Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Samuela Moro e Barbara Terenghi Zoia
In seguito all’uscita in Italia di L’internato di Sebastian Fitzek, pubblicato il 12 maggio da Fazi Editore, e cogliendo l’occasione della presenza dell’autore in Italia, la casa editrice ha organizzato diversi eventi dedicati al romanzo, ai quali Fitzek ha preso parte personalmente.
Il 18 e 19 maggio, a Milano, in collaborazione con The Impossible Society, è stata realizzata un’Escape Room ispirata a L’internato: un’esperienza immersiva ambientata nei corridoi inquietanti dell’ospedale psichiatrico al centro della storia, tra enigmi, tensione psicologica e il sottile confine tra realtà e follia. Un progetto pensato per trasportare i partecipanti nelle atmosfere oscure e disturbanti del thriller, trasformandoli da semplici spettatori a protagonisti del racconto.

L’autore è stato inoltre ospite del Salone Internazionale del Libro di Torino del 16 maggio, occasione in cui la nostra collaboratrice Barbara Terenghi Zoia ha potuto incontrarlo e rivolgergli alcune domande sul romanzo e sul suo modo di costruire storie e personaggi.
L’intervista, svolta in lingua inglese e curata da Barbara insieme a Samuela Moro — che ha recensito a questo LINK il romanzo per Salotto Giallo — viene riportata di seguito in traduzione italiana
Ne “L’internato” dolore, senso di colpa e follia si intrecciano continuamente. Per gran parte del romanzo, il lettore, proprio come Till non sa più di chi fidarsi. Quando scrivi, sei più interessato a sorprendere il lettore o a metterlo emotivamente a disagio attraverso i personaggi?
Per me ogni bella storia vive o muore attraverso i suoi personaggi. Prima ancora di interessarsi all’incidente, bisogna conoscere i passeggeri dell’auto. Se non conosci una persona, probabilmente non intraprenderai mai un viaggio con lei. E un libro è proprio questo: un lungo viaggio.
Per me è importante creare un legame con il personaggio, comprenderne le motivazioni, ed è qualcosa di fondamentale.
L’altra domanda che mi motiva sempre è questa: cosa succede se ciò che crediamo reale in realtà è qualcos’altro? Sappiamo che il nostro cervello funziona così anche con i ricordi: non conserviamo un’intera storia, ma solo piccole immagini che colleghiamo continuamente tra loro. Così io vedo una realtà diversa da quella che vedi tu.
È questo che mi interessa davvero, perché siamo otto miliardi di persone che vivono in otto miliardi di mondi differenti.
Sei un autore noto per i colpi di scena che spiazzano i lettori: quando costruisci le tue storie parti da una struttura già definita oppure, durante la scrittura, capita che il romanzo cambi completamente direzione?
Non sono io a cambiare direzione: è sempre il personaggio. Non è una questione etica, è semplicemente la mia esperienza.
Ho sempre un rapporto complicato con la struttura, perché credo sia necessario avere un’idea iniziale, ma poi bisogna anche avere il coraggio di lasciarsela alle spalle e seguire il personaggio. Non sono un genio capace di conoscere in anticipo ogni svolta e ogni evento successivo.
E in fondo sarebbe anche un po’ noioso, perché la domanda “cosa succederà dopo?” è ciò che tiene il lettore con il fiato sospeso ed è anche ciò che spinge me a sedermi alla scrivania ogni giorno.
Ho una visione, un obiettivo da raggiungere, ma a volte è il personaggio stesso a dirmi: “No, devi prendere un’altra direzione.”
Per esempio, Passeggero 23 era ambientato su una nave da crociera, ma il protagonista non voleva restare sulla nave e aveva le sue buone ragioni. Io non potevo costringerlo, perché il personaggio avrebbe saputo di rimanere lì soltanto perché lo voleva l’autore. Così ho dovuto ricominciare tutto da capo con un altro personaggio, perché volevo assolutamente scrivere un thriller ambientato su una nave da crociera.
È un esempio estremo di ciò che può accadere. A volte, infatti, il finale cambia completamente e nelle ultime pagine mi ritrovo a pensare: “Oh mio Dio, quindi era lui!”
Ogni tanto ricevo email da lettori che mi scrivono: “L’avevo capito dalla prima pagina”. E io rispondo: “Be’, sei stato fortunato, perché io non lo sapevo!”
Per alcuni lettori magari è evidente, per me invece no. Ma fortunatamente, alla fine, tutto trova comunque un senso.
Nei tuoi romanzi anche i personaggi più fragili o apparentemente instabili possono nascondere verità importanti. Cosa ti affascina di più dei personaggi che vivono sul confine tra lucidità e follia?
In realtà siamo tutti un po’ così, no? Non tutti hanno bisogno di una terapia o di essere curati, ma tutti vediamo qualcosa, crediamo in qualcosa e raramente mettiamo davvero in dubbio ciò che percepiamo.
Quando assistiamo a un evento traiamo subito delle conclusioni, ma a volte la realtà potrebbe essere completamente diversa.
Mio fratello è medico e una volta gli ho raccontato di una donna che conoscevo. Era in ufficio, sentì il bisogno di starnutire, trattenne lo starnuto e poco dopo ebbe un ictus. Io ero convinto che trattenere lo starnuto fosse stata la causa, ma mio fratello mi disse: “No, non è andata così.”
In realtà il bisogno di starnutire era già il primo segnale dell’ictus. Quindi la causa e l’effetto erano completamente diversi da come li avevo interpretati.
Ed è proprio questo ad affascinarmi: due persone possono osservare la stessa identica situazione e vedere due realtà completamente differenti. È questo che mi spinge a scrivere.
Salotto Giallo ringrazia l’autore e la Fazi Editore, in particolare Cristina, per l’opportunità di incontrare di persona l’autore. Appuntamento al prossimo romanzo…

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