Una nuova indagine del commissario Villalta
Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
Un ragazzo con la mente da bambino, considerato da tutti “lo scemo del villaggio”, sembra essere il colpevole perfetto per l’omicidio di una giovane trovata nelle acque del fossato che circonda il castello di Padernello, nella pianura bresciana, una mattina d’autunno del 1933.
Ma per il commissario Villata i conti non tornano: appena prova a seguire altre piste intervengono personaggi inviati dal Regime o a esso collusi per ostacolare il corso delle indagini. Districandosi tra minacce, imprenditori rampanti e giovani eredi di ricchezze ormai esauste, il Mastino di Brescia e l’agente Ferri dovranno ricomporre un enigma complesso fatto di menzogne, ricatti e vergogna.
Raccontare un commissario alle prese con un’indagine nella Brescia del 1933, in piena dittatura fascista, significa confrontarsi con un’ambientazione che il giallo italiano ha già esplorato.
Con Di rose e di lucciole Marco Badini riesce però a darle una propria fisionomia, costruendo una storia interessante e, soprattutto, un personaggio che ha tutte le caratteristiche per diventare il vero punto di forza di una serie.
Di rose e di lucciole è la seconda indagine del commissario Fulvio Villalta e, pur partendo da un omicidio la cui soluzione non presenta particolari complicazioni, l’autore riesce a rendere la trama più articolata inserendo progressivamente l’elemento politico.
L’indagine porta Villalta a confrontarsi con le pressioni di un sistema di potere che condiziona il suo lavoro e rende la ricerca della verità tutt’altro che semplice.
È proprio questo intreccio tra il giallo e il contesto storico a funzionare bene.
Badini fa entrare il fascismo nella trama e nei comportamenti dei suoi personaggi.
E in questo senso nel leggere è difficile non pensare al commissario De Luca dei primi romanzi di Carlo Lucarelli: non tanto per una sovrapposizione dei personaggi, quanto per quella condizione particolare dell’investigatore che appartiene all’apparato dello Stato e deve contemporaneamente confrontarsi con un sistema politico che condiziona il suo lavoro.
Villalta, però, possiede una personalità propria.
È un funzionario di una polizia fascista, ma non è un dogmatico; è intelligente, caparbio e soprattutto integro, e cerca di muoversi in una realtà difficile senza perdere completamente il proprio libero arbitrio. È proprio questa tensione tra il ruolo che ricopre e la propria coscienza a renderlo un protagonista interessante.
Anche il soprannome “il Mastino di Brescia” racconta qualcosa di lui. Nato negli ambienti del potere fascista, finisce per descrivere soprattutto la caparbietà con cui Villalta affronta le indagini e la determinazione a non mollare la presa sulla verità.
E questa determinazione acquista un significato ancora più umano quando l’indagine entra nella sua vita privata.
Dietro la freddezza e il rigore dell’investigatore c’è un uomo ferito, segnato da una perdita che non ha mai davvero superato.

Marco Badini
Marco Badini (Asola 1976) Vive tra Brescia e la Lituania. Ama i gatti, i misteri e la buona tavola. È un grande appassionato di musica, storia e letteratura.
Tra i suoi autori di riferimento ci sono Umberto Eco, Hugo Pratt e Arthur Conan Doyle.Ha esordito nel 2022 con il giallo storico L’ombra sul colosso. La prima indagine del commissario Villata (Todaro editore)
Marco Badini lascia emergere questo dolore attraverso immagini molto belle, come quella dell’orologio che si è fermato in una parte di lui e che, ogni tanto, riprende a ticchettare per riportare alla superficie ciò che è stato perduto
È forse qui che Villalta smette definitivamente di essere soltanto il commissario protagonista di un giallo e diventa un personaggio che può sostenere una serie. Dietro la freddezza e il rigore dell’investigatore c’è un uomo ferito, che porta con sé un dolore mai veramente superato.
Anche gli altri personaggi contribuiscono a costruire questo sistema di contrasti, mostrando come, all’interno dello stesso apparato, possano convivere adesione al Regime, senso del dovere e ricerca di una propria autonomia.
Alla fine l’indagine si chiude in maniera più cruda di quanto forse ci si potrebbe aspettare, ma coerentemente con la storia che Badini ha costruito.
Al di là della soluzione del caso, ciò che rimane è la sensazione di avere seguito un giallo ben architettato, capace di utilizzare il contesto storico senza farsene schiacciare.
Alla fine l’indagine si chiude in maniera più cruda di quanto forse ci si potrebbe aspettare, ma coerentemente con la storia che Badini ha costruito. Al di là della soluzione del caso, ciò che rimane è la sensazione di avere seguito un giallo ben architettato, capace di utilizzare il contesto storico senza farsene schiacciare.
E rimane soprattutto Villalta.
Perché forse è proprio lui, più ancora dell’indagine, la ragione per cui vale la pena aspettare una terza storia del Mastino di Brescia. Un uomo che vive dentro il fascismo senza essere completamente del fascismo, che porta con sé perdite e segreti, e che continua ostinatamente a cercare la verità.
E allora anche il titolo, Di rose e di lucciole, acquista un significato particolare: sembra raccogliere proprio queste vite sospese tra ciò che possono mostrare e ciò che sono costrette a nascondere, tra la delicatezza dei sentimenti e l’oscurità di un’epoca che lascia poco spazio alla libertà.
Un buon giallo, dunque. Ma soprattutto, un ottimo secondo passo per una serie che ha trovato nel suo commissario il suo vero punto di forza.
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