Recensione di Francesca Pica
TRAMA
Inghilterra, 1908. Quando Lady Emily Hardcastle e la sua cameriera Florence Armstrong si trasferiscono nel villaggio di Littleton Cotterell, cercano una vita più tranquilla. Quello che trovano è un cadavere appeso a una quercia nel bosco. La polizia locale è convinta di aver capito tutto. Lady Hardcastle è convinta del contrario. Con la mente acuta di una scienziata e la saggezza di chi ha girato il mondo – e ne è tornata con qualche cicatrice – Lady Hardcastle non riesce infatti a ignorare le incongruenze che gli altri preferiscono non vedere.
E in questo è aiutata dalla pragmatica Florence, esperta di arti marziali nonché l’unica in grado di pettinare la sua padrona in modo adeguato. Poi, durante la festa per il fidanzamento della giovane Clarissa Farley-Stroud, un musicista viene trovato morto in biblioteca. E uno smeraldo di valore inestimabile – con una storia che attraversa il Nepal, l’India e i salotti dell’aristocrazia inglese – scompare nel nulla. Tra poliziotti incapaci, nobili decaduti, loschi mercanti d’arte e cittadini integerrimi, Lady Hardcastle e Florence si muovono con ironia tagliente e un metodo infallibile: osservare, dedurre, e non farsi mai ingannare dalle apparenze.
E così, con l’aiuto di qualche bicchiere di brandy e di una buona dose di coraggio, si addentrano in un labirinto di menzogne, furti e omicidi e ne escono vincitrici. Perché anche i villaggi più sonnolenti hanno i loro scheletri. Ma Lady Hardcastle li trova sempre… di solito prima del tè delle cinque.
Più ci penso, meno mi convinco che sia davvero così’, dichiarò Lady
Hardcastle. ‘Su, proviamo a indagare. Tu sarai Watson e io Holmes.’
‘Basta che non vi mettiate in testa di suonare il violino, milady.’
Ci sono romanzi gialli che conquistano il lettore attraverso una trama complicatissima, fatta di continui colpi di scena, piste false e rivelazioni che si susseguono fino all’ultima pagina.
E poi ci sono romanzi come Un tranquillo delitto in campagna di T. E. Kinsey, che fanno qualcosa di apparentemente molto più semplice e, proprio per questo, estremamente difficile: raccontano una buona storia, la raccontano bene e ci fanno venire voglia di continuare a leggere.
Ed è forse proprio nella semplicità della sua trama, unita a un’ambientazione capace di catturare immediatamente l’immaginazione, che risiede uno dei maggiori pregi di questo romanzo.
C’è infatti qualcosa di irresistibile nei gialli ambientati nella tranquilla campagna inglese: più il paesaggio appare sereno, più viene spontaneo chiedersi quali segreti si nascondano dietro le porte delle case, nei giardini perfettamente curati e, soprattutto, dietro le rispettabili facciate degli abitanti del paese.
Kinsey gioca abilmente proprio su questo contrasto, portandoci nell’Inghilterra del 1908, a Littleton Cotterell, dove Lady Emily Hardcastle e Florence Armstrong si trasferiscono alla ricerca di una vita più tranquilla.
Naturalmente, in un giallo che si rispetti, la tranquillità dura ben poco. Le due donne si imbattono in un cadavere appeso a una quercia e, quando la polizia locale sembra convinta di avere già trovato la spiegazione, Emily comincia a notare quelle incongruenze che gli altri preferiscono ignorare.
È un inizio apparentemente classico, quasi tradizionale, ma proprio qui sta uno dei meriti del romanzo: Kinsey non ha bisogno di complicare inutilmente la premessa.
Un cadavere, un villaggio apparentemente tranquillo, una polizia che sembra avere troppa fretta di chiudere il caso e due investigatrici che non sono disposte ad accontentarsi della prima spiegazione. Da questi elementi semplici nasce una trama che, pagina dopo pagina, riesce a catturare il lettore.
È proprio questa semplicità ben costruita a rendere la trama efficace. Non serve avere decine di personaggi o una successione forsennata di omicidi per mantenere viva l’attenzione. Basta disseminare con intelligenza gli indizi, lasciare qualche domanda senza risposta e permettere al lettore di seguire le protagoniste mentre cercano di ricostruire ciò che è realmente accaduto.
Ma il vero punto di forza del romanzo, più ancora del mistero da risolvere, sono proprio loro: Emily e Florence.
La prima impressione è di trovarsi di fronte a una sorta di Sherlock Holmes e Watson al femminile. Se Lady Emily Hardcastle è l’intelligenza investigativa della coppia, Florence Amstrong è destinata a essere la Watson della situazione.
Se la prima osserva, analizza, collega gli indizi e soprattutto non si lascia ingannare dalle apparenze, la seconda è più concreta, pragmatica e diretta.
Dove Emily si perde nei ragionamenti, Florence riporta la situazione alla realtà. Ma è proprio qui che il paragone con Holmes e Watson comincia a non funzionare più, perché Florence non è una semplice spalla, ma una vera protagonista, indispensabile quanto Emily alla riuscita dell’indagine: Emily possiede l’acume dell’investigatrice, Florence l’istinto e il pragmatismo necessari per trasformare le intuizioni in azioni concrete.
Se la logica investigativa di Lady Emily emerge perfettamente quando precisa:
«È ragionamento abduttivo, non deduttivo. Partire dall’osservazione per arrivare a una teoria è abduzione, non deduzione»
Il pragmatismo di Florence rivela anche la natura del rapporto delle due, quando risponde alla sua signora:
«Cosa farei senza di te?», e la risposta di Florence è perfettamente in linea con il suo carattere: «Morirei di fame, mia signora. Al buio».
Ed è qui che il paragone con Holmes e Watson diventa interessante, perché Florence – rispetto a Watson – è molto più autonoma.
Non osserva il genio a lavoro, ma partecipa all’indagine ed è perfettamente in grado di prendere in mano le redini della situazione.

T.E. Kinsey
Nato negli anni Sessanta in Inghilterra e cresciuto a Londra, T.E. Kinsey ha lavorato per diverse riviste e ha collaborato al celebre sito IMDb. Vive a Bristol con la moglie e ormai si occupa a tempo pieno di scrivere i romanzi dedicati a Lady Hardcastle e alla sua cameriera Florence, diventati di culto per gli amanti del genere (e non solo).
Se si parla di gialli inglese, non si può non menzionare anche Miss Marple, da cui Kinsey prende spunto per l’ambientazione, ma anche e soprattutto per la trama: un piccolo villaggio inglese, una comunità apparentemente rispettabile e una serie di segreti che emergono poco alla volta.
Come Miss Marple, Emily comprende che il male non è necessariamente qualcosa che arriva dall’esterno: può essere nascosto proprio nelle persone che tutti considerano rispettabili. Ma le nostre due protagoniste, rispetto a Marple, hanno un’energia diversa perché aggiungono, alla conoscenza della natura umana e all’osservazione dei comportamenti, un metodo quasi scientifico e una dimensione fisica più marcata.
Il risultato è una coppia che sembra prendere il meglio di tradizioni diverse del giallo inglese: da Holmes arriva il gusto per la deduzione e per l’indizio apparentemente insignificante, da Watson arriva la complicità tra due persone molto diverse e da Miss Marple arriva il piccolo mondo di provincia, con i suoi pettegolezzi, le sue convenzioni sociali e i suoi segreti.
È la capacità di Kinsey di mescolare questi ingredienti, che rende “Un tranquillo delitto in campagna” un mix tra il giallo classico e un cozy mistery. Già dal titolo, Kinsey mette le carte sul tavolo: la campagna dovrebbe rappresentare la quiete, la sicurezza, la distanza dai pericoli della città. E invece basta guardare un po’ più attentamente perché quella tranquillità cominci a mostrare le proprie crepe. Come dice una delle descrizioni del romanzo:
anche i villaggi più tranquilli hanno i loro scheletri nell’armadio.
L’aspetto più convincente del romanzo è quindi l’equilibrio.
La trama è abbastanza semplice da essere godibile e abbastanza articolata da mantenere viva la curiosità.
Non pretende di rivoluzionare il genere, ma conosce perfettamente la tradizione alla quale appartiene e la utilizza con intelligenza e ironia.
E soprattutto funziona perché ci sono Emily e Florence. Perché il vero mistero di Un tranquillo delitto in campagna non è soltanto scoprire chi ha ucciso e perché. È anche scoprire quanto sia divertente accompagnare queste due donne nelle loro indagini. E forse è proprio questo il motivo per cui, una volta entrati a Littleton Cotterell, diventa difficile andarsene, perché il vero delitto è quello di aver fatto sembrare troppo breve una storia che si legge con tanto piacere.
Un tranquillo delitto in campagna è, in definitiva, un giallo classico con l’anima del cozy mystery: elegante, ironico, piacevole e capace di catturare il lettore senza dover ricorrere a effetti spettacolari.
Un romanzo che non pretende di sconvolgere le regole del genere, ma che dimostra quanto possa essere ancora efficace una buona storia raccontata con ritmo, atmosfera e personaggi che funzionano davvero.
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