Da Oblivium al cinema di Robert Eggers
Articolo di Emanuela Ferrara
TRAMA
La Vampira. Ossia la vergine di Ungheria
Molto prima di Carmilla di Sheridan Le Fanu (1872), la letteratura gotica europea aveva già generato una vampira di straordinaria vividezza. Riscoperta di recente, e ora presentata per la prima volta in traduzione integrale, La Vampira ossia La Vergine d’Ungheria (1825) anticipa di quasi mezzo secolo il celebre racconto di Le Fanu e molte altre vampire, imponendosi come uno fra i testi pionieristici sul vampirismo.
Nel 1815, il colonnello Édouard Delmont abbandona Parigi con la famiglia per rifugiarsi in un antico castello isolato nel Lauragais; crede di potersi lasciare alle spalle il passato, ma il passato non smette di perseguitarlo. Quando una misteriosa straniera, Alinska, si stabilisce nei pressi del suo maniero, la quiete della vita familiare comincia a incrinarsi. Bella, enigmatica e segnata da un destino oscuro, la giovane ungherese porta con sé un’ombra sovrannaturale che si allunga lentamente e inesorabilmente sui Delmont.
Poco alla volta, la sua presenza causa un susseguirsi di eventi inquietanti, tragedie e lutti. Ma Alinska non è una semplice predatrice assetata di sangue: è lo strumento di una vendetta superiore, vittima, più che carnefice, di un terribile patto ultraterreno che nemmeno lei ha il potere di spezzare.
Trasformazioni. Licantropie e altre terribili metamorfosi.
Dedicata agli appassionati di horror classico, letteratura gotica e weird, l’antologia Trasformazioni. Licantropie e altre terribili metamorfosi esplora uno dei temi più potenti e universali dell’immaginario umano. Il volume raccoglie 25 racconti distribuiti in quattro sezioni che allargano progressivamente lo sguardo dal classico lupo mannaro alle metamorfosi più inquietanti e imprevedibili.
Licantropie vere o presunte riunisce i grandi classici del genere: dal Lupo mannaro di Orest Somov, ispirato al folklore ucraino, a Frederick Marryat col Lupo bianco dei Monti Hartz e la prima memorabile licantropia femminile; si prosegue con Sutherland Menzies, Catherine Crowe, Rudyard Kipling e altri, fino a H. Warner Munn e Arlton Eadie.
La sezione esplora varianti europee ed extraeuropee, mostrando la vitalità del mito in contesti culturali anche molto diversi. Altre metamorfosi allarga il campo a trasformazioni non lupesche, spesso ancora più disturbanti: l’uomo-tigre di Hugh Clifford, la fanciulla-gatto di Marcel Prévost, la donna-pantera di Ambrose Bierce, l’orrore fungino di W.H. Hodgson, l’ironia di Saki e la maledizione serpentiforme di Lovecraft e Bishop.
Fiabe e dintorni raccoglie testi dal forte valore simbolico e morale: dal Bisclavret alla Meravigliosa storia della bella Melusina di Ludwig Tieck, fino alle fiabe tradizionali africane e ai racconti di Christina Rossetti e Mary Mapes Dodge. Ultime trasformazioni chiude il volume con due capolavori russi: La famiglia del Vurdalak di Aleksej Konstantinovič Tolstoj e Lazzaro di Leonid Andreev, dove la resurrezione diventa la più radicale delle metamorfosi.
Werwulf
Ambientato nell’Inghilterra del XIII secolo tra campagne nebbiose e villaggi isolati. Una misteriosa e feroce creatura si aggira nell’oscurità seminando terrore e morte tra la popolazione.Antichi racconti del folklore locale e leggende sui licantropi prendono improvvisamente vita, trasformandosi in una minaccia reale e mortale.
Mentre le sparizioni aumentano e la paura si diffonde, la comunità affronta una forza soprannaturale in una disperata lotta per la sopravvivenza. Il racconto esplora temi viscerali come la devozione, la dannazione e il male interiore.
C’è una corrente sotterranea che sta scuotendo dalle fondamenta l’immaginario contemporaneo, una rinascita cupa e necessaria che sembra voler spogliare la paura dalle sue sovrastrutture commerciali per restituirla alla sua forma più pura, ancestrale e sanguigna.
Stiamo assistendo all’alba di una nuova stagione dell’Horror, un’era in cui il terrore non punta più sul semplice spavento improvviso, ma si fa sentimento profondo, memoria dimenticata e poesia della carne.
Questa rivoluzione dello sguardo trova perfetta corrispondenza nell’editoria di pregio con la nascita di Oblivium, marchio di Caravaggio Editore curato con infinita dedizione da Enrico De Luca.
La casa editrice debutta sul mercato con una doppia uscita straordinaria, pensata per strappare all’oblio opere rimaste troppo a lungo nel dimenticatoio: La vampira ovvero la Vergine di Ungheria e Trasformazioni. Licantropie e altre terribili metamorfosi.

