Recensione di Emanuela Ferrara

Rubrica a cura di Claudia Pieri
TRAMA
In uno dei suoi ricorrenti ritorni a Barcellona, città in cui ha vissuto mesi indimenticabili durante l’Erasmus nei primi anni 2000, Giovanni Dozzini si imbatte in una vecchia storia che decide di raccontare.
A guidarlo nella sua ricerca è la necessità di capire quale ruolo abbia avuto l’aviazione italiana nei bombardamenti che devastarono Barcellona durante la Guerra di Spagna, come anche nei primordi della guerra aerea.
Mussolini cominciò a inviare uomini e mezzi per dare manforte ai nazionalisti poco dopo il colpo di Stato. Già nell’agosto del 1936 si insediarono a Maiorca, da dove fecero base fino alla fine del conflitto per andare a colpire la Catalogna e buona parte della costa orientale spagnola.
Dozzini ricostruisce i ritratti degli italiani alle Baleari: ferventi e violenti fascisti, amanti del volo e del pericolo, alcuni in fuga dalla madrepatria, altri in cerca d’amore. Le loro storie e i loro visi sono i tasselli di questo racconto corale.
Tra la Barcellona moderna, amata dall’autore, e la Barcellona bellica si dipana un filo rosso capace di cambiare il nostro sguardo sulle guerre di oggi, sulla scelta di colpire i civili come vittime mai davvero collaterali, sull’Europa come portatrice di pace.
“Sud sud est”. Non sono coordinate casuali. Sono le coordinate dalle quali parte l’autore. La statua di Cristoforo Colombo, a Barcellona, punta l’indice in quella direzione e a
Giovanni Dozzini piace pensare che indichi proprio Maiorca.
Con Maiorca (Fandango Libri), Dozzini ci porta dritti nelle Baleari dell’estate del 1936, all’alba della Guerra civile spagnola. Il libro si presenta come un’opera ibrida, che non può essere ascritta nel genere del saggio tradizionale ma nemmeno in quello del romanzo puro.
Si tratta di un importante lavoro di ricerca che parte dal vissuto dell’autore, il suo Erasmus, le notti brave e la spensieratezza della gioventù, per scandagliare una Spagna segnata da uno dei tanti conflitti del Novecento.
Il testo parte da un dettaglio apparentemente trascurabile: i segni ancora visibili sui muri di Barcellona, un filo rosso che unisce la Spagna contemporanea agli scontri a fuoco e ai bombardamenti degli anni
narrati da Dozzini.
Attraverso gli archivi e i diari, in Maiorca, l’autore indaga su alcune vicende e profili di aviatori italiani arruolatisi volontari, per sostenere le truppe del generale Francisco Franco contro i repubblicani.
Il pregio di questo volume è restituire il profilo di persone che altrimenti sarebbero state risucchiate dal gorgo della storia. Maiorca non si limita, infatti, a raccontare la grande storia della guerra civile, ma si concentra sulle “piccole” biografie.
Rimettersi sulle tracce di chi c’era è un’operazione lodevole che permette di umanizzare il racconto. I piloti non sono presentati solo come macchine da guerra, ma come uomini divisi tra l’ideologia, la ricerca di avventura e il peso di azioni devastanti.

Giovanni Dozzini
Giovanni Dozzini (1978) come giornalista, a partire dal 2004, ha collaborato con testate nazionali e locali occupandosi soprattutto di cultura. Dal 2014 dirige il magazine Luoghi Comuni. Ha pubblicato sei romanzi: Il cinese della piazza del Pino (Midgard, 2005), L’uomo che manca (Lantana, 2011), La scelta (Nutrimenti, 2016), E Baboucar guidava la fila (Minimum Fax, 2018), Qui dovevo stare (Fandango Libri, 2021), Il prigioniero americano (Fandango Libri, 2023).
Con E Baboucar guidava la fila, tradotto in più di dieci Paesi, ha vinto l’European Union Prize for Literature- EUPL nel 2019. Con Qui dovevo stare, tradotto in Armenia, ha vinto il premio Fulgineamente nel 2023. Nel 2014 è tra i fondatori del festival di letteratura ispanoamericana Encuentro, che si svolge a Perugia e Castiglione del Lago, di cui è direttore artistico.
La scrittura di Giovanni Dozzini è capace di alternare il rigore dell’indagine giornalistica a una forte empatia narrativa. L’autore apre il viaggio con una domanda fondamentale:
A cosa serve analizzare un avvenimento storico a distanza di quasi un secolo?
Da questo interrogativo intimo e collettivo scaturiscono domande scomode che il lettore non può fare a meno di porsi pagina dopo pagina.
Pur apprezzando l’alto valore della testimonianza, la lettura offre anche spunti di riflessione critica.
Nel testo l’autore si sofferma più volte a descrivere per filo e per segno delle fotografie d’epoca o scatti degli anni passati in Erasmus. A tal proposito, sorge spontaneo un dubbio. Non sarebbe stato molto più utile poter osservare direttamente le immagini per comprendere meglio i dettagli citati?
Le descrizioni così minuziose, in assenza di un riscontro visivo, rischiano di risultare ridondanti e di appesantire il ritmo della lettura con infiniti dettagli che non aggiungono un vero valore emotivo o narrativo al testo.
Altra nota su cui riflettere riguarda la disparità di giudizio. Nel lavoro edito da Fandango emergono, infatti, delle esimenti o giustificazioni. Una scelta di campo pare essere accettata e un’altra no. Inoltre, si potrebbe percepire come ingeneroso il modo in cui un italiano parla di un altro italiano.
Per esprimere un giudizio così severo, bisognerebbe calarsi completamente nella realtà e negli anni vissuti dai protagonisti.
Non si tratta di giustificare nulla, ma in un libro che vorrebbe raccontare uno spaccato di storia in modo super partes, gli aggettivi taglienti non dovrebbero trovare spazio.
Nonostante queste osservazioni, Maiorca rimane un’opera importante. Un’analisi profonda sulle vittime civili e sul peso delle memorie familiari, in grado di stimolare un dibattito interiore e di renderci partecipi della ricerca storica.
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