Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Katya Fortunato
Gradito ospite del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Gabriele Cantella, autore per IDobloni Editore di Mafiaville.
Ispirato a fatti reali, tra cui la sanguinosa stagione che ha segnato Gela negli anni Novanta, Mafiaville sceglie di raccontare il male dall’interno, dando voce a un mondo dominato dalla violenza, dal potere e dall’assenza di punti di riferimento.
Una narrazione dura e senza concessioni, che unisce lo sguardo del giornalista alla costruzione psicologica del romanziere.
Dopo aver raccontato Mafiaville nella sua recensione (disponibile a questo LINK), Katya Fortunato ha intervistato l’autore per approfondire la genesi e i temi di un noir che affonda le proprie radici nella cronaca e nella memoria di un territorio.
Mafiaville si ispira a fatti reali e drammatici, come la strage di Gela del novembre 1990. Essendo cresciuto in quei territori e lavorando come giornalista, qual è stata la sfida più difficile nel trasformare memoria storica e cronaca vissuta in un romanzo noir senza cadere nel documentario o nella retorica?
Romanzare la storia è un esercizio delicato, occorre trovare un equilibrio tra cronaca e finzione per mantenere aderenza ai fatti, evitando di stravolgerli. L’approccio del giornalista e la sensibilità dello scrittore devono convivere, alimentandosi a vicenda.
Perché la narrazione risulti credibile bisogna rispettare il materiale storico, rielaborandolo attraverso la lente dell’umanità, arricchendo la cronaca con l’introspezione, con il lavoro psicologico sui personaggi e le loro vicende. In questo il romanzo supera, a mio modesto parere, l’inchiesta giornalistica e la saggistica.
Nel romanzo scegli di non inserire figure realmente rassicuranti o positive, lasciando che siano soprattutto le due cosche a occupare il centro della narrazione. È stata una scelta narrativa per accentuare il senso di oppressione oppure riflette l’abbandono sociale e istituzionale di quel preciso momento storico?
È stata una scelta precisa, voluta e coerente, quella di lasciare l’intera narrazione ai ‘cattivi’, se vogliamo chiamarli semplicemente così.
Dovevo raccontare il male dal punto di vista del male per mettere a nudo gli uomini e le donne di mafia, presentandoli come sono, nella loro miseria umana, senza filtri, senza sconti. In questa scelta consapevole c’è anche una componente di carattere sociale: non esistono buoni in Mafiaville, perché a Gela, negli anni ‘80, lo Stato era assente, a quelle latitudini la Mafia si era sostituita allo Stato.
In Mafiaville la violenza diventa quasi un linguaggio quotidiano, qualcosa di normalizzato. Quanto è stato difficile raccontarla senza trasformarla in spettacolo?
È stata la mia prima premura quella di raccontare la violenza nella sua cruda spietatezza, scongiurando ogni forma di spettacolarizzazione e mettendo al riparo il lettore dall’effetto di fascinazione del male.
Volevo non esistesse spazio per arrivare a empatizzare con i personaggi di questa storia, nessuna possibilità di immedesimarsi o rivedersi in gente come Tano U Trunzu e Turi U Mulu. Ho provato a decostruire il mito del criminale come antieroe attraente che la letteratura, il cinema e la tv hanno contribuito a generare e alimentare.
Il rapporto tra Tano “U Trunzu” e Saro “Lapazza” sembra rappresentare un passaggio generazionale. Nel romanzo i più giovani appaiono ancora più feroci, privi perfino di quel codice d’onore che caratterizzava i vecchi clan. Pensi che il declino della mafia tradizionale sia passato anche attraverso questa trasformazione?
Inevitabilmente, il ricambio generazionale ha contribuito al declino della vecchia mafia. Con l’avvento dei Corleonesi, i ‘valori’ storici degli uomini d’onore palermitani, Buscetta, Bontade, Inzerillo, sono andati perduti.
Allo stesso modo, il passaggio del testimone da Riina a Provenzano prima e a Matteo Messina Denaro poi hanno segnato la fine dell’era stragista e inaugurato una nuova fase, quella della mafia affarista. Oggi Cosa Nostra non spara più, ma fa i soldi nell’ambito dell’alta finanza.
Il dialetto e le espressioni locali danno al romanzo una forte identità territoriale. Hai mai temuto che una lingua così radicata potesse allontanare alcuni lettori oppure era una scelta indispensabile per mantenere autenticità?
È stata una scelta voluta e in un certo senso obbligata, perché sarebbe stato anacronistico e poco credibile che gente come Tano U Trunzu e Turi U Mulu parlassero la nostra lingua.
Si esprimono in dialetto perché solo quello conoscono, adottano l’unico mezzo di comunicazione a loro disposizione. Soltanto così potevo renderli autentici, rappresentarli come sono e per quello che sono.
Infine, la nostra domanda di rito: se potessi sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito per fargli una sola domanda, chi inviteresti e cosa gli chiederesti?
Porterei con me il grande Victor Hugo e gli chiederei: “Chi è più miserabile ne I Miserabili, Thenardier o Javert?”
Salotto Giallo ringrazia l’autore e la Casa Editrice per la disponibilità all’intervista

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