I morti non mi sono mai piaciuti di Giuseppe Fusari

I morti non mi sono mai piaciuti Salotto Giallo

Recensione di Samuela Moro

TRAMA

Sembra addormentato l’uomo seduto a terra contro un ippocastano del viale, circondato da un marasma di foglie e rami spezzati dal nubifragio della notte precedente. Ma non dorme, è stato ucciso altrove, con ferocia, e spostato lì dove la pioggia ha lavato via ogni indizio. Agli agenti basta poco per riconoscere in quel corpo Riccardo Mazza, noto storico dell’arte e curatore di una mostra su trenta capolavori ritrovati inaugurata in pompa magna appena poche ore prima.

A occuparsi del caso è il commissario Amedeo Alessandri, che di una vittima celebre come quella farebbe volentieri a meno. Come avrebbe fatto a meno di partecipare all’inaugurazione dove ha stretto la mano proprio all’uomo che ora giace, composto e senza vita, di fronte a lui. Lui che da vent’anni non ha più aperto un libro d’arte, non ha più guardato un dipinto, un catalogo; vent’anni trascorsi dalla morte di un altro stimato storico dell’arte, suo padre.

Ma in quest’indagine ci sono altri elementi a turbare il commissario: il medico legale gli ha fatto sapere che il cadavere è istoriato con la parola falso, tatuata ovunque centinaia di volte, ossessivamente, con l’unica eccezione della testa e delle mani. E poi, nell’appartamento della vittima, vuoto come la cella di un monaco, viene rinvenuto un reperto che lo riguarda, destinato a far sanguinare vecchie ferite di un passato che non passa.

Con I morti non mi sono mai piaciuti, vincitore della settima edizione del Premio Neri Pozza, Giuseppe Fusari firma il suo esordio nella narrativa.

Un romanzo investigativo in cui il mondo dell’arte accompagna costantemente l’indagine del commissario Alessandri, fino a intrecciarsi con il suo passato.

L’indagine prende avvio dal ritrovamento del corpo di Riccardo Mazza, noto storico dell’arte assassinato e abbandonato in un parco dopo un violento nubifragio. Il commissario Alessandri si ritrova così a seguire un caso che, fin dalle prime pagine, assume contorni insoliti. Il cadavere porta tatuata ovunque, centinaia di volte, un’unica parola: falso. Un dettaglio che incuriosisce e apre le porte a un’indagine in cui il mondo dell’arte diventa parte integrante della storia.

Non mi sono mai piaciuti i morti. Soprattutto quelli ammazzati. Quelli presi di sorpresa. Sui loro visi rimane un velo di sgomento.

La vicenda è raccontata in prima persona proprio da Alessandri, una scelta che permette al lettore di entrare immediatamente nella sua mente e nel suo modo particolare di osservare ciò che lo circonda.

È più forte di me: per allentare la tensione faccio così, mi concentro sulle cazzate. Le cose importanti le setaccio quando sono lucido.

Giuseppe Fusari

Giuseppe Fusari, accademico dell’Ateneo di Brescia, insegna Storia dell’Arte presso l’UniBrescia, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato direttore del Museo Diocesano di Brescia e ha collaborato con prestigiose istituzioni culturali italiane e straniere.

Al suo attivo ha la cura di diverse mostre che spaziano dal Rinascimento all’arte contemporanea e la pubblicazione di saggi e articoli di argomento storico e storico-artistico. Si dedica anche all’incisione e alla scrittura creativa. I morti non mi sono mai piaciuti è il suo primo romanzo, vincitore della settima edizione del Premio Neri Pozza.

La scrittura di Giuseppe Fusari colpisce fin dalle prime pagine.

Le frasi sono brevi, talvolta brevissime, essenziali, prive di fronzoli. Un ritmo quasi scattoso che accompagna la lettura e riesce, con poche parole, a delineare personaggi e situazioni.

Anche la struttura, talvolta frammentata, contribuisce a rendere il romanzo coinvolgente. All’interno dei capitoli le fasi investigative si alternano continuamente ai ricordi e alle riflessioni del commissario: basta un dettaglio perché il presente lasci spazio al passato, senza che il racconto perda fluidità.

Questa alternanza, quasi da flusso di coscienza, tra azione, memoria e pensiero mantiene viva l’attenzione di chi legge e permette di apprezzare uno stile di scrittura molto  attuale.

Tale espediente stilistico concede inoltre a chi legge di conoscere il protagonista anche ben oltre il suo ruolo di investigatore. Poco alla volta emerge infatti il rapporto con il padre, Roberto Alessandri, stimato storico dell’arte, una presenza che continua a influenzare il suo presente e che finisce inevitabilmente per intrecciarsi con l’indagine.

Ma noi abbiamo il dovere, Amedeo, la missione, del sapere.

Accanto al commissario emerge così anche l’uomo, con le sue fragilità, i ricordi che riaffiorano, un passato lavorativo ombroso e il bisogno di trovare un equilibrio.

In I morti non mi sono mai piaciuti l’arte è una presenza costante, quasi silenziosa, che accompagna ogni fase dell’indagine. Opere, attribuzioni, ricerca storico-artistica e critica si intrecciano con la vicenda senza mai appesantirla. La competenza di Giuseppe Fusari emerge con naturalezza e offre al lettore uno sguardo autentico su un mondo fatto di bellezza, ma anche di zone d’ombra, rivalità, interessi e ambizioni.

L’indagine arriva, infine, alla sua conclusione. Per Alessandri, invece, resta la consapevolezza che ci sono domande con cui si impara a convivere più che a trovare una risposta.

Ed è proprio questa sfumatura dolceamara a dare profondità al finale del romanzo e a lasciare la sensazione che di Amedeo Alessandri ci sia ancora molto da conoscere.

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