Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
Un rituale di sangue scandito dal tempo.
Un killer da fermare.
L’agente Angus MacVicar deve agire prima che sia troppo tardi.
In un mondo di bugie, l’omicidio è l’unica verità.
L’agente Angus MacVicar ha appena ottenuto il lavoro dei suoi sogni: è stato assegnato alla più grande indagine degli ultimi tempi di Oldcastle per catturare il famigerato “Killer delle due settimane”. Lo schema è sempre lo stesso: ogni quattordici giorni una coppia di persone entra nel suo mirino. Poi, una delle due viene barbaramente uccisa e lasciata sulla scena del crimine mentre l’altra viene fatta sparire nel nulla.
Per Angus quella che dovrebbe essere l’occasione perfetta per mettersi alla prova e dimostrare quanto vale, si trasforma ben presto in un incubo: gli viene affiancato uno psicologo forense davvero insopportabile e saccente, pronto a mettere in discussione la gestione delle indagini e a trascinarlo in un vortice oscuro. Tra verità celate, teorie oscure e bugie inquietanti, il tempo stringe: sono passati dodici giorni dall’ultimo omicidio e il killer sta per colpire di nuovo.
Iniziare un nuovo libro di Stuart MacBride è un po’ come ritrovare un ambiente familiare, un modo di raccontare che si riconosce fin dalle prime pagine.
La prosa è incalzante, il ritmo serrato e l’autore non perde tempo in preparativi troppo lunghi: si comincia subito con la descrizione di un omicidio, cruda, plastica, senza fronzoli. Non c’è spazio per prendere le distanze, perché MacBride ti scaraventa direttamente nell’azione.
Del rosso scarlatto colava sul legno di faggio lucido. Occhi sgranati e colmi di lacrime che fissavano Kevin. Mugolava dietro il bavaglio, indicando la portafinestra con lo sguardo. Implorante. Kevin strinse la presa sull’asciugapiatti macchiato di sangue. «Douglas?». Arretrò dal tavolo. «Douglas, cos’hai fatto?».
Eppure la velocità non va a scapito dell’intrigo e della suspense. A fare da contrappunto alla tensione ci sono i dialoghi, sempre al fulmicotone, nei quali l’umorismo nero si mescola alle situazioni tipiche del thriller.
Battute taglienti e scambi provocatori contribuiscono a creare quell’equilibrio fra tensione e ironia che è una delle cifre riconoscibili dell’autore.
Un umorismo che non cancella la crudezza di ciò che viene raccontato, ma rende più agevole affrontarne anche gli aspetti più efferati.
Questa volta, però, non ritroviamo Aberdeen e il mondo investigativo della serie dedicata a Logan McRae. La vicenda si sposta a Oldcastle, una cittadina scozzese immaginaria, fredda, piovosa e cupa, dove strade e vicoli diventano lo scenario ideale per una sequenza di delitti inquietanti.
Il killer colpisce ogni quattordici giorni e la regolarità degli omicidi impone alle indagini una scadenza che non concede tregua.
Alla pressione del caso si aggiungono quella dei media, le complicazioni burocratiche e le dinamiche interne al commissariato: una corsa contro il tempo nella quale gli assassini sembrano sempre un passo avanti.
Quando le spiegazioni più immediate non bastano, prende corpo l’ipotesi di un’organizzazione, forse una setta, intenzionata a colpire il sistema attraverso vittime ben precise. L’indagine si allarga, le certezze diminuiscono e la tensione cresce, senza che MacBride perda di vista il meccanismo investigativo.
Ogni quattordici giorni è prima di tutto un procedural che funziona alla perfezione, naturalmente secondo i canoni dell’autore: poco ortodosso, a tratti iperrealista e senza troppi riguardi per il lettore.
La costruzione del caso procede fra indizi, sospetti e rivelazioni, mentre la vicenda criminale si intreccia con le storie personali di chi è chiamato a risolverla.
Al centro troviamo Angus MacVicar, appena promosso dal servizio in divisa alla squadra omicidi. È un uomo imponente, alto quasi due metri, ma la sua prestanza fisica non gli risparmia le incertezze di chi si trova per la prima volta a confrontarsi con un incarico tanto desiderato quanto impegnativo. Nell’entusiasmo di Angus c’è anche la vulnerabilità di chi deve ancora imparare a muoversi fra colleghi, gerarchie e responsabilità nuove.
A complicargli la vita arriva Jonathan Fife, psicologo forense americano, che Angus si ritrova ad accompagnare nelle indagini.
Il contrasto fra i due è immediato, anche sul piano fisico: da una parte il gigante MacVicar, dall’altra Fife, alto poco più di un metro e trenta a causa di una forma di nanismo. Ma la differenza di statura è soltanto il primo elemento di una contrapposizione soprattutto caratteriale.
Angus è ancora alle prese con le regole del nuovo ambiente professionale; Fife, al contrario, sembra fare di tutto per rendersi sgradevole a chiunque gli si avvicini. Sarcastico, arrogante e supponente, non si preoccupa certo di conquistare la simpatia del dipartimento. Angus viene così incaricato di fargli da accompagnatore e autista, quasi che tenerlo lontano dal cuore operativo del commissariato fosse un modo per limitare i danni.
Nasce una coppia investigativa che ha tutte le caratteristiche della strana coppia, con scintille inevitabili fra due personalità che sembrano destinate a non trovare un punto d’incontro.
Eppure, sotto il cinismo e le provocazioni di Fife si nasconde una mente investigativa brillante, mentre Angus dovrà dimostrare di essere qualcosa di più di un agente alle prime armi nella squadra omicidi.
A rendere Fife ancora più sfuggente è il suo passato, che riemerge progressivamente e mette in discussione l’immagine che ci siamo fatti di lui.
Dietro l’atteggiamento provocatorio si nasconde una vicenda personale complessa, che aggiunge un ulteriore livello di mistero al romanzo e mette alla prova la fiducia di Angus nel suo compagno.

Stuart MacBride
Stuart MacBride è lo scrittore scozzese numero 1 nel Regno Unito ed è tradotto in tutto il mondo. La Newton Compton ha pubblicato i thriller Il collezionista di bambini (Premio Barry come miglior romanzo d’esordio), Il cacciatore di ossa, La porta dell’inferno, La casa delle anime morte, Il collezionista di occhi, Sangue nero, La stanza delle torture, Vicino al cadavere, Scomparso, Il cadavere nel bosco, Strade insanguinate, Appuntamento con la morte e Nella casa delle ossa, con protagonista Logan McRae; Cartoline dall’inferno, Omicidi quasi perfetti e Il giardino dei delitti, che seguono le indagini del detective Ash Henderson; Apparenti suicidi; Il ponte dei cadaveri, La teoria dell’assassino, Il cadavere sotto la neve e Ogni quattordici giorni.
MacBride non si limita quindi a giocare sul contrasto fra i due, ma costruisce un rapporto destinato a evolversi insieme agli eventi.
Se all’inizio Angus e Fife sembrano due persone destinate a non potersi sopportare, le prove che affrontano finiscono per rinsaldare il loro legame. È soprattutto nel momento più difficile e nella successiva convalescenza, dopo essere rimasti entrambi gravemente feriti, che la collaborazione lascia spazio a qualcosa di più profondo. Fra battibecchi, differenze caratteriali e un’intesa conquistata sul campo, prende forma una vera amicizia, naturalmente a modo loro: tutt’altro che convenzionale, ma proprio per questo credibile.
Il finale è una lunga, ricca e visiva esplosione della prosa di MacBride.
Il senso del dovere di Angus e la sua ostinazione lo spingono fino al cuore del pericolo, in un susseguirsi di eventi adrenalinici. Anche qui l’umorismo nero accompagna la violenza senza cancellarne le conseguenze, confermando l’equilibrio particolare con cui l’autore alterna crudezza, tensione e ironia.
Ogni quattordici giorni ci regala tutto quello che ai lettori piace di MacBride: il ritmo che non concede tregua, i dialoghi fulminanti, l’umorismo nero che accompagna anche le situazioni più crude e una storia che sa tenere incollati alle pagine.
Ma questa volta c’è anche qualcosa in più, rappresentato da Angus e Fife, due personaggi che sembrano fatti apposta per non andare d’accordo e che invece finiscono per trovare una loro, improbabile, intesa. E forse è proprio questo che il romanzo ci lascia, oltre al piacere di un procedural costruito come si deve: la nascita di un’amicizia poco convenzionale, con la sensazione che questi due abbiano ancora parecchio da raccontare.
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