Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
Dopo la morte di Alan Conway, autore dei celebri gialli con protagonista l’investigatore Atticus Pünd, la storica editor Susan Ryeland è convinta di aver chiuso con il mondo dei libri. Ma quando le viene affidato L’ultimo caso di Atticus Pünd, firmato dal giovane Eliot Crace, ecco che le si presenta una nuova, inaspettata opportunità.
L’autore è il nipote di una famosissima scrittrice di storie per bambini serenamente passata a miglior vita nella sua villa, circondata da amici e parenti. Questa, almeno, è la versione ufficiale. Perché Eliot sembra insinuare un dubbio: e se la nonna fosse stata avvelenata? Fin dalle prime pagine del manoscritto Susan si accorge che il romanzo è stato costruito come una mappa, infarcito di indizi, anagrammi e corrispondenze che rimandano ai torbidi segreti della famiglia Crace e che puntano dritti all’identità di un possibile assassino.
Ambientata nella Costa Azzurra degli anni Cinquanta, la vicenda ruota attorno all’omicidio della contessa Margaret Chalfont, avvelenata durante un innocente tè pomeridiano: un crimine che cela rivalità familiari e biechi interessi economici, dominati dal peso di un’eredità contesa. Quando Eliot rimane vittima di un incidente quanto mai sospetto e Susan diventa la principale indiziata, il confine tra finzione e realtà si incrina del tutto.
Decifrare il romanzo sarà allora l’unico modo per dimostrare la sua innocenza e riportare a galla una verità sepolta da vent’anni. Ancora una volta Horowitz ci regala un giallo nel giallo avvincente e arguto, che dialoga con la migliore tradizione del mystery classico e ne rinnova le regole con ironia, intelligenza e una costruzione perfetta.
Con I delitti di Marble Hall, Anthony Horowitz torna a giocare con i confini del giallo classico e del romanzo metanarrativo, confermandosi uno degli autori più brillanti nel reinventare il genere mistery.
Il libro si inserisce nel filone già inaugurato con I delitti della gazza ladra e I delitti della bella di notte, ma riesce a rinnovarsi grazie a un intreccio sofisticato e a una costruzione narrativa che sfida continuamente il lettore.
Al centro della storia ritroviamo i personaggi protagonisti dei primi due romanzi: Atticus Pünd e Susan Ryeland. Il primo, detective letterario dal gusto decisamente rétro, è un omaggio dichiarato ai grandi investigatori dell’età d’oro del giallo inglese.
Meticoloso, colto, dotato di una calma quasi aristocratica, Pünd si muove tra indizi e depistaggi con un’eleganza che richiama Agatha Christie, ma con una consapevolezza moderna che lo rende più stratificato di una semplice copia.
Susan Ryeland, invece, rappresenta il contrappunto contemporaneo: editor, investigatrice suo malgrado, e soprattutto ponte tra il mondo della finzione e quello della realtà.
Il suo ruolo è cruciale perché incarna il lettore stesso, chiamato a decifrare non solo un mistero, ma anche i livelli narrativi che Horowitz costruisce con l’abilità di un pokerista.
Susan è un personaggio pragmatico, ironico, spesso disilluso, ma proprio per questo estremamente umano e vicino al lettore.
Accanto a loro si inserisce il sovrintendente capo Ian Blakeney, incaricato di far luce sull’incidente di Elliot Crace.
La sua figura emerge con discrezione ma decisione, come suggerisce una descrizione particolarmente significativa:
«Blakeney esitò prima di rispondere. Non l’avevo ancora inquadrato. Senza dubbio era meno prepotente del mio caro vecchio amico, il sovrintendente Locke. A pelle sembrava un uomo interessante e, se ci fossimo conosciuti in circostanze diverse, saremmo anche potuti andare d’accordo. In fondo, aveva letto tutti i gialli di Atticus Pünd, dettaglio che ai miei occhi lo metteva in un’ottima luce».
In queste righe si coglie tutta l’abilità di Horowitz nel delineare un personaggio attraverso sfumature sottili: Blakeney non è un semplice funzionario, ma una figura capace di muoversi tra intuizione e metodo, con un tratto umano che lo rende credibile e, in qualche modo, complice del lettore.
Il vero punto di forza del romanzo, tuttavia, è lo stile di Horowitz.

Anthony Horowitz
Anthony Horowitz, tra gli scrittori più prolifici ed eclettici del Regno Unito, si destreggia tra libri, serie tv, film, opere teatrali e giornalismo. Autore di numerosi romanzi e della serie bestseller Alex Rider, di cui ha seguito l’adattamento cinematografico, per la televisione ha prodotto la prima stagione dell’Ispettore Barnaby. Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’ordine dell’Impero britannico per i suoi meriti in campo letterario.
Rizzoli ha pubblicato Detective in cerca d’autore (2023), primo titolo con il detective Daniel Hawthorne, cui è seguito La sentenza è morte (2024). I delitti di Marble Hall è il terzo volume della serie con protagonista Susan Ryeland, preceduto da I delitti della gazza ladra (2021) e I delitti della bella di notte (2022).
L’autore adotta una struttura a incastro, in cui un libro dentro il libro diventa chiave per risolvere un enigma più ampio.
Questo gioco non è mai fine a sé stesso, nonostante il rischio di ripetizione sia alto, l’autore riesce a rinnovarsi ancora una volta senza cadere nel già letto. Ogni dettaglio, ogni scelta stilistica contribuisce a creare un’esperienza di lettura coinvolgente e intellettualmente stimolante.
«Perché uccidere una donna che aveva i giorni contati?». Pünd rispose: «Perché, amico mio, non ha nessuna importanza».
Si tratta di una battuta perfetta nella sua apparente semplicità, ma anche profondamente destabilizzante; non ha importanza per chi? E perché?
Con questa sospensione Horowitz coinvolge il lettore, trascinandolo dentro l’indagine e trasformandolo in un interlocutore diretto, quasi in un rivale.
L’autore sembra scommettere con chi legge, disseminando indizi e allo stesso tempo occultandoli, secondo una tradizione classica del giallo che non rinuncia, talvolta, a “barare” ma sempre con eleganza e consapevolezza. È un gioco sottile, in cui il piacere nasce tanto dalla soluzione quanto dal percorso per raggiungerla.
Con la consueta leggerezza di tono, Horowitz inserisce anche una riflessione più ampia sull’importanza del personaggio e dell’autore nel genere crime-mistery:
«La verità è che a nessuno importa un accidente di Alan Conway. Atticus Pünd può cavarsela benissimo anche senza.»
in queste poche righe suggerisce come, nel corso della sua carriera, abbia spesso raccolto l’eredità di personaggi immortali, facendoli rivivere anche oltre la morte dei loro creatori.
Figure come Poirot o Barnaby diventano così esempi di un principio fondamentale: il personaggio, quando è davvero riuscito, sopravvive al suo autore e continua a esistere nell’immaginario collettivo.
È un’idea affascinante, ma anche rischiosa, perché richiede una sensibilità particolare per non tradire l’essenza originaria. E proprio qui emerge la misura di Horowitz: nelle mani giuste e le sue lo sono, questi personaggi non solo resistono, ma trovano nuove sfumature e nuova vita.
Horowitz alterna registri linguistici con grande naturalezza, passando da un tono classico e formale nelle parti dedicate ad Atticus Pünd a uno più diretto e contemporaneo nelle sezioni con Susan Ryeland.
Inoltre, dimostra una notevole padronanza del ritmo: la tensione cresce gradualmente, senza mai perdere coerenza, e il lettore viene continuamente invitato a mettere in discussione le proprie ipotesi.
Il piacere della lettura risiede proprio in questo: non si tratta solo di scoprire “chi è stato”, ma di capire come la storia stessa è costruita.
I delitti di Marble Hall è dunque molto più di un semplice giallo: è un omaggio al genere, una riflessione sulla scrittura e un raffinato gioco intellettuale. Un romanzo che premia l’attenzione e la curiosità, e che conferma Anthony Horowitz come uno dei maestri contemporanei del mystery.
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