La gang delle 3B di Massimo Lugli

La gang delle 3B Salotto Giallo

Recensione di Katya Fortunato

TRAMA

Roma, inizio anni Settanta. La criminalità sta cambiando velocemente. Dalla Francia è arrivata una gang di spietati assassini che vuole importare in Italia due business tanto pericolosi quanto redditizi: rapimenti ed eroina. Gli uomini della mala locale sono davanti a un bivio: chi si oppone viene assassinato, chi china la testa viene arruolato. Sono anni di sangue e di sparatorie. La polizia fatica a tenere testa ai nuovi arrivati, il cui modus operandi aggressivo stravolgerà per sempre gli equilibri della malavita, nella Capitale come nel resto d’Italia. In mezzo a questo turbine, vari personaggi si avvicendano.

Un giovane cronista curioso; un poliziotto di turno nel giorno sbagliato; un sequestro di persona che si trasforma in un’incredibile storia d’amore; due fratelli di borgata dai buffi soprannomi di Topolino e Paperino, che cercano di cogliere l’occasione per fare il salto di qualità e rischiano invece di farsi stritolare da un meccanismo spietato… Un romanzo pieno di colpi di scena, un periodo drammatico della nostra storia raccontato con il talento insuperabile di Massimo Lugli.

Con La gang delle 3B, Massimo Lugli costruisce un romanzo vero, sporco, profondamente immerso nella Roma delle borgate tra anni ’70 e criminalità nascente.

Un romanzo che affonda le mani nella realtà più cruda, inserendosi in un contesto già molto teso e caotico e seguendo la formazione di delinquenti destinati a diventare qualcosa di più grande, e di più pericoloso.

Al centro della storia ci sono Paperino e Topolino, due fratelli legati da un rapporto viscerale, fatto di affetto e insegnamento.

Lugli li tratteggia con una verità disarmante, prodotti di un ambiente che non lascia alternative. Il romanzo li segue tra furti d’auto, regolamenti di conti, famiglie disfunzionali e codici di strada, mostrando passo dopo passo come si costruisce una mentalità criminale.

A Roma sono arrivati I Marsigliesi e nonostante Paperino abbia intimato al fratello di non averci nulla a che fare, Topolino non sogna altro che “lavorare con loro”.

Lugli mischia finzione e realtà in un una Roma dove i Marsigliesi riuscirono a muoversi sfruttando una città dove convivevano terrorismo, criminalità comune e nascita di nuove organizzazioni.

In questo scenario, i marsigliesi agirono spesso come battitori liberi, ma non mancavano contatti con ambienti della malavita locale.

Uno degli elementi che li rese particolarmente temuti fu la disponibilità alla violenza immediata: se qualcosa andava storto, non esitavano a sparare.

Questo contribuì a costruire la loro reputazione a Roma come criminali imprevedibili e difficili da fermare.

Le loro attività nella capitale non durarono moltissimo in senso stretto: tra arresti, operazioni di polizia e smantellamenti progressivi, il fenomeno si ridimensionò.

Però bastò per lasciare un’impronta forte nell’immaginario criminale dell’epoca, alimentando quel mito dei “rapinatori francesi” efficienti e spietati che ancora oggi torna spesso nei racconti e nei noir ambientati in quegli anni.

Massimo Lugli

Massimo Lugli si è occupato per quarant’anni di cronaca nera come inviato speciale della «Repubblica». Ha ricevuto per i suoi romanzi il Premio Attilio Veraldi alla carriera. La Newton Compton ha pubblicato, tra gli altri, La legge di Lupo solitario, L’istinto del Lupo (finalista al Premio Strega), Nelmondodimezzo.

Il romanzo di Mafia capitale, la trilogia Stazione omicidi, Il giallo Pasolini, L’ultimo guerriero, Il giallo del nano della stazione, La banda dell’Arancia Meccanica e La Gang delle tre B. Insieme ad Antonio Del Greco ha scritto Città a mano armata, Il Canaro della Magliana, Quelli cattivi, Il giallo di via Poma, Inferno Capitale, Il baby killer della Banda della Magliana, Quei bravi ragazzi del Circeo, La ragazza del Vaticano. Che fine ha fatto Emanuela?. Insieme ad Andrea Frediani ha scritto Lo chiamavano Gladiatore.

Lugli alterna momenti di formazione quasi “artigianale” del crimine (come le tecniche per rubare auto) a passaggi più intimi, dove emergono fragilità, paure e sogni soffocati.

Il risultato è un equilibrio riuscito tra romanzo di strada e romanzo umano, dove la violenza non è mai gratuita ma sempre figlia di un contesto.

Il ritmo è serrato, sostenuto da una narrazione diretta, asciutta, che non indulge mai troppo in descrizioni ma punta dritta ai personaggi e alle loro azioni. E proprio qui sta la forza del libro: nel raccontare senza giudicare, lasciando al lettore il compito di tirare le somme.

Uno degli elementi più riusciti del romanzo di Lugli è il linguaggio.

I dialoghi sono intrisi di romano, autentico, ruvido, spesso volgare ma incredibilmente vivo.

«Dai, mettemose a sede e famose ‘na biretta, che oggi non è aria. Se m’incazzo un altro po’ piglio e je do’ fuoco, a quel flipper di merda».

È identità, è appartenenza, è il ritmo stesso del romanzo. Le battute tra i personaggi – fatte di insulti, ironia e complicità – restituiscono una dimensione quasi teatrale, dove ogni scambio suona vero, immediato, cinematografico.

Questa scelta rende la lettura immersiva, ma anche selettiva: o ci entri dentro, o ne resti fuori.

La Gang delle tre B è un romanzo duro, autentico, profondamente radicato in una Roma che sa di asfalto, sudore e sopravvivenza. Una storia di fratellanza e destino, dove il confine tra scelta e condanna è sottilissimo e spesso inesistente.

E conferma ancora una volta come le conseguenze, anche le più tragiche, sono figlie delle nostre scelte.

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