e Laura sia un po’ forzato? Mi spiego. Per Giulia Tramontano e Laura Ziliani non ci sono dubbi. Il male è talmente tanto visibile da far rabbrividire. Per quanto concerne Liliana e Diana le cose sono leggermente diverse. Della povera Lilly non vi è uno straccio di certezza, se non quella dell’approssimazione durante le operazioni di rinvenimento del cadavere. Di Diana non si può non tenere conto della solitudine in cui versavano madre e figlia. Perché mettere insieme queste storie sotto il sottotitolo “Misteri e verità dei crimini familiari più atroci”?
Ne I dettagli del male racconto storie di delitti avvenuti in famiglia.
Giulia, Laura, Liliana e Diana sono vittime della forza polarizzante e distruttiva della famiglia. Nei quattro capitoli dedicati a loro approfondisco le verità dimostrate e cerco di suggerire una risposta agli aspetti ancora oscuri.
Lo faccio attraverso i dettagli che hanno giocato un ruolo importante nel succedersi degli eventi e che hanno condotto all’epilogo che conosciamo.
Perché nei dettagli si nasconde sempre la risposta, qualsiasi sia la domanda. I dettagli sussurrano, spiegano. Urlano, alcune volte. È nei dettagli che scorre la vita. O che si interrompe.
Sei stata definita la “signora italiana del thriller” ma ti occupi tanto di cronaca nera. Qual è lo spirito con cui affronti le storie delle vittime di cui scrivi? Nell’ultimo capitolo de I dettagli del male si sente forte il tuo disagio nei confronti di questa storia, la tua sofferenza. Quanto è stato difficile approcciarsi ai documenti ufficiali che riguardano Diana Pifferi?
È stato impegnativo scrivere questo libro. Non solo perché ho dovuto studiare migliaia di pagine di fascicoli di inchiesta e atti processuali, di autopsie e perizie psichiatriche.
È stato complicato a livello emotivo, perché per anni ho scritto romanzi ispirati alla realtà, mentre oggi ho deciso di raccontare la realtà. Senza veli, senza fare sconti a nessuno. Soprattutto, senza poter proporre un epilogo a lieto fine, una luce in fondo al tunnel. I dettagli del male è un viaggio nell’orrore, che ho cercato di sfumare dando voce a sentimenti ed emozioni.
Ho scelto di affrontare i quattro casi mettendo al centro le vittime, il loro modo di essere, i progetti che le rendevano felici, i sogni di cui si nutrivano. Sono storie che non devono essere dimenticate. Ma anche storie dalle quali dobbiamo imparare. Storie che ci insegnano ad avere paura, perché spesso la paura è l’unica arma che abbiamo per difenderci.
Diana Pifferi era una bambina invisibile. È morta di fame e di sete in una stanza surriscaldata dalle temperature estive. Abbandonata dalla madre e ignorata dalla vita. Sei giorni e sei notti da sola. Senza acqua, senza cibo. Nessuno ha voluto vedere, nessuno ha voluto sentire, nessuno si è fatto domande, nessuno ha pensato che la solitudine potesse torturare, uccidere. Essere più feroce di una mano assassina.
Sebbene Diana fosse nata dentro un water, nessuno dei medici ha ritenuto necessario segnalare l’accaduto ai servizi sociali. Nessuno si è interrogato sul perché di quella gravidanza misconosciuta. Diana è cresciuta senza avere fatto una visita audiometrica, senza essere vaccinata. Senza avere mai incontrato un pediatra. A diciotto mesi non camminava e non parlava. Aveva pochi capelli, era pallida e sembrava malnutrita.
Eppure nessuno si è mai accorto che non fosse in salute. Perché?
La risposta è semplice, sebbene dolorosa. Perché a nessuno interessava veramente. Diana era invisibile e lo era anche Alessia. Forse è troppo anche solo da pensare, ma entrambe potevano contare unicamente sul rapporto che le legava. Alessia aveva Diana. Diana aveva Alessia. Diana lo sentiva e dimostrava gratitudine alla madre con i propri sorrisi. Alessia l’ha capito tardi, o forse non lo capirà mai.
E allora, cosa rimane dopo tanta sofferenza?
Credo dovremmo chiederci quante altre Diana e Alessia ci siano là fuori. Quante altre esistenze invisibili corrano il rischio di trovare la morte nell’indifferenza. Se non possiamo fare più niente per Diana e Alessia, forse possiamo adoperarci per evitare che succeda ancora.
Che idea hai di questa società? Il male esiste in quanto tale da sempre e per sempre ma è come se, ultimamente, stesse emergendo con prepotenza. Perché?
Non credo che il male stia aumentando, ma mi preoccupa che non ci siano le misure necessarie per prevenirlo e contenerlo. Troppe donne continuano a morire per mano di uomini che dovrebbero amarle e proteggerle.
Servono interventi tempestivi, braccialetti elettronici, misure cautelari efficaci.
E serve un cambiamento di cultura: bisogna insegnare ai giovani che amore non è possesso, che una donna non è un oggetto. E che ogni donna ha il diritto di dire no.
Infine, la nostra domanda di rito. Giochiamo con la fantasia. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi?
Invito Philip K. Dick. Gli chiedo di condurmi in quel mondo che qualcuno considera fantascienza ma che per lui è sempre stato più concreto della realtà.
Salotto Giallo ringrazia Elisabetta Cametti e l’addetta stampa Raffaella per la loro disponibilità e cortesia.

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