Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Barbara Terenghi Zoia
Gradito ospite di oggi nel nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Franco Vanni.
Dopo aver esplorato le pagine di Morte e miracoli del numero 3 (Baldini e Castoldi), abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda all’autore, Franco Vanni, cronista giudiziario de la Repubblica e autore che da anni osserva la realtà con lo sguardo attento di chi è abituato a cercare i fatti dietro le apparenze. Un’esperienza che emerge con forza anche nella sua scrittura, capace di coniugare il ritmo del noir con una profonda attenzione alle dinamiche sociali e umane.
Ambientato tra Milano e la provincia comasca, il romanzo (letto e recensito QUI da Barbara Terenghi Zoia) accompagna il lettore dietro le quinte del mondo del calcio, dove il sogno di una carriera può trasformarsi in una trappola e dove interessi economici, razzismo, ambizioni e fragilità personali si intrecciano a un’indagine coinvolgente.
In questa intervista, curata dalla stessa Barbara, abbiamo approfondito diversi aspetti: dalla nascita del romanzo al rapporto tra realtà e finzione, fino ai temi più delicati affrontati nel libro e alle esperienze che hanno contribuito a plasmarne la storia.
La sua esperienza di cronista ha sicuramente influenzato la nascita di questo romanzo. Quanto c’è di invenzione narrativa e quanto, invece, deriva da esperienze vissute o osservate direttamente nella realtà?
Negli anni mi sono occupato di cronaca cittadina, nera, giudiziaria, sportiva. E ho anche letto centinaia di romanzi gialli e noir! Tutti gli elementi puntuali che racconto nel libro sono verosimili e frutto di conoscenza sul campo: dalla struttura di indagine, al ruolo del procuratore nel calcio, dalla descrizione dei campetti di periferia al personaggio dell’odiatore da tastiera.
La trama gialla però è al cento per cento inventata, ispirata semmai dalle letture che ho fatto, più che da quello che ho conosciuto nel mio lavoro.
Nel romanzo il calcio sembra assumere il ruolo di una vera e propria metafora della società, con le sue dinamiche di potere, le disuguaglianze e le contraddizioni. Si tratta di una struttura narrativa pensata fin dall’inizio oppure è emersa e si è sviluppata durante la stesura?
Che bella domanda! Io faccio il giornalista sportivo, e per La Repubblica seguo soprattutto l’Inter.
L’idea del romanzo è nata proprio dal contrasto fra i campetti di calcio di provincia e il lussuoso centro sportivo della squadra nerazzurra, che si trova ad Appiano Gentile. Da una parte, utilitarie e corse in pullman. Dall’altra, Lamborghini e Aston Martin. Eppure, distano pochi chilometri.
Il tema dell’integrazione degli stranieri nel mondo calcistico attraversa il romanzo in modo significativo e affronta una questione particolarmente delicata. Com’è nata la scelta di raccontare questo aspetto? È stata ispirata da episodi, incontri o esperienze specifiche?
La storia dei giovani calciatori africani è poco nota e proprio per questo merita di essere raccontata. Spesso vengono ingannati, in patria, da sedicenti scuole calcio, che vendono a caro prezzo ai ragazzi e alle loro famiglie l’illusione di potere un giorno giocare nei grandi club europei.
Al dunque, molto spesso, si trovano nelle nostre città da clandestini, senza un contratto e senza un euro, dopo essersi svenati per la retta e per il viaggio.
Tra Steno Molteni e Raffaele Cinà, detto Scimmia, si sviluppa un rapporto di amicizia profondo e autentico, uno degli elementi più riusciti del romanzo. C’è qualcosa del suo vissuto personale in questo legame oppure nasce esclusivamente da un’esigenza narrativa? E come è nata l’idea di porre un’amicizia così forte al centro di un noir?
Ma certo! Per me gli amici sono importantissimi e lo sono sempre stati, soprattutto nei momenti più difficili della mia vita.
Sembra una banalità, ma davvero gli amici sono la famiglia che ti scegli, non è una frase fatta. Per questo, nei miei romanzi ci sono sempre amicizie forti.
Infine, la nostra domanda di rito: se potesse sedersi nel nostro Salotto con il suo autore o la sua autrice preferita e porgli/le una sola domanda, chi inviterebbe e cosa gli/le chiederebbe?
Il mio autore preferito è stato a lungo Joe R. Lansdale.
Negli ultimi anni ho sviluppato una vera e propria venerazione per Dino Buzzati. Gli chiederei di raccontarmi Milano con i suoi occhi, la città che cresce e che cambia, negli anni in cui era giornalista al Corriere della Sera.
Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista

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