Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Emanuela Ferrara
Ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Anna De Santis.
Con Io non voglio uscire. Storia di Manuel nato due volte, pubblicato nel 2024, Anna De Santis – fisioterapista e scrittrice – firma un esordio narrativo che nasce da un’esperienza profondamente personale.
Il libro, letto e recensito a QUESTO LINK da Emanuela Ferrara per noi di Salotto Giallo, affronta il tema della disforia di genere scegliendo una prospettiva intima e poco convenzionale: quella di una madre chiamata a rimettere in discussione paure, certezze e aspettative mentre accompagna la figlia in un percorso complesso e delicato.
In questa intervista Anna De Santis racconta l’origine del libro, il rapporto tra esperienza personale e scrittura e il bisogno di restituire, attraverso le pagine di Io non voglio uscire, uno spazio di riflessione sincero su una realtà spesso raccontata in modo superficiale o polarizzato.
Io non voglio uscire. Storia di Manuel nato due volte nasce da una storia vera e assume la forma del diario, con una scrittura misurata, mai urlata. Come hai lavorato sul confine tra esperienza vissuta e necessità di protezione, tua e delle altre persone coinvolte nel racconto?
Quando ho iniziato a scrivere, pensavo di farlo per me stessa, come in una sorta di diario segreto, perciò non ho realmente sentito quest’esigenza. D’istinto ho solo scelto di cambiare tutti i nomi, tranne quelli dei miei genitori.
Al momento della pubblicazione del libro, poi, tutti mi chiedevano se fossi certa di voler essere così esplicita, mi chiedevano se mio figlio fosse d’accordo. Non abbiamo avuto dubbi. È prevalso il nostro desiderio di ‘metterci la faccia’, per far passare il messaggio con maggiore immediatezza. Non mi sono mai vergognata di questa situazione. Ero solo preoccupata.
Il libro alterna pagine intime a capitoli ambientati durante il lockdown, che diventa non solo sfondo ma vero e proprio amplificatore emotivo. In che modo l’isolamento e la sospensione della quotidianità hanno inciso sul racconto e sul percorso interiore della protagonista adulta?
Quei giorni di isolamento, in cui il tempo andava ad una nuova, anomala velocità, sono stati fondamentali perché mi hanno consentito di rallentare i ritmi frenetici abituali, permettendo di fermarmi a pensare. Avevo bisogno di mettere ordine tra i mille pensieri degli ultimi anni e scrivere mi ha aiutato tanto.
Le esigenze di mio figlio mi avevano obbligata a comprendere e accettare cose che a me apparivano assurde, innaturali, enormi, ma da qui a metabolizzarle veramente sentivo che mancava ancora tanto. Immaginiamo di mangiare tanto, ma proprio tanto tanto.
Ci sentiamo gonfi, appesantiti, sofferenti. Solo facendo una lunga passeggiata magari riusciamo a ‘digerire’. Ecco, il lockdown mi ha permesso di fare questa passeggiata.
Nel diario c’è molto spazio per il silenzio, l’attesa, ciò che non si riesce subito a nominare. Quanto è stato importante per te raccontare anche i vuoti, oltre alle parole, e lasciare che fossero proprio questi spazi a parlare?
Erano proprio i vuoti e i silenzi a spaventarmi. Era lì che vedevo mostri terribili, troppo più forti di me.
Eppure è stato proprio dal vuoto insopportabile lasciato da mio figlio quando andò via di casa, che è entrata la luce sufficiente a farmi comprendere l’essenziale: l’amore incondizionato che ho per i miei figli, quell’amore che ha ridato la giusta prospettiva e che mi ha dato la forza di saltare con lui dall’altra parte.
La disforia di genere emerge nel testo senza mai diventare un’etichetta riduttiva o una definizione totale della persona. Che attenzione hai posto nel raccontare questa esperienza preservando la complessità e l’identità di Manuel, oltre il tema stesso?
In realtà, scrivendo, non ho inteso volontariamente preservare la disforia di genere dal rischio di etichettarla o farla apparire come elemento che definisce una persona. È stato così naturalmente, perché non era quello il problema.
Mi spiego meglio: se ci fosse stato un sistema per cambiare il genere attribuito alla nascita con il genere percepito, raggiungendo la riappropriazione di genere senza rischi, interventi, ormoni, l’avrei accettato senza difficoltà.
Non avevo un rifiuto etico, o sociale o culturale, avevo solo paura dell’ignoto e soprattutto paura per la sua salute.
Nel libro non c’è una trasformazione “risolutiva”, ma un processo ancora aperto, fatto di domande più che di risposte. Che tipo di dialogo speri si apra nei lettori, in particolare negli adulti che si confrontano con la disforia di genere all’interno della propria famiglia?
Soluzioni magiche non ce ne sono. Chi dovesse trovarsi a confrontare con questa dura prova, è inutile cercare di indorare la pillola, ne sarebbe comprensibilmente travolto.
Quello che vorrei sottolineare, e spero che leggere la mia storia possa aiutare in questo, è che il desiderio di riappropriarsi del genere cui si sente di appartenere non dà scelta! Non è un capriccio, non è una ‘fase’, non è una perversione! È una condizione di disagio e di sofferenza talmente forte che non c’è altra via di scampo che prenderne atto e iniziare il percorso di transizione. Noi genitori possiamo e dobbiamo solo stargli accanto e sostenerli.
Nel mio racconto non nascondo certo tutti gli sbagli che ho fatto, ma darei qualsiasi cosa per tornare indietro e sostenere mio figlio dal primo istante. Purtroppo non l’ho fatto e non smetterò mai di sentirmi in colpa per questo. Spero che aver condiviso tutta la mia sofferenza, i miei sbagli, le mie paure, possa aiutare qualcuno a percorrere questa difficile strada buia con un poco di luce in più.
Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la disponibilità all’intervista

Link d’acquisto:

