Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Marco Lambertini
Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Marco Badini, autore di Di rose e di lucciole
Nato ad Asola nel 1976, Marco Badini vive tra Brescia e la Lituania. Appassionato di storia, musica e letteratura, ha esordito nel 2022 con L’ombra sul colosso, primo romanzo dedicato al commissario Fulvio Villata.
Con Di rose e di lucciole, pubblicato da Todaro Editore, torna a raccontare le indagini del cosiddetto Mastino di Brescia, conducendoci nella Brescia del 1933, tra misteri, pressioni politiche e vicende umane destinate a lasciare il segno. Puoi leggere la recensione a cura di Marco Lambertini cliccando questo LINK.
Abbiamo avuto modo di rivolgere alcune domande a Badini per approfondire la genesi del romanzo, la costruzione del commissario Villata e il delicato equilibrio tra finzione narrativa e ricostruzione storica.

Il titolo Di rose e di lucciole sembra richiamare, in maniera delicata ma significativa, alcune delle storie personali che attraversano il romanzo: amori e identità costretti a rimanere nell’ombra, ma anche sentimenti e vite che cercano comunque un proprio spazio in un’epoca che ne lascia poco alla libertà. È questa la chiave con cui ha scelto il titolo, oppure rose e lucciole hanno per lei un significato diverso?
Questa è un’interpretazione molto interessante, sembra confermare come il titolo scelto sia davvero il più azzeccato. A dire il vero non avevo pensato a questo accostamento, che però è molto sensato e significativo.
In buona sostanza il titolo è stato deciso mettendo a confronto varie idee e proposte… alla fine le rose e le lucciole hanno prevalso, dopo una partenza decisamente in sordina: c’era infatti il dubbio che non fossero elementi tipicamente associabili al genere giallo. Poi però è andata consolidandosi la convinzione che tutto sommato la cosa poteva funzionare.
In effetti si tratta di un titolo piuttosto evocativo, che mi è venuto in mente durante il lavoro di revisione del testo.
Mi sono accorto che, al termine di ogni sessione di lavoro, rimaneva in qualche modo viva in me l’impressione delle lucciole. Così mi è sembrato naturale collocarle in un posto importante quale è il titolo dell’opera. Se hanno avuto così tanto da dire a me – mi sono detto – forse avranno altrettanto da dire anche ai lettori.
Nel romanzo il passato di Villata emerge progressivamente attraverso l’indagine, fino a rivelare un dolore che continua a condizionare la sua vita. Perché ha scelto di intrecciare così strettamente la vicenda personale del commissario con il suo lavoro investigativo?
L’ho fatto perché mi sembrava la cosa più naturale da fare: le persone non vivono le diverse dimensioni della loro vita come se fossero compartimenti stagni, è inevitabile che il lavoro contamini la sfera privata e viceversa.
Sono convinto che in generale sia una regola di buon senso per dare credibilità a un personaggio. In particolare, nel caso specifico del mio protagonista, lo trovo un modo efficace per tratteggiarne il profilo umano e professionale.
Mettendone in evidenza anche le fragilità voglio farlo apparire per come lo immagino veramente: non tanto un eroe o un superuomo, quanto una brava persona che fa del suo meglio per portare a termine un compito nella cui importanza crede con incrollabile fermezza.
L’indagine porta Villata a confrontarsi con giovani appartenenti alla buona società bresciana e con una realtà nella quale l’omosessualità deve essere nascosta. Quanto voleva raccontare, attraverso queste vicende personali, della società italiana del 1933, oltre la dimensione strettamente gialla?
Un romanzo ambientato in un’epoca diversa dalla contemporaneità offre all’autore l’occasione di dare ai lettori qualcosa in più di un semplice momento d’evasione. Il genere poliziesco non fa differenza: la leggerezza della finzione narrativa si presta benissimo a mischiarsi con elementi di verità storica che, se opportunamente dosati, non pesano sul testo, anzi rendono l’ambientazione più credibile.
In questa maniera l’intera storia guadagna in realismo rimanendo comunque un’esperienza piacevole per il lettore.
Nello specifico di questo romanzo ho inserito il tema dell’omosessualità perché era una realtà che all’epoca i vertici politici avevano deciso di far passare sotto silenzio, ignorandola col solo proposito di negarne l’esistenza. Nonostante l’apparente indifferenza del sistema giuridico e istituzionale, un’accusa di omosessualità rappresentava un pesantissimo stigma che poteva di fatto rovinare una persona.
Villata è un funzionario di una polizia fascista, ma non è un personaggio completamente allineato al Regime: cerca di svolgere il proprio lavoro senza rinunciare alla propria coscienza e alla propria autonomia. Quanto è stato importante, nella costruzione del personaggio, lavorare su questa tensione tra il ruolo che ricopre e ciò in cui crede?
Credo che la situazione umana e professionale di Fulvio Villata sia importantissima per poter capire la sua psicologia.
In un contesto storico, sociale e politico che richiede a chiunque – ma soprattutto a figure di profilo pubblico – di schierarsi, lui decide di mantenere una sua linea personale. Non è una vera opposizione al regime, si tratta piuttosto di una forte rivendicazione della propria libertà personale. In un secolo dominato dai totalitarismi, in un tempo cui le masse contano più dell’individuo, il commissario Villata esercita questa sua libertà e si concede il lusso di non essere servo di nessuno, se non dello Stato.
Questo è il secondo romanzo dedicato a Villata. Possiamo considerarlo l’inizio di un percorso più ampio? Quale futuro immagina per il “Mastino di Brescia” e quanto sarà ancora importante il rapporto tra le sue vicende personali e la Storia italiana?
Credo proprio che ci sarà un seguito. I personaggi che animano i due romanzi hanno ben dimostrato di possedere caratteristiche soggettive e letterarie sufficienti per la serialità.
C’è molto ancora da scoprire e da sviluppare, molti misteri da affrontare e svelare, molte altre avventure attendono i nostri dietro la prossima pagina.
Infine, la nostra domanda di rito: se potesse sedersi nel nostro Salotto Giallo con il suo autore preferito per fargli una sola domanda, chi inviterebbe e cosa gli chiederebbe?
Domanda faticosa e difficilissima!
Allora… se potessi, inviterei un autore che pur non essendo un giallista (anche se alcuni suoi racconti sono carichi di tensione) mi ha ispirato moltissimo con le sue opere e il suo modo di scrivere: Giovannino Guareschi.
Gli chiederei come è riuscito a infondere nei suoi personaggi la straordinaria carica umana che li caratterizza: un’arte quasi magica, una capacità che risulterebbe senza dubbio molto utile in ogni genere letterario, giallo compreso!
Salotto Giallo ringrazia l’autore e Todaro Editore per la disponibilità all’intervista

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