Mafiaville di Gabriele Cantella

Mafiaville Salotto Giallo

Recensione di Katya Fortunato

TRAMA

A Gela, negli anni ’80, la città è un gioco in scatola.Le strade sono caselle. I quartieri proprietà. Gli uomini pedine.Cosa Nostra e Stidda se la spartiscono come su un tabellone: si compra, si conquista, si elimina. Solo che qui non si paga in denaro, ma in sangue.Tano U Trunzu, sicario infallibile e ambizioso, deve reclutare un esercito di ragazzini pronti a uccidere per salvare il suo clan.

Dall’altra parte, Turi U Mulu, figlio del capo della Stidda, vuole chiudere la partita una volta per tutte e prendersi la città.Ogni mossa è un omicidio.Ogni errore è una condanna.Perché a Gela il piombo è democratico.E chi esce dal gioco, non rientra più.

Gabriele Cantella trasforma le strade di Gela in un gigantesco e spietato gioco da tavolo, dove le caselle sono quartieri da conquistare e i dadi sono fatti di piombo e polvere da sparo.

Con Mafiaville costruisce un noir puro, radicato nella cronaca nera della storica faida tra Cosa Nostra e la Stidda, restituendola ai lettori con una forza espressiva impressionante. Il romanzo porta dentro uno dei periodi più sanguinosi della guerra di mafia che travolse Gela alla fine degli anni Ottanta, tanto da spingere il quotidiano Le Monde a ribattezzarla “Mafiaville”.

L’origine del termine Stidda era incerta, esistevano almeno due versioni della storia…

Mafiaville è un’immersione brutale in una Sicilia dove la violenza diventa linguaggio quotidiano, una forma culturale che sembra sedimentata nel sangue, nelle strade e perfino nei silenzi.

Nessuno aveva visto, nessuno aveva sentito, nessuno avrebbe parlato. Come sempre. Il terrore soffocava le coscienze, chiudeva le bocche, zittiva i pensieri, rendeva tutti complici.

Cantella costruisce un mondo abitato da uomini divorati dall’istinto, dalla fame di potere, dall’orgoglio e dalla convinzione di vivere costantemente accanto alla morte, in una realtà dove l’orrore è completamente normalizzato.

Gli omicidi diventano routine, il sangue entra nella quotidianità e il lettore finisce intrappolato in un sistema dove la violenza appare inevitabile. Non perché venga giustificata, ma perché tutti sembrano essere cresciuti dentro un meccanismo che non lascia vere alternative.

Esisteva a Gela una scelta? Forse sì, ma a che prezzo? Scegliere significava subire la scelta piuttosto che farla. La mafia s’infiltrava nella città come un cancro, penetrava ovunque. Non c’era cura, l’unica era il coraggio. Il coraggio di essere diversi.

I personaggi rappresentano uno dei punti di forza del romanzo. Figure come Turi U Mulu, Franco U Littiratu o Tano U Trunzu, sono uomini pieni di contraddizioni, bestiali eppure lucidissimi, feroci ma capaci di riflessioni quasi filosofiche.

In quei momenti, Tano U Trunzu vedeva lampeggiare una spia, che l’avvertiva del pericolo. Il pericolo di un’umanità, la sua, che lui voleva morta e invece viveva.

Gabriele Cantella

Gabriele Cantella, siciliano, ma da anni a Milano per studio, lavoro e scelta di vita, si occupa di comunicazione. Ha studiato Legge, ma poi cede a quella che è da sempre la sua prima e più genuina passione: la scrittura. È giornalista a tempo pieno e scrittore nel tempo che rimane.

In un’altra vita, forse, avrebbe fatto il detective e, chissà, magari anche da questo desiderio mai realizzato nascono i suoi personaggi e le loro storie, nella cornice di un giallo dalle atmosfere hard boiled, rivisitate in una chiave più intima e personale, e trasferite nella Sicilia di oggi.

Cantella entra nella loro psicologia senza addolcirla mai.

Mostra il fascino tossico del potere mafioso, il richiamo dell’adrenalina, il culto della reputazione, ma anche il vuoto che tutto questo si trascina dietro.

Ci sono inseguimenti, regolamenti di conti, tensione continua, dinamiche interne tra clan, strategie, tradimenti e una costante sensazione di precarietà. Ogni figura sembra sapere di poter morire da un momento all’altro e questo rende tutto ancora più feroce.

Anche i rituali, l’onore, le gerarchie, i soprannomi e l’uso del dialetto, inserito con naturalezza e senza artifici, contribuiscono a dare autenticità ai dialoghi e a radicare il romanzo nel territorio.

Tutto concorre a creare una realtà chiusa e soffocante, dove il confine tra sacro e violenza diventa inquietantemente sottile.

Mafiaville mette in scena l’umanità tragica di chi è cresciuto sapendo che l’unica alternativa all’essere una pedina è diventare carnefice, mostrando quella “democrazia del piombo” che alla fine annulla ogni distanza e rende tutti uguali nella polvere.

Eppure, nel mezzo di questa oscurità, Cantella lascia spazio anche a spiragli di onestà e resistenza, raccontando di un ragazzo che sceglie di seguire l’esempio del padre, un uomo che ha rifiutato di piegarsi.

O ancora nella lettera finale dedicata a Gela, dove emerge tutto l’amore e il rispetto dell’autore per la propria terra.

Li chiamano eroi, loro malgrado, perché quel no gli è costato la vita, ma, Gela, tu non hai bisogno di eroi. Uomini e donne diventano eroi quando sono l’eccezione a una regola scritta.
Scritta da chi?
La mafia non è la regola, la storia si può ancora scrivere. Una storia diversa. La storia di Gela e della sua gente. Non di Mafiaville e dei mafiosi.

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