In salotto con… Valentina Fornelli

In salotto con... Valentina Fornelli

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Monica Truccolo

Gradita ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste “In salotto con…” Valentina Fornelli. Appassionata di lingue, letteratura e viaggi, Valentina porta nella sua scrittura interessi personali e uno sguardo attento verso culture e società diverse.

Con La costellazione del pesce (recensione per Salotto Giallo a cura di Monica Truccolo cliccando QUI) l’autrice accompagna i lettori in un giallo che supera i confini dell’indagine tradizionale, intrecciando mistero, spy story e riflessione sociale. Al centro della storia troviamo Carla Berio, una detective privata fuori dagli schemi: poliglotta, intuitiva e brillante, ma anche una donna costretta a fare i conti con fragilità, scelte personali e aspettative difficili da conciliare.

Sullo sfondo di un’Algeri affascinante e complessa, descritta come un luogo vivo e ricco di contrasti, il romanzo affronta temi che spaziano dai rapporti umani alle dinamiche di potere, fino al modo in cui guardiamo culture e realtà diverse dalla nostra.

Abbiamo avuto il piacere di ospitare Valentina per parlare della nascita di Carla Berio, dell’importanza dell’ambientazione e dei temi che attraversano La costellazione del pesce.

Carla Berio è una protagonista lontana dagli stereotipi classici dell’investigatore: poliglotta, brillante, irrequieta e spesso in bilico tra dimensione professionale e personale. Come hai costruito questo personaggio e in che modo ne hai sviluppato l’evoluzione emotiva nel corso del romanzo?

Stavo giocando con l’idea di scrivere un giallo, e ho cominciato a pensare come volevo la mia detective. Volevo che fosse una donna, all’incirca della mia età (ho cominciato a scrivere il romanzo nell’anno dei miei quarant’anni, proprio come Carla) e che fosse una detective privata. Ho pensato che avrebbe potuto essere un’esperta di lingue, assecondando una mia passione, e mi è venuto in mente un articolo che avevo letto sugli iperpoliglotti, ovvero le persone che sanno parlare fluentemente almeno undici lingue. Ho quindi deciso che avrebbe avuto questo “superpotere”.

Poi ho pensato agli ingredienti del detective di un classico romanzo giallo e li ho buttati in pentola. Solo che il mio personaggio è una donna, e per di più una moglie e una mamma. Ho quindi inserito questo personaggio in una storia di investigazione e lasciato che le conseguenze emergessero in un certo senso da sole.

E quello che è venuto fuori è che Carla si ritrova a confrontarsi con gli stessi problemi che vivono tante donne, ovvero le aspettative impossibili della società e della famiglia.

Algeri nel romanzo non è soltanto un’ambientazione, ma una presenza viva, stratificata e piena di contrasti. Quanto è stata studiata e costruita per rafforzare l’atmosfera della storia e il senso di spaesamento vissuto da Carla?

Conosco Algeri per ragioni familiari e ci torno con una certa frequenza. È una città che amo con tutto il cuore. Tutti i luoghi che ho descritto sono reali, anche se ovviamente parzialmente rielaborati ai fini della storia.

L’unico luogo in cui ho giocato di fantasia – pur ispirandomi anche qui a un posto che esiste veramente – è il locale Les étoiles. Ma per il resto ho descritto la città per come la conosco, senza esagerare nulla.

Del resto non ce n’è bisogno, Algeri è già “esagerata”. È un città di otto milioni di abitanti, una delle più popolose del Mediterraneo, che la storia ha attraversato con violenza più e più volte in tempi molto recenti.

Il rapporto tra Carla e Youcef si sviluppa fuori dagli schemi più prevedibili e si basa su un equilibrio sottile fatto di diffidenza, attrazione e rispetto reciproco. Tra i due, quale personaggio ha richiesto il lavoro più complesso dal punto di vista psicologico?

Entrambi sono personaggi che cercano di rimediare a un qualcosa che è successo nel loro passato, ma Youcef è tutto sommato in pace con se stesso, mentre Carla è frantumata in mille pezzi.

È un personaggio che vive una molteplicità di conflitti, direi tutti discendenti da un singolo evento, che viene spiegato nel romanzo. Un evento che è come una collisione che la conduce lontana dalla sua rotta originaria, portandola su una strada che evidentemente non fa per lei.

Nel romanzo convivono spy story, noir e tensione politica, mentre sullo sfondo emergono dinamiche di potere, corruzione e interessi economici. Come hai lavorato per mantenere in equilibrio l’intreccio narrativo e la dimensione più umana e interiore della storia?

Il lato “spy story” del mio romanzo è lontanamente ispirato a una vicenda reale, anche se ovviamente non si è svolta con le modalità rocambolesche e avventurose del romanzo. È una storia molto poco nota in Italia, nonostante si sia trattato di uno dei più importanti scandali di questo tipo sia in Italia che in Algeria.

Non voglio rivelare di più per non fare spoiler, ma consiglio ai lettori curiosi, una volta finito il romanzo, di fare una ricerca su internet con le parole chiave “Italia Algeria” e una parola con la “C” che a quel punto sarà evidente. 

Insomma, sono partita da questo caso di cronaca, e ho immaginato di inserire al suo interno delle persone normali, ognuna con la sua storia e i suoi desideri.

In fondo, come in un certo senso ci hanno rivelato gli Epstein files, viviamo in un mondo molto più influenzato dalle “storie di spie” di quello che si può pensare.

E in questo mondo ci siamo tutti noi, persone normali, come ci sono i personaggi del mio romanzo, e come loro anche noi possiamo giocare un ruolo e cambiare il corso degli eventi. 

Attraverso questa vicenda sembra emergere anche una riflessione sul modo in cui guardiamo i paesi stranieri, il potere e persino noi stessi. Qual era il messaggio o la domanda principale che volevi lasciare al lettore?

Ho ambientato questo romanzo in Algeria ma in realtà il mio obiettivo è sempre stato quello di parlare dell’Europa. Parlarne attraverso lo sguardo di un paese che consideriamo “altro”. E che consideriamo “altro” per errore, naturalmente, perché noi sudeuropei e le persone del Nord Africa e del Vicino Oriente apparteniamo tutti a un’unica, multiforme cultura mediterranea.

A separarci, almeno dal lato nostro (perché come sottolineo nel libro gli algerini guardano agli italiani con un grande sentimento di amicizia), è un’ideologia che purtroppo ancora persiste e che è il vero cuore nero dell’Europa: l’idea colonialista che tutto il mondo “altro” non sia altro che un pozzo da cui possiamo attingere a piacimento per le nostre esigenze, e chi lo abita non sia un essere umano al cento per cento, ma uno strumento che ci è utile nel migliore dei casi (“ci servono i migranti”, quante volte lo sentiamo dire?) o una massa informe e minacciosa nel peggiore.

Il vero compito storico di noi europei e occidentali di oggi è voltare pagina, abbandonare quest’idea orrenda che ha generato e continua a generare tante tragedie e genocidi. Liberare l’Europa e l’Occidente dal colonialismo che ancora continuano a praticare, questa è la nostra responsabilità. Se noi ci liberassimo, moltissimi altri popoli del mondo sarebbero finalmente a loro volta liberi di scegliere il loro destino.

Infine, la nostra domanda di rito: se potessi sederti nel nostro “Salotto Giallo” con il tuo autore preferito per fargli una sola domanda, chi inviteresti e cosa gli chiederesti?

Il mio giallista preferito è Loriano Macchiavelli. Ho avuto la fortuna di intervistarlo anni fa, quando scrivevo per una piccola rivista, ma allora non ero ancora l’autrice di un giallo a mia volta. Gli chiederei come ha fatto a mantenere pimpante il suo Sarti Antonio per oltre venti romanzi e più di cinquant’anni! 

Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la disponibilità all’intervista e le dà appuntamento al prossimo romanzo!
La costellazione del pesce Salotto Giallo

Link per l’acquisto:

Ebook

Cartaceo

,

Scopri di più da SALOTTO GIALLO

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere