Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Marco Lambertini
Gradita ospite del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Elena Zambelli.
Nata a Bologna nel 1973, laureata in Giurisprudenza e agente di assicurazioni, Zambelli vive e lavora a Castelfranco Emilia. Prima del romanzo ha pubblicato diversi racconti, ottenendo anche riconoscimenti in concorsi letterari.
Con Il castigo dei Prediletti, Elena Zambelli esordisce nel mondo del romanzo con una storia costruita attorno ai meccanismi del thriller e a un intreccio che lega indagine, passato e presente.
Il romanzo è stato letto e recensito per Salotto Giallo da Marco Lambertini: leggi QUI la sua recensione.

In questa intervista abbiamo parlato con lei della sua passione per il thriller, del lavoro sulla struttura e sui personaggi, dell’importanza dell’ambientazione e del rapporto con i protagonisti Lee Gold ed Emma Risi. E, naturalmente, anche di ciò che potrebbe attenderli dopo Il castigo dei Prediletti.
Leggendo Il castigo dei Prediletti si ha la sensazione che tu conosca molto bene i meccanismi del thriller. Quanto c’è stato di studio e quanto, invece, di passione maturata negli anni da lettrice del genere?
Credo che la passione sia venuta molto prima dello studio. Sono sempre stata una lettrice attratta dal giallo, dal thriller e, soprattutto, da quelle storie in cui l’indagine non riguardava soltanto la ricerca di un colpevole, ma diventava un modo per entrare nella mente delle persone.
Agatha Christie mi ha insegnato ad amare il meccanismo, l’indizio, ciò che viene mostrato al lettore senza che lui riesca ancora a comprenderne il significato.
Stephen King mi ha fatto scoprire quanto possa essere inquietante ciò che accade dentro una mente apparentemente normale. Più recentemente, autori come Donato Carrisi mi hanno avvicinata a un thriller nel quale il male non è soltanto qualcosa da scoprire, ma qualcosa che si tenta di comprendere.
Poi è arrivato lo studio, perché amare un genere non significa automaticamente saperlo scrivere. Ho studiato la costruzione della tensione, il ritmo, la gestione delle informazioni e soprattutto il rapporto con il lettore. In un thriller bisogna essere leali con lui: puoi portarlo nella direzione sbagliata, ma non puoi barare. Gli elementi per arrivare alla verità devono esserci. È il loro significato che deve rimanere nascosto fino alla fine.
La struttura del romanzo è uno degli aspetti più convincenti: gli omicidi, il passato del convento dei “Prediletti”, il rapimento di Davide De Viso e le vicende personali degli investigatori si intrecciano con grande naturalezza. Hai costruito questo mosaico fin dall’inizio o la storia ha preso forma e si è affinata durante la scrittura?
Avevo chiari fin dall’inizio alcuni punti fondamentali: sapevo da dove sarebbe partita la storia, conoscevo ciò che era accaduto nel passato e sapevo dove volevo arrivare. Ma non avevo progettato ogni passaggio. I collegamenti sono nati durante la scrittura e alcuni personaggi hanno finito per occupare uno spazio diverso da quello che avevo immaginato.
Per me scrivere significa anche lasciare alla storia una certa libertà. Arriva un momento in cui ti accorgi che una soluzione prevista sulla carta non è più quella giusta, perché nel frattempo i personaggi hanno acquisito una loro coerenza e non puoi costringerli a fare qualcosa soltanto perché serve alla trama.
Naturalmente, in un thriller questa libertà deve poi convivere con una struttura rigorosa. Una volta arrivata alla fine sono tornata indietro diverse volte, ho spostato elementi, seminato indizi, eliminato ciò che anticipava troppo e rafforzato ciò che invece doveva acquistare significato soltanto dopo. Il mosaico, quindi, esisteva fin dall’inizio nei suoi contorni, ma molti dei tasselli hanno trovato il loro posto mentre scrivevo.
Lee Gold, Emma Risi e Gustav Rolmen non vengono mai “spiegati” al lettore, ma si fanno conoscere poco alla volta, attraverso le indagini e i frammenti del loro passato. È stata una scelta consapevole quella di privilegiare la loro evoluzione rispetto a una presentazione più tradizionale?
Assolutamente sì. Non amo i personaggi che, appena entrano in scena, vengono raccontati al lettore come se qualcuno gli consegnasse la loro biografia. Nella vita reale non conosciamo così le persone. Le conosciamo attraverso quello che fanno, ciò che dicono, quello che evitano di dire e, qualche volta, attraverso le loro contraddizioni.
Volevo che accadesse la stessa cosa con Lee, Emma e Gustav. Il loro passato è importante, ma non volevo che precedesse il presente: volevo che emergesse quando qualcosa nell’indagine lo rendeva necessario. Credo che un personaggio diventi più vero quando il lettore ha la sensazione di scoprirlo invece di vederselo spiegare.
Lee, in particolare, per me funziona così. All’inizio sappiamo relativamente poco di lui, ma progressivamente comprendiamo perché abbia un modo così particolare di osservare le persone e perché, davanti a un crimine, non gli basti sapere chi è stato. Ha bisogno di capire cosa abbia portato qualcuno fin lì. E forse è proprio in questo bisogno che si rivela più di quanto lui stesso sarebbe disposto a raccontare di sé.
Uno degli elementi più interessanti del romanzo è l’ambientazione: una montagna lontana dagli stereotipi, fatta di piccoli paesi dove il tempo sembra essersi fermato e che diventa parte integrante della storia. Quanto è importante, per te, il luogo in cui ambientare un thriller?
Tantissimo. Per me un luogo non dovrebbe essere semplicemente lo spazio nel quale accadono i fatti: dovrebbe modificarli.
La montagna de Il castigo dei Prediletti non volevo fosse quella delle cartoline. Mi interessavano il silenzio, l’isolamento, i piccoli paesi nei quali tutti sembrano conoscersi e proprio per questo diventa più difficile capire quanto davvero sappiano gli uni degli altri. In un luogo così anche il tempo sembra avere un ritmo differente e il passato può rimanere presente molto più a lungo di quanto accada in una grande città.
Mi piace pensare all’ambientazione quasi come a un personaggio: deve avere un carattere, produrre sensazioni e, soprattutto, influenzare chi vi si muove. In un thriller può diventare anche uno strumento narrativo potentissimo, perché lo stesso silenzio che di giorno può sembrare pace, di notte può trasformarsi in qualcosa di completamente diverso.
Molti autori raccontano che il primo romanzo serve anche a capire se i propri personaggi hanno ancora qualcosa da dire. Dopo aver concluso Il castigo dei Prediletti, hai avuto la sensazione di aver salutato Lee Gold ed Emma Risi o di aver appena iniziato il loro cammino? E, ripensando al percorso di scrittura, c’è stato un momento in cui hai smesso di pensare “sto scrivendo il mio primo libro” e hai iniziato semplicemente a raccontare la storia che avevi dentro?
Quando ho scritto l’ultima pagina ho capito che la storia dei Prediletti era finita, ma non quella di Lee ed Emma. Forse perché non li avevo costruiti esclusivamente in funzione di quel caso.
Non significa necessariamente che debbano restare sempre nello stesso luogo, lavorare fianco a fianco o riprodurre gli stessi equilibri. Anzi, credo che sarebbe il modo meno interessante di farli continuare. Quello che mi incuriosisce è vedere cosa resta di loro quando cambia tutto il resto. Alcuni incontri ci modificano anche quando le nostre strade prendono direzioni diverse.
Quanto al momento in cui ho smesso di pensare “sto scrivendo il mio primo romanzo”, credo sia arrivato quando ho cominciato a preoccuparmi più di ciò che stava accadendo ai personaggi che del fatto che fossi io a scriverlo.
A quel punto non pensavo più al libro come a una prova da superare. Volevo sapere come sarebbe finita. Può sembrare strano, visto che la storia la stavo scrivendo io, ma credo che sia stato proprio quello il momento in cui il romanzo ha smesso di essere un progetto ed è diventato una storia vera.
Infine, la nostra domanda di rito: se potessi sederti nel nostro “Salotto Giallo” con il tuo autore o la tua autrice preferito/a per fargli/le una sola domanda, chi inviteresti e cosa gli/le chiederesti?
Qui commetterei un’infrazione al regolamento del Salotto, perché scegliere una sola persona tra Agatha Christie e Stephen King sarebbe complicato.
Ma se devo scegliere, inviterei Agatha Christie. Forse perché, dopo tanti anni, continua a riuscire in qualcosa che considero difficilissimo: nascondere la verità davanti agli occhi del lettore.
E le farei una domanda semplice: «Quando costruiva un mistero, conosceva prima il colpevole o conosceva prima l’inganno con cui avrebbe convinto noi lettori a non vederlo?»
Perché credo che in quella risposta ci sarebbe una piccola lezione sulla scrittura del giallo.
Io penso che il vero talento di uno scrittore non consista nel nascondere qualcosa al lettore, ma nel mostrarglielo riuscendo a fargli guardare altrove. E io spero di esserci riuscita.
Salotto Giallo ringrazia Elena Zambelli per la disponibilità all’intervista

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