Lo sguardo di Satana guarda al futuro
A cura di Katya Fortunato
Carrie è uno di quei romanzi che, a distanza di più di cinquant’anni dalla pubblicazione, continuano a fare paura per motivi che hanno ben poco a che vedere con la telecinesi.

Certo, c’è Carrie White, c’è il potere di muovere gli oggetti con la mente, ci sono le porte che si chiudono da sole, le lampadine che esplodono e quella notte destinata a trasformare per sempre la cittadina di Chamberlain.
Ma sotto l’orrore soprannaturale Stephen King racconta qualcosa di molto più concreto e, proprio per questo, molto più inquietante.
Pubblicato nel 1974, Carrie è il romanzo d’esordio di King e contiene già molti degli elementi che diventeranno caratteristici della sua narrativa.
Abbiamo una piccola comunità apparentemente normale, personaggi adolescenti attraversati da crudeltà e insicurezze, adulti incapaci di comprendere fino in fondo ciò che accade davanti ai loro occhi e, soprattutto, la capacità di trasformare una paura quotidiana in qualcosa di mostruoso.

Non sorprende quindi che Carrie sia arrivato al cinema così presto e che abbia continuato a essere riproposto. Il primo adattamento, quello del 1976 diretto da Brian De Palma, è diventato a sua volta un classico dell’horror.
Sissy Spacek interpreta Carrie e Piper Laurie è Margaret White, mentre nel cast compaiono anche Amy Irving, William Katt e un giovanissimo John Travolta. De Palma porta sullo schermo la tragedia con uno stile visivo personalissimo, costruendo soprattutto attorno alla scena del ballo una sequenza che è entrata nell’immaginario collettivo.
Il film ottenne due candidature agli Oscar, per Sissy Spacek e Piper Laurie, un risultato tutt’altro che scontato per un horror. Lo stesso King indica ufficialmente il film di De Palma come la prima trasposizione cinematografica del romanzo.
Il film del 2013, diretto da Kimberly Peirce, parte invece da un contesto cinematografico molto diverso. Carrie è interpretata da Chloë Grace Moretz e Margaret da Julianne Moore, affiancate da Judy Greer e da un cast più giovane. Peirce cerca di riportare la vicenda verso una sensibilità contemporanea, aggiornando alcuni elementi e insistendo maggiormente sul rapporto madre-figlia e sulla dimensione adolescenziale. Il risultato è inevitabilmente schiacciato dal confronto con il film di De Palma, ma ha il merito di mostrare quanto il materiale di King sia adattabile a epoche diverse.

E adesso Carrie torna ancora una volta, ma con una differenza sostanziale: per la prima volta il romanzo diventa una vera serie televisiva.
La nuova Carrie arriverà su Prime Video il 7 ottobre 2026 con otto episodi disponibili contemporaneamente in oltre 240 Paesi e territori.
A occuparsi del progetto è Mike Flanagan, che per King non è certo un nome casuale dato che ha già portato sullo schermo Doctor Sleep, The Life of Chuck e Geranld’s Game.
Alla regia collaborano anche Axelle Carolyn, Kate Siegel, Kyra Sedgwick e Hiromi Kamata.
Stephen King figura inoltre come produttore esecutivo.
Ed è qui che si giocherà la partita più interessante.

Flanagan ha dichiarato apertamente di non voler ripetere ciò che De Palma aveva già fatto in maniera così iconica. La nuova serie sarà quindi una reinvenzione, non una semplice trasposizione dilatata. La vicenda verrà aggiornata all’epoca dei social network e del bullismo che può diventare virale in pochi minuti, trasformando la vergogna privata di Carrie in qualcosa di potenzialmente pubblico e incontrollabile.
La solitudine di una ragazza che nel romanzo viene consumata dai corridoi della scuola e dalle chiacchiere di una piccola comunità diventa, nel 2026, una solitudine che può essere moltiplicata da uno schermo.
Le aspettative, dunque, sono alte ma anche prudenti perché parliamo di un romanzo che non ha bisogno di essere aggiornato per dimostrare la propria forza.
Carrie continua a funzionare perché parla di adolescenti che feriscono, di adulti che non vedono, di religione trasformata in strumento di controllo e di una ragazza che desidera soltanto essere accettata.
Dall’altra c’è Mike Flanagan, uno dei pochi registi contemporanei che sembrano avere la sensibilità necessaria per capire che l’horror di King funziona davvero quando dietro il mostro c’è una persona.


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