Dato alle stampe nel lontano 1825 da Étienne-Léon de Lamothe-Langon, La Vampira torna a respirare grazie a una traduzione integrale che ha il sapore del miracolo. Il testo anticipa di cinquant’anni le atmosfere di Carmilla e di oltre sette decenni l’ombra di Dracula, regalando alla letteratura la primissima figura di donna vampiro moderna. La sua protagonista, Alinska, non è una cacciatrice letale né uno stereotipo malvagio: è un’eroina tragica. Prigioniera di un patto oscuro che non ha scelto,
Alinska incarna la sofferenza di un’anima smarrita che muove a pietà prima ancora che all’inquietudine, sullo sfondo di una Francia post-napoleonica che si scontra con il folklore cupo delle terre ungheresi. Un racconto scandito da una grazia malinconica e da verità dolorose che risuonano nel cuore:
…ciò che è passato non esiste più; le colpe altrui non sono scuse per le nostre, e il male da fare non guarisce quello già fatto.

Accanto a questa perla risplende Trasformazioni, un’antologia monumentale che esplora il momento esatto in cui la natura umana cede il passo all’animale e all’incubo.
Entrare tra le sue pagine significa compiere un viaggio viscerale dentro la fragilità dell’anima travolta dalla forza indomabile dell’inconscio. Qui la metamorfosi e la licantropia non sono mai un semplice cambio di forma, ma una tragedia viscerale del corpo e dello spirito. Si assiste con il cuore in gola alla lenta de-umanizzazione del protagonista, mentre la ragione cede alle bramosie ferine e alla disperazione silenziosa di chi sente la propria identità scivolare via senza potersi salvare.
Tra le molteplici metamorfosi che popolano il volume, quella del lupo mannaro incarna il dolore più puro e la forma più tragica di perdita del sé.
Emblematica è la vicenda vissuta ne Il segno della bestia di Rudyard Kipling, dove la trasformazione non nasce da un incantesimo da fiaba, ma dalla violazione del sacro e dall’invasione di una maledizione oscura e ancestrale.
Storie come questa o come Il lupo bianco dei Monti Hartz toccano corde intime e viscerali, ricordandoci che la vera mostruosità spesso risiede in quello che ci portiamo dentro, assopito ma mai del tutto spento. Ogni riga di questa straordinaria antologia è intrisa di una bellezza crepuscolare, capace di trascinare chi legge in un vortice di terrore, pietà e fascinazione per l’ignoto.
Questa sensibilità alchemica e romantica si specchia chiaramente nel cinema contemporaneo, dove l’attesa per Werwulf (in Italia a Gennaio 2027) di Robert Eggers segna il punto di svolta sul grande schermo.
Eggers rifiuta i mostri digitali per scavare nell’orrore primordiale. Definendolo senza mezzi termini come
la cosa più cupa che io abbia mai scritto
il regista riporta la figura del lupo a un mondo medievale brutale fatto di
fango, sangue, sterco, pioggia, dolore e sofferenza
dove i soliti cliché del genere vengono spazzati via per raccontare la vera essenza della bestia:
un uomo maledetto, tormentato e che prova un dolore enorme, che cerca di trovare la salvezza attraverso l’amore

Che sia attraverso la prosa riscoperta di un romanzo dimenticato, la poesia oscura di un’antologia di metamorfosi o le immagini cupe di una pellicola cinematografica, la nuova stagione dell’Horror parla un linguaggio unico e potentissimo.
Ci ricorda che il vero terrore nasce sempre dall’amore, dal rimpianto e dall’impossibilità di sfuggire a ciò che siamo destinati a diventare.

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