In salotto con… Giuseppe Fusari

In salotto con Giuseppe Fusari

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Samuela Moro

Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori In salotto con… Giuseppe Fusari.

Storico dell’arte, docente, sacerdote e ora anche scrittore: Giuseppe Fusari porta nella narrativa un bagaglio di esperienze che si riflette pienamente nel suo romanzo d’esordio, I morti non mi sono mai piaciuti, vincitore della settima edizione del Premio Neri Pozza. Un giallo in cui il mondo dell’arte non fa da semplice sfondo, ma diventa il tessuto stesso dell’indagine condotta dal commissario Amedeo Alessandri, personaggio complesso e umano, segnato da un passato che continua a interrogarlo.

Il libro, letto e recensito per Salotto Giallo da Samuela Moro a questo LINK, nasce dall’incontro tra due mondi cari all’autore: quello della ricerca storico-artistica e quello della narrazione investigativa, e si intreccia con domande più ampie sul senso della morte, sul peso del passato e sulla ricerca di una verità che non sempre trova risposta.

Abbiamo incontrato Giuseppe Fusari per farci raccontare la genesi di questo romanzo, il rapporto con il suo protagonista e gli interrogativi che attraversano tutta la storia.

Il suo romanzo nasce dall’incontro tra il giallo e il mondo dell’arte, un ambiente che lei conosce profondamente. Come è nata l’idea di trasformare questo universo in una storia investigativa e quali sono state le maggiori sfide nel passaggio dalla saggistica alla narrativa?

Bizzarramente l’idea mi è venuta quando, Direttore del Museo Diocesano di Brescia, ho immaginato che proprio il direttore venisse trovato ucciso sotto un albero. L’idea si è risolta in un libretto molto acerbo che però mi è servito da primo spunto per cimentarmi in questo nel quale ho messo molte cose della mia esperienza di storico dell’arte.

Quello che ne è uscito, credo, è qualcosa nel quale il mondo dell’arte non è solo uno sfondo ma diventa il tessuto sul quale si ricama tutta la storia che non poteva essere se non investigazione, così come quando (lo dico nel libro) si comincia a fare ricerca su un dipinto o su un’opera d’arte. In fondo la sfida maggiore è stata quella di passare dalla ricerca su qualcosa di reale a una ricerca immaginata come possibile.

Amedeo Alessandri è un personaggio molto umano, segnato dal passato, dalle proprie fragilità, dai ricordi e dal bisogno di trovare un equilibrio, ma anche caratterizzato da un particolare modo di osservare e interpretare ciò che gli accade. Quanto c’è di Giuseppe Fusari in Amedeo Alessandri? E quali aspetti del suo protagonista sente più vicini a sé?

Credo che in Amedeo ci sia molto del mio modo di procedere, sia dal punto di vista umano che da quello della ricerca della verità.

Certo, non è un personaggio autobiografico, ma condivide con me il fatto che, davanti alle cose, non mi accontento di ‘constatare’ e che, in fondo, in mezzo alle fragilità e alle sconfitte, la forza te la dà cercare, in fondo alla strada, qualcosa che assomigli alla verità.

Giuseppe Fusari
Lei è storico dell’arte, docente, scrittore e sacerdote. Sono esperienze diverse, ma tutte legate, in qualche modo, alla ricerca e alla comprensione dell’uomo. Quanto hanno dialogato tra loro durante la scrittura del romanzo, soprattutto nel modo in cui ha scelto di raccontare la morte, il passato e le domande che restano senza risposta?

Devo dire che tutte queste componenti dialogano sempre nelle diverse esperienze che faccio e nelle diverse vesti che ricopro.

Anche affrontare un romanzo (che poi, per motivi narrativi diventa un giallo) è stato per me partire sempre dalla stessa domanda: che senso ha quello che succede, quello che mi succede e perché?

È per questo che sono partito proprio dal dato ‘secco’ della morte e dal fatto che i morti non mi piacciono, anzi che non piacciono a un Commissario di Polizia: perché la morte è il più grande degli enigmi davanti al quale siamo messi e sollecita tutte le nostre domande. Per questo la morte ha un peso così importante nel romanzo per capire il passato e se non risolverlo, almeno cominciare a rinascere.

I morti non mi sono mai piaciuti è il suo esordio nella narrativa e Amedeo Alessandri sembra avere ancora molto da raccontare. Possiamo aspettarci di ritrovarlo in una nuova indagine?

Lo spero. Completato questo, anch’io mi sono accorto che Amedeo aveva ancora molto da raccontare, così sono nati altri due romanzi che potrebbero comporre una trilogia autoconclusa.

Anche se, rileggendoli, ammetto che Alessandri, anche oltre questi, potrebbe riservare altre sorprese…

Infine, la nostra domanda di rito: se potesse invitare nel nostro “Salotto Giallo” il suo autore o la sua autrice preferito/a e avesse la possibilità di rivolgergli/le una sola domanda, chi sceglierebbe e cosa gli/le chiederebbe?

Dovrei evocarlo più che invitarlo.

Vorrei avere nel salotto George Simenon. L’ho detto la sera stessa della vittoria del Neri Pozza: per me la narrazione (anche quella gialla) parte dal modo col quale Simenon ha scandagliato l’animo umano.

Certo poi ci sono molti altri… Ma a lui vorrei chiedere:

Come ha fatto in tutti i suoi libri a calibrare perfettamente la lama di bisturi che divide la realtà dalla comprensione (o compassione)?

Bella domanda no?

Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista e gli dà appuntamento alla prossima avventura…

Link per l’acquisto del libro:

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