Recensione di Emanuela Ferrara
TRAMA
È una mattina di fine dicembre del 1783, l’aria odora di neve, anche se i palermitani sanno che è solo un’impressione: a Palermo non nevica mai. Tra le mura del convento di San Francesco, accade qualcosa di insolito: la cella di fra’ Gerlando è rimasta chiusa, nessuno l’ha visto nemmeno al Mattutino. Dietro quella porta, l’orribile scoperta: il corpo esanime del frate, gli occhi strabuzzati dal terrore, il viso gonfio, una schiuma biancastra agli angoli della bocca. Per lo speziale non ci sono dubbi: è veleno.
Anche se quell’uomo di Dio non pareva avere un nemico al mondo. A parte forse l’anziana donna con cui, il giorno prima, c’era stato un misterioso incontro, alla fine del quale il frate era apparso turbato. «Quella vecchia è la Morte» aveva commentato. Ma non è l’unico mistero, perché il nome del frate compare in una lista insieme a quello di un barone morto lo stesso giorno, con gli stessi sintomi.
Lista che ora si trova nelle mani di Maurizio Belmonte, uomo di fiducia del Viceré, che non crede alle coincidenze e teme che anche altri siano in pericolo. Per le strade si sussurra di preghiere speciali. Preghiere che si pagano a peso d’oro e che, dicono, possono far ammalare. Possono uccidere. Ma Belmonte non crede nemmeno alle fatture, è uomo dei Lumi. Eppure i morti sono reali e ora anche la donna che ama, Sofia Schulz, la pittrice che ritrae i defunti dell’aristocrazia, sembra affetta da un morbo incurabile.
Il veleno è l’arma di chi conosce la pazienza, e non richiede coraggio né la violenza di un attimo di follia. Belmonte dovrà immergersi nell’oscurità di un rancore coltivato nel silenzio, cercare la verità lì dove il sacro e il profano si confondono e un maleficio si paga come una messa.
Leggere Le avvelenatrici di Silvana La Spina non significa immergersi in un classico giallo alla ricerca affannosa del colpevole.
L’autrice porta quasi subito il mistero davanti agli occhi di chi legge, lasciando che sia il filo delle vicende a guidare verso il loro significato più profondo. Il vero fulcro del romanzo sta così nel lento disvelamento delle forze che muovono le azioni dei personaggi e nelle ragioni che si celano dietro gli eventi.
Sullo sfondo di una Palermo del Settecento straordinariamente vivida e sensoriale, il romanzo mette in scena una città dai due volti. Da un lato c’è il fermento illuminista del Viceré Caracciolo e l’indagine razionale di Maurizio Belmonte, fiduciosi nella luce della ragione e della scienza.
Dall’altro, una Sicilia sommersa, incatenata a una superstizione atavica, dove la magia, le fatture e le “preghiere di morte” diventano la spiegazione più comoda e terribile per addomesticare la paura dell’ignoto.
Veramente delle preghiere possono uccidere? In effetti non ci credo, ma sono napoletano e in quanto tale conosco la malevolenza degli uomini e quindi la loro capacità di augurare il male, quando non il malocchio…
Questo scontro d’idee e di visioni del mondo si incarna perfettamente nel confronto tra due figure femminili: suor Adelaide e Sofia Schulz.
Suor Adelaide, reclusa tra le mura del convento, incarna il lato oscuro e calcolato della conoscenza: la sua scienza è segreta, la sua mente chimica ed erudita opera nell’ombra. Di contro, Sofia Schulz, la “pittora dei morti”, rappresenta la luce e l’indipendenza. Due destini speculari, nati entrambi da condizioni di isolamento, ma risolti in direzioni opposte. Attorno a loro si avverte sempre una presenza ineludibile: la Morte.
Perché la Morte circola sempre, e in qualunque veste. Per lei infatti non c’è festa, non c’è tregua… e non c’è nemmeno stagione. Così la Morte era arrivata col suo passo felpato.
A rendere Le avvelenatrici un’esperienza di lettura diversa dalle solite è soprattutto la sua straordinaria atmosfera.

Silvana La Spina
Silvana La Spina è nata in Veneto da padre siciliano. Vive tra Milano e Catania da molti anni e la Sicilia è alla base di quasi tutti i suoi romanzi. Tra gli ultimi: La bambina pericolosa (2008); Un cadavere eccellente (2011); La continentale (2014); L’uomo che veniva da Messina (2015).
Per Neri Pozza ha pubblicato L’uomo del Viceré (2021), Angelica (2022) e L’ombra dei Beati Paoli (2024). Ha vinto il Premio Chiara nel 1993 con il romanzo Scirocco.
La Spina possiede una prosa barocca, ricca e avvolgente, capace di catapultare il lettore direttamente nel cuore della Sicilia del XVIII secolo.
Sembra quasi di sentire l’odore delle spezie nelle officine degli speziali, l’aria stagnante dei vicoli del quartiere Capo, il freddo delle navate dei conventi e l’opulenza decadente dei palazzi nobiliari. Più che leggere un racconto storico, ci si sente letteralmente proiettati in quel tempo e in quel luogo.
Le avvelenatrici di Silvana La Spina è un romanzo denso e suggestivo, in cui la narrazione procede al ritmo lento delle rivelazioni interiori e dei contrasti d’epoca.
Un’opera in cui l’intreccio investigativo diventa il pretesto per esplorare la natura umana e l’eterna lotta tra le tenebre dell’ignoranza e il coraggio della ragione.
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