Recensione di Samuela Moro
TRAMA
Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito. A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura.
E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza. Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca.
Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie. Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia.
Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi. “
A volte, il mio lavoro mi porta ad ascoltare storie. Donne che si ritrovano a confessare peccati che non hanno commesso, ancora incredule che sia capitato proprio a loro. Così quel pomeriggio sono rimasta ad ascoltare Rebecca, in silenzio. Avevo due certezze: Rebecca doveva raccontarmi tutto e io dovevo scoprire chi andava punito per ciò che le avevano fatto.”
Ci sono romanzi che lasciano una storia. L’inverno della levatrice di Ariel Lawhon lascia una voce.
È quella di Martha Ballard, levatrice del Maine di fine Settecento, donna che osserva, ascolta, annota. E proprio attraverso queste azioni quotidiane costruisce e trasmette qualcosa di raro: una traccia di sé.
Quando il cadavere di Joshua Burgess riaffiora dalle acque ghiacciate del Kennebec, Martha intuisce subito che quella morte non è semplice come appare. Non possiede autorità ufficiale, ma conosce i corpi, i segni, le storie che le persone, e soprattutto le donne affidano al suo silenzio.
A volte, il mio lavoro mi porta ad ascoltare brutali storie di violenza […] Rebecca doveva raccontarmi tutto e io dovevo scoprire chi andava punito per ciò che le avevano fatto.
La ricerca del colpevole accompagna il romanzo e ne sostiene la tensione, ma il centro emotivo resta sempre lei, la levatrice. Martha Ballard non conquista la scena con gesti eclatanti: la occupa con la costanza, con la lucidità, con la determinazione di chi non accetta che certe storie vengano cancellate.
Lavora, ama, cresce figli, assiste altre donne, prende posizione quando serve.
E scrive. Per una donna del XVIII secolo, scrivere significa esistere, lasciare una prova, opporsi alla possibilità di essere dimenticata.
Forse perché so che questi segni sulla carta saranno un giorno l’unica prova che sono esistita?
Martha emerge come una protagonista solida e memorabile perché non è costruita come simbolo, ma come persona. Non possiede titoli, la sua conoscenza viene dall’esperienza. Non ha voce pubblica, ma ha verità da raccontare.
Il processo legato alla violenza subita da Rebecca non è solo un episodio narrativo: è la dimostrazione di quanto la giustizia possa essere fragile quando chi parla è una donna, e di quanto il potere possa scegliere chi ascoltare e chi ignorare.

Ariel Lawhon
Ariel Lawhon è un’autrice pluripremiata di romanzi storici. Le sue opere sono state tradotte in oltre trenta lingue e selezionate da Good Morning America, Library Reads e One Book, One County. Fra i suoi libri precedenti, Il mio nome era Anastasia (Piemme 2019) e Nome in codice Hélène (Piemme 2023).
L’inverno della levatrice, ispirato alla vicenda reale di Martha Ballard, è stato un New York Times bestseller e libro dell’anno per NPR. Lawhon vive a Nashville, Tennessee.
Ariel Lawhon ricostruisce il mondo rurale di fine Settecento attraverso dettagli concreti e sensoriali: candele colate a mano, fuochi accesi prima dell’alba, corse al galoppo sulla neve verso una casa dove qualcuno sta per nascere. Il ritmo del romanzo segue il respiro della vita: momenti quieti, quasi domestici, e improvvise accelerazioni.
La prosa del romanzo è tesa e delicata insieme, capace di passare dal lirismo alla crudezza senza fratture. Il linguaggio è sensoriale e visivo, ma mai ridondante e lascia che siano immagini e gesti a parlare. La narrazione in prima persona rende tutto più vicino, più vivido.
Ispirato liberamente alla vera Martha Ballard, L’inverno della levatrice restituisce il ritratto di una donna che ha difeso il proprio spazio nel mondo senza clamore, ma con ostinazione.
Quando si chiude il libro resta la sensazione di aver attraversato una vita intera e di aver assistito alla nascita di una memoria destinata a durare.
E viene naturale pensare che è anche grazie a voci come la sua se, nel corso dei secoli, qualcosa è cambiato nel modo in cui le donne vengono ascoltate, credute, riconosciute.
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