Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Emanuela Ferrara
Gradito ospite del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Giovanni Dozzini.
Con Maiorca (Fandango Libri), Giovanni Dozzini firma un’opera difficile da racchiudere in una sola definizione: non un saggio storico tradizionale, ma nemmeno un romanzo in senso stretto.
Un viaggio tra memoria personale, ricerca documentaria e indagine giornalistica che parte da Barcellona e dall’isola di Maiorca per ricostruire una pagina complessa della Guerra civile spagnola e il ruolo dell’aviazione italiana nei bombardamenti sulla popolazione civile.

Nella sua recensione (disponibile a questo LINK), Emanuela Ferrara ha evidenziato il grande lavoro di ricerca dell’autore e la capacità di riportare alla luce storie individuali destinate a perdersi nella grande Storia, aprendo però anche alcune riflessioni sul rapporto tra narrazione e oggettività, sull’assenza delle immagini descritte nel testo e sul punto di vista adottato nel raccontare personaggi e vicende del passato.
Proprio da questi spunti nasce il dialogo con Dozzini: un confronto sul metodo di ricerca, sulle scelte narrative e sul valore della memoria storica, ma anche su cosa significhi oggi tornare a interrogare eventi accaduti quasi un secolo fa.
Per scrivere questo libro hai dovuto affrontare una vera e propria indagine, tra l’isola di Maiorca e la ricerca di documenti storici. Qual è stato il momento più difficile durante il lavoro sul campo? E come si organizza, nel concreto, una ricerca di questo tipo?
La fase della ricerca, tenendo conto di tutto, è stata più lunga di quella della scrittura vera e propria. E di fatto non l’ho esattamente organizzata. Ho deciso di iniziare a lavorare seriamente al libro che poi sarebbe diventato Maiorca nel giugno del 2024, ma già da anni accumulavo materiale: si è trattato semplicemente di sedermi al computer e mettermi a scandagliare il web e i cataloghi digitali delle biblioteche dedicandogli tutto il tempo possibile.
Ben presto si è aperta una voragine, sulle pareti della quale si aprivano continuamente cunicoli che conducevano in luoghi a volte impensabili. Io li ho esplorati tutti – comprando libri attraverso canali di ogni sorta, compulsando vecchi siti, portali, YouTube, i social – finché non ho cominciato con gli archivi.
A un certo punto ho capito di dover fare i conti con il tempo a mia disposizione, che non era inesauribile, e così ho iniziato a scrivere prima ancora di aver finito di cercare.
Sapevo dal prinicipio che questo testo sarebbe stato rimaneggiato molte volte, e in molti modi, e avevo bisogno di ancorarmi a qualcosa di concreto, o la quantità crescente di appunti avrebbe finito per diventare vertiginosa.
Prepararmi per il viaggio a Palma di Maiorca non è stato complicato: ho fatto il mio lavoro di giornalista, cercando contatti, prendendo appuntamenti, incastrando gli impegni, come molte altre volte in passato. E devo dire di non avere mai vissuto momenti di sconforto.
Ho sempre avuto l’impressione che là fuori ci fosse un’enormità di materiale, e sapevo che, essendo un romanziere e non uno storico, avrei potuto decidere io, in modo arbitrario, quando fermarmi. Una consapevolezza che mi ha permesso di lavorare senza troppa pressione.
Nel libro descrivi in modo molto dettagliato diverse immagini, sia fotografie storiche sia scatti personali, senza però inserirne nessuna realmente nel testo. Come mai questa scelta? Volevi che il lettore costruisse quelle immagini soltanto attraverso le parole?
Ne abbiamo discusso con la Casa Editrice. A un certo punto Lavinia Azzone, la mia editor, mi ha chiesto se non pensassi di inserire qualche fotografia. Maiorca, così, sarebbe stato un libro un po’ alla Sebald.
Ci ho riflettuto, e alla fine ho deciso di no. Volevo che al centro rimanesse la scrittura. La mia lingua è questa. Il lettore secondo me deve affidarsi a chi scrive anche quando lo porta in territori accidentati, orientarsi nei quali può risultare impegnativo. Eppure sono certo, anzi certissimo, che anche con le immagini avrebbe funzionato.
Qualche dubbio mi è rimasto. Ho pensato di costruire una sorta di apparato iconografico sui social, dove ho iniziato a postare certe fotografie con i frammenti di testo che le riguardano. In qualche maniera è una questione ancora aperta.
Nella mia recensione ho evidenziato l’uso di aggettivi piuttosto taglienti nei confronti di alcuni aviatori italiani e mi sono chiesta se un lavoro storico non debba mantenere uno sguardo più neutrale. Tu cosa ne pensi? Quando si racconta la storia, credi sia giusto prendere una posizione netta oppure tentare comunque di comprendere il lato umano di quei personaggi? Il tuo sguardo poco indulgente verso gli italiani che aderirono all’utopia fascista è anche una scelta ideologica?
Ogni aggettivo che si sceglie esprime un giudizio di valore, sempre e comunque: partiamo da qui. Detto ciò, io non sono uno storico, e questo non è un esercizio di storiografia.
Scrivendo Maiorca ho cercato di camminare su un crinale che, lo so, è particolarmente sottile, e in effetti nelle stesse pagine del libro io mi interrogo continuamente sulla natura e sul senso del mio lavoro. Non nascondo qual è il punto da cui osservo le vicende che racconto, e per questo credo che il taglio risulti sempre onesto.
Maiorca non è un processo, ma una storia raccontata da un uomo che sa benissimo da che parte stare. Non un testo scientifico, per intenzione e per il semplice fatto che non ho sufficiente dimestichezza con gli strumenti dello storico, ma un ibrido con una forte componente letteraria e autoriale: al di là delle vicende, loro sì storiche, da cui parto, questo libro, così, con tutti i riferimenti alle mie idee e alle mie esperienze, potevo scriverlo solo io.
All’inizio del libro ti chiedi a cosa serva scavare in un fatto accaduto quasi un secolo fa, una domanda che ho trovato centrale nella lettura. Oggi che risposta ti sei dato?
La risposta sta nel presente: purtroppo non c’è questione più attuale, dal genocidio di Gaza all’Ucraina, dal Libano all’Iran, di quella della guerra aerea. E soprattutto mi pare che sia ogni giorno più fondamentale, nella società occidentale, fare i conti con le proprie responsabilità storiche, senza le quali è impossibile anche solo immaginare possibilità di compromesso di fronte alle grandi controversie geopolitiche.
Da questo punto di vista Maiorca è il miglior libro che oggi avrei potuto scrivere, il mio maggiore sforzo intellettuale per entrare nel dibattito sul presente e sul futuro del nostro Paese, che del mondo occidentale è espressione paradigmatica.
Infine, la nostra domanda di rito. Ha la possibilità di sedersi nel nostro Salotto, invitare il suo autore o autrice preferito/a e fargli/le una sola domanda. Chi invita e cosa gli/le chiede?
Inviterei Philip Roth, e gli farei non una domanda ma una richiesta, e cioè quella di riscrivere Operazione Shylock alla luce di quanto sta accadendo in Palestina e in Israele in questi anni.
Ho il sospetto che verrebbe fuori estattamente lo stesso romanzo, che non cambierebbe nemmeno una virgola.
Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità e la cura nell’intervista

